Rubrica a cura di Paolo Pugliese

 

 
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RUSS MEYER, IL PROFETA DEL CINEMA PORNOSOFT

Sabato 18 Settembre è morto ad Hollywood, per complicazioni legate ad una polmonite, l’ottantaduenne Russ Meyer, ex-regista indipendente degli anni ‘60.
Il motivo perché dedichiamo un articolo a quello che venne definito dalla solita critica cinematografica colta e snob di quegli anni “nient’altro che un Satiro cinematografico ed erotomane” sta nel fatto che Meyer rappresenta un piccolo pezzo della storia di costume e società degli anni ’60: fu il precursore di un nuovo (e per certi versi nichilista e coraggioso) modo di fare cinema, il primo regista infatti che mostrò nudità femminili sul grande schermo in film indipendenti ed a basso costo che lo resero col tempo uno dei profeti del genere pornosoft.
Il suo cinema si colloca in un periodo –prima e dopo il celebre ’68- di grandi movimenti sociali e di pensiero, di trasformazioni e contestazioni: i movimenti pacifisti, gli Hippies, le Femministe, l’amore libero, LSD, i Beat, le rivolte studentesche, il movimento delle Pantere Nere. Meyer riuscì, consapevolmente o meno, a fotografare l’atmosfera di quegli anni, in particolare, quella delle prime rivoluzioni sessuali che trovarono nel suo cinema una forte forma di espressione, un manifesto di eccessi parodistici di una femminilità mostrata grottescamente in aperta contrapposizione ai rigidi metri moralistici dell’epoca. Nello specifico, i suoi film proponevano un’alternanza di nudi femminili e di pulsioni sessuali ai quali si accompagnavano un dissacrante gusto per la trasgressione al comune senso del pudore, un rude voyeurismo, cinismo e sensazionalismo tipicamente americano. Un cinema scandaloso e difficile da inquadrare che per anni fu sottovalutato e relegato al rango di spazzatura a luci rosse.
Ex fotografo per la rivista “PlayBoy” ed amante di procaci rotondità femminili, Meyer diresse 23 titoli (divenuti quasi tutti col tempo dei cult) basati quasi sempre su semplici canovacci narrativi che mettevano il sesso al centro di intrighi di violenza, illustrando in maniera cruda e delirante la cattiveria del genere maschile ed anche femminile. Le donne, nei film di Meyer, sono sia vittime che carnefici, ribaltando con violenza e sadismo i ruoli allora imposti (anche al cinema) di maschio-dominante e femmina semi-sottomessa, con pellicole come “Faster Pussycat, kill! Kill!” ed i celebri “Vixen” e “SuperVixen”: film dove le donne sono delle vere e proprie furie scatenate, protagoniste di storie, certo, hard e grossolane ma anche volutamente assurde, violente e splatter.
Altri suoi film famosi sono “Mudhoney” e “Lorna” (entrambi giudicati i migliori della sua produzione), l’horror sexy-barocco “Beyond the Valley of the Dolls”, il violentissimo “MotorPsycho” (che pare ispirò George Miller per la sua saga post-atomica di Mad Max) ed ancora “Carne Cruda”, “The Immoral Mr. Teas” e “Mondo Topless”, questi ultimi due caratterizzati da un pressoché totale voyeurismo visivo.
Meyer usò il sesso come mezzo grottesco per fare una rivoluzione cinematografica basata sulla bellezza della carne, dimostrando che la violenza ed il sesso potevano essere estremizzati e così usati anche come parodia di loro stessi; purtroppo, a lungo fu superficialmente indicato solo come un regista di un cinema proto-pornografico. Solo col tempo, diversi anni dopo, la figura di Meyer è stata ampiamente rivalutata ed oggi i suoi film sono ricercatissimi e vendutissimi in ambite versioni in Dvd.

(Ottobre 2004)

FRANCO E CICCIO, IL RITORNO

Furono agenti segreti, figli di Gringo, soldati, spie dal semifreddo, disoccupati, ladri, vigili, evasi, sanculotti, barbieri siciliani, samurai e soprattutto mafiosi in una lunga serie di film di successo. Stiamo parlando naturalmente di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, due attori comici che oggi verrebbero definiti “nazional-popolari”, i quali hanno condiviso una ricchissima carriera durata ben 40 anni, dagli esordi nell’avanspettacolo fino ai successi al cinema ed in televisione, proponendo una comicità, figlia della commedia dell’arte, basata sulla contrapposizione fisica e lessicale dei due e base primaria per equivoci, duelli verbali, ripicche e rivalità, stupidaggini e smorfie.
Stranamente, a differenza di quanto avvenne per Totò, non è ancora pienamente avvenuta col passare del tempo quell’opera di riscoperta e rivalutazione per la coppia di comici siciliani, atta a dare il giusto peso alla loro comicità farsesca nel panorama del cinema italiano. A colmare questa lacuna, ci pensano però i due registi Ciprì e Maresco (intelligenti e sardonici autori di trasmissioni come “Cinico Tv” e di film come “Totò che visse due Volte” ed “Il Ritorno di Cagliostro”) i quali, con il contributo del critico cinematografico Tatti Sanguineti, consegnano agli schermi cinematografici un bel film-documentario sulla vita e carriera di Franchi ed Ingrassia: “Come Inguagliammo il Cinema Italiano”.
Il film è un’opera appassionata e ricca di materiale che indaga sulla vita privata e pubblica dei due comici: nel film ci sono interviste, pareri di personaggi illustri come Monicelli o Bertolucci, spezzoni di sketchs, curiosità ed inediti i quali si susseguono in un’accurata ricostruzione da parte di Ciprì e Maresco della vita di Franco e Ciccio durante le stagioni cinematografiche degli anni ’60 e ’70.
Sicuramente “Come Inguagliammo il Cinema Italiano” è un atto d’amore per il cinema che vale davvero la pena di andare a vedere, sia per avere un ritratto del mondo e del periodo in cui i due comici vissero e lavorarono, sia anche per capire perché la commedia italiana, profondamente borghese, non accettava la loro comicità farsesca:
quella di Franco e Ciccio era infatti una comicità da giullari senza peso satirico, per questo disprezzata dalla critica cinematografica colta e raffinata che li ignorava sistematicamente non tenendo conto, però, di quel pubblico popolare che rideva di gusto alle gags dei due e che li rese dei beniamini (con incassi miliardari) del cosiddetto cinema “plebeo”. Questo film spiega, appunto, come e perché.

(Settembre 2004)

MICHAEL MOORE, L’AMERICANO ANTI-BUSH

In questi giorni il film del momento è chiaramente “Fahrenheit 9/11”, ultimo parto del fenomeno mediatico, letterario e cinematografico Michael Moore, giornalista e regista d’assalto che ha fatto della critica impietosa verso le ipocrisie dell’America una sua crociata personale. Il suo film “Fahrenheit 9/11” è nato inizialmente come denuncia contro il riconteggio dei voti della Florida che Moore riteneva fraudolento e contro la decisione della Corte Suprema di dichiarare vincitore Bush jr., arbitraria ed illegale secondo il regista. Poi, gli eventi dell’11 Settembre hanno cambiato il senso del film: Moore ha ingaggiato tre équipe di documentazione e ricerca e tre avvocati. Il suo intento era di mostrare chiaramente tutte le bugie dell’amministrazione di Bush e dopo aver visto il suo film si esce dal cinema davvero indignati. La regia cinematografica di Moore è apertamente demagogica, manipolatrice d’immagini che sono poi commentate sardonicamente, ma che reclama comunque un suo diritto a raccontare la storia attraverso la propria visione ideologica. Visione che traspare nella successione d’immagini (di cui moltissime erano già a disposizione pubblica) messe in sequenza e commentate (dai risultati esilaranti) con il preciso obiettivo di ritrarre il presidente Bush come Moore ritiene che sia: un perfetto imbecille, burattino ignorante al soldo delle corporazioni di produttori d’armi e di petrolieri texani.
“Fahrenheit 9/11” arriva da noi dopo il suo osteggiato ma travolgente successo di pubblico: 103 milioni di dollari incassati in soli 33 giorni, una cifra incredibile per un film costato appena 6 milioni di dollari. Impensabile per un documentario. Si è combattuto parecchio per far approdare la pellicola in sala: la Disney (distributrice della pellicola), temendo ritorsioni economiche, ne blocca la distribuzione negli USA ma le polemiche e la Palma d’Oro vinta a Cannes creano una campagna pubblicitaria senza precedenti ed il 24 giugno 2004 il film esce in contemporanea in 900 sale. Un trionfo.
Accludo a queste mie umili righe un articolo molto interessante di Curzio Maltese che analizza alcune chiavi di lettura del film, riflettendo contemporaneamente sulla situazione in Usa ed Italia a riguardo di terrorismo e guerra in Iraq. Buona lettura.

“Dal film di Michael Moore si impara una lezione utile anche per noi italiani. Quando cala la popolarità del presidente Bush, aumenta il grado di allarme terroristico. E’ una legge meccanica del nuovo potere, imitata anche dal Premier del nostro paese. Da quando il governo di Forza Italia ha esaurito la sua spinta propulsiva, ovvero la capacità di raccontare favole agli elettori, si sono scoperte decine di minacce di Al Quaeda all’Italia ed al Premier in persona. Il gioco è a rischio zero: se l’attentato arriva, loro avevano avvertito. Se non arriva, vuol dire che l’hanno sventato. Si vince in entrambe le possibilità e così facendo, giorno per giorno, muore una democrazia. Perché la differenza è che la democrazia governa le paure, il regime governa con la paura. “Fahrenheit 9/11” spiega bene attraverso le sue immagini questo teorema; forse è meno sorprendente del precedente lavoro di Moore “Bowling for Colombine” ma è altrettanto diretto ed efficace. Si capisce perché l’amministrazione di Bush abbia mosso tante leve per non farlo distribuire negli stati Uniti, che dovrebbe essere il paese della libertà e della libera espressione. Non si tratta di un film ideologico, tanto meno sovversivo. Al contrario, il lavoro di Moore è patriottico, nel senso autentico delle canzoni di Buce Springsteen. Ha la forza di un teorema. Moore vuole dimostrare che la “guerra al terrorismo”, pilone di tutta la presidenza di Bush, era soltanto il pretesto di una lobby di petrolieri e fabbricanti d’armi per mettere le mani sulle riserve petrolifere irachene. D’altronde, entrambe le lobby erano alle spalle di Bush Jr. (come anche del padre), lo hanno sostenuto pagando di tasca loro la sua campagna elettorale e quindi chiedevano il giusto corrispettivo in cambio della sua elezione. Bush non ha fatto altro che ripagarli: fin dal giorno dell’attentato alle due Torri gemelle, il clan Bush ha fatto pressioni sui servizi segreti e sui media perché s’inventassero prove sull’atomica irachena e sui legami di Bagdad con Al Quaeda, entrambi inesistenti. Quindi, sono partiti alla conquista dei pozzi nella crociata del petrolio che è finita come tutti sappiamo. Il resto, dalla caccia ai mandanti del terrore all’idea di esportare la democrazia in Medio Oriente, era ovviamente una maschera da esibire a un’opinione pubblica manipolata. Il film di Moore mostra tutto questo solo montando ad arte le immagini di servizi giornalistici di pubblico dominio, analizzate con coerenza, fino a mostrare chiari rapporti di soci in affare tra la famiglia Bush e quella di Bin Laden, puntellando anche il regime saudita, uno dei più illiberali dell’area del Golfo. Il teorema del giornalista, però, ha lo svantaggio di essere troppo razionale per un pubblico ridotto dal sistema dei media allo stato emotivo di un bambino patriottico di 5 anni, incapace di pensare che papà possa essere un cattivo soggetto. Infatti, il film funziona soprattutto quando tocca i sentimenti popolari. Una madre legge l’ultima lettera di un marine americano in Iraq, ormai consapevole di essere finito in una trappola assurda. Una settimana dopo il ragazzo viene ucciso e la cinepresa segue la donna in viaggio verso Washington, per urlare il suo dolore contro la Casa Bianca. Il suo sguardo disperato è identico a quello della donna di un villaggio iracheno che prega il suo Dio tra i resti della sua casa , bombardata dagli aerei americani, urlando alla telecamera la sua ira. Moore si riserva di far comparire nel finale del film George Bush che dice in un suo discorso che non ci si può far fregare due volte con la stessa bugia. A Novembre vedremo se sarà vero”.

Note_Biografiche: tutto il lavoro di Michael Moore poggia su un presupposto molto semplice: “se solo il popolo sapesse come stanno davvero le cose…”
Nato nel 1954 in Michigan e di origini irlandesi, Michael Moore lavora come giornalista fin dai temi dell’università. Scrive per il “Michigan Voice” e poi per “Mother Jones”, settimanale storico della sinistra radicale di San Francisco. Il suo primo documentario è “Roger and me”, del 1989, con il quale Moore vuole raccontare la crisi economica della General Motors. Seguono nell’ordine “Canadian Bacon”, la serie televisiva “Tv Nation”, il film “Big One” ed il programma di approfondimento Tv “The Awful Truth”. Nel 2002 il documentario “Bowling for Columbine” vince il premio Oscar e nel 2004 arriva “Fahrenheit 9/11”, Palma D’Oro a Cannes. Sul fronte letterario, Moore scrive nel 1986 il suo primo libro: “Downsize This”, divenuto un best seller. Nel 2001 scrive “Stupid White Men” incentrato sulla figura del clan dei Bush, seguito nel 2002 da “Dude, where inìs my Country?”.

(Settembre 2004)

LA NUOVA STAGIONE TELEVISIVA NOIR

Parliamo per una volta di televisione.
Da un paio di anni a questa parte è’ davvero un ottimo momento per le serie televisive americane, uscite da un lungo periodo di ristagno e superficialità durato quasi un decennio (ricordate cose come “Beverly Hills” oppure “Melrose Place” e “Baywatch”?), ovvero i “terribili” anni ’90 i quali però ci hanno regalato anche rare perle come “X-Files” e ”E.R.”. Affacciatisi di nuovo all’attenzione popolare con un’ ondata di titoli originali e nuove idee, i serial americani odierni non sono stati mai così seguiti come ora, segno che il pubblico ha reagito positivamente davanti a cose sperimentali e variegate per generi e tematiche. I nuovi telefilm piacciono anche perchè sono caratterizzati da toni adulti, cupi e soprattutto arricchiti da un ampio sviluppo creativo per trame ed evoluzione dei personaggi.
Anche qui in Italia (grazie soprattutto al pubblico che snobba prodotti nostrani beceri come “Elisa di Rivombrosa”,”Vento di Ponente” ed “Incantesimo”) hanno avuto larghissimo consenso serial di successo in America come “I Soprano”, “Alias“ e “C.S.I.“ che sono ormai consolidati fenomeni televisivi di successo con milioni di appassionati per ognuno. A queste si è aggiunta l’interessante -seppur snobbata dal grosso pubblico- “24”: una serie di 24 puntate che illustra in tempo reale un intero giorno (ogni puntata è un’ora giornaliera) della vita del protagonista, suo malgrado invischiato in pericolosi complotti; una serie di cui Rete 4 sta per trasmettere la seconda stagione (a partire da sabato 11 settembre). Interessante poi gli exploit di altre due nuovi serial che, partiti in sordina (ed in terza serata, su Italia 1), hanno raggiunto indici di gradimento elevatissimi divenendo vere e proprie rivelazioni televisive di quest’anno: stiamo parlando di “Nip/Tuck“ e “Six feet Under“. La prima è una serie satirica e grottesca con protagonisti due chirurghi estetici californiani che prende in giro la fragilità, la vanità e la superficialità della gente.
La seconda,“Six feet Under“, è un titolo molto particolare che da 2 anni è una serie di culto in America: un serial psicologico-comico-gotico improntato su un irresistibile humor nero che narra le vicissitudini di una famiglia di becchini; è stato definito “La Famiglia Addams del 2000” ed in USA ha vinto molti premi e riconoscimenti. Infine c’è una serie che ha avuto un riscontro di pubblico non eccezionale ma costante: “Dead Zone”, programmato in seconda serata su Rai 2 e ispirato all’omonimo romanzo di Stephen King, con un ex-professore dotato di incredibili percezioni extra-sensoriali.
A partire da questo autunno, confermando l’attuale trend, oltre alle conferme di serie di successo (la decima stagione di “E.R.” ed i nuovi episodi di “I Soprano”, “C.S.I.”, “Smallville”, oltre ai succitati “Dead Zone”,“Nip/Tuck“ e “Six feet Under”), arriveranno ben 6 nuovi titoli mozzafiato:

The_Shield : la prima ad arrivare, in questi giorni programmata su Italia 1 in seconda serata, è una serie poliziesca dai toni molto duri e realistici, stile “N.Y.P.D Blue”, con protagonisti poliziotti sulle strade alle prese con crimini di tutti i giorni. In America ha fatto incetta di premi.
Without_a_Trace : da noi avrà il titolo di “Senza Traccia” (su Rai 2), una serie incentrata su una task force dell’FBI specializzata nel ritrovamento in brevissimo tempo -48 ore massimo o il “missing” è perso- di persone scomparse (probabilmente uccise) senza aver lasciato tracce, con agenti dotati di eccezionali capacità cognitive.
Tru_Calling : Tru sarebbe il nome della protagonista, una ragazza che si ritrova a lavorare in un obitorio e che scopre di avere capacità metapsichiche avvertendo mentalmente i lamenti ed i racconti delle persone uccise. Una sorta di “Il Sesto Senso” televisivo.
Cold_Case : serie su una detective particolare il cui compito consiste nello scandagliare a ritroso crimini insoluti da tempo e cercare nuove chiavi di lettura per risolverli. Le indagini saranno raccontate in maniera assolutamente innovativa, come successe anche per “C.S.I.”.
Line_of_Fire : interpretata da una delle protagoniste del serial di culto “24”, questa serie -prodotta dalla Dreamworks di Spielberg- si preannuncia molto battagliera e narra la lotta in Virginia tra una potente associazione criminale ed una speciale task force di esperti creata dall’FBI unicamente per sgominarla.
R.I.S._–_Delitti Perfetti : non poteva mancare la risposta italiana a questa ondata di serie poliziesche americane di nuova concezione. Protagonisti di R.I.S. (Reparto Investigazioni Scientifiche) saranno gli agenti membri del nucleo speciale scientifico dei Carabinieri (quelli –ad esempio- coinvolti nelle indagini sul giallo di Cogne) in una fiction stile “C.S.I.”, prodotta da Mediaset ed in onda su Canale 5 dal prossimo Novembre. A farle compagnia c’è una ricca compagine di serial polizieschi italiani come le nuove stagioni di “La Squadra” su Rai 3, “Distretto di Polizia” (il più seguito tra i telefilm italiani) e la nuova fiction (da noi i serial si chiamano così!!!) “Il Capitano”, entrambe sulle reti Mediaset, mentre la Rai manda in onda le nuove "La Omicidi" e “La Stagione dei Delitti”.

(Agosto 2004)

LA TORRE NERA DI STEPHEN KING

E’ una notizia di poco tempo fa quella che riguarda l’interessamento (con conseguente acquisto dei diritti di sfruttamento) da parte della major cinematografica Dreamworks di Steven Spielberg della saga della “Torre Nera” firmata dal re dell’ horror letterario Stephen King.
L'interesse da parte di Hollywood per le opere di King è sempre stato molto forte, a partire dal successo nei primi anni ’70 di “Carrie” di Brian de Palma (il primo film tratto da una sua opera) che fece accorgere tanto gli spettatori quanto i produttori di cinema del talento visionario di questo scrittore del Maine; King ha imposto un nuovo tipo di horror letterario, avendo il raro dono di saper focalizzare i terrori dell’immaginario moderno (“Christine”,”Brivido”) con quelli del subconscio (“Shinning”,”La Metà Oscura”), giocando con le paure ataviche (quelle ad esempio del buio oppure della memoria, vedi il monumentale “IT”) dei lettori, coinvolgendoli in trame dallo stile fluviale con abbondanza di particolari ma anche con ritmo incalzante e trascinante. Non a caso, nel corso degli anni, quasi tutti i romanzi di King sono stati trasformati in film di successo e praticamente nessuno degli scrittori contemporanei possono vantare i suoi livelli, per numero di libri scritti, copie vendute (milioni in tutto il mondo) ed adattamenti cinematografici tratti da essi (l’80% della sua intera produzione letteraria).
Per i libri che mancavano all’appello di Hollywood ci ha pensato la major Dreamworks, la quale sta producendo la riduzione cinematografica (in fase di riprese) del romanzo "Il Talismano" ed ha acquistato anche i diritti della saga de "La Torre Nera".
"La Torre Nera" (immaginata fin dai primi anni ’70 ma iniziata ad essere pubblicata negli anni ’90) è una saga pseudo-fantasy con cui King ha proposto una sua personale mitologia che ha spiazzato non poco i suoi lettori, dove i mostri sovrannaturali presenti nei vari capitoli non sono altro che un riflesso del male quotidiano.
Questa saga è una sorta di western medioevale, presentata come un puzzle assurdo ai limiti del concepibile e narrata in una realtà decadente senza tempo: un mondo semi-deserto popolato da umani, maghi, non-morti, demoni e diviso in feudi dove tutta la realtà ruota intorno ad una misteriosa ed antichissima torre oscura, crocevia di infiniti mondi, le cui misteriose energie scorrono lungo antichi vettori che attraversano il mondo. E grazie proprio alla misteriosa torre in questo mondo il tempo si è fermato: ci sono innumerevoli porte per accedere in altri mondi appartenenti a differenti epoche, in un marasma caotico fatto diversi luoghi e spazi temporali. La saga si apre con la crociata di Roland, pistolero solitario dalla mira infallibile nonché ultimo cavaliere del suo mondo, che insegue il misterioso mago Morden, rifugiatosi proprio nella Torre Nera. Per raggiungerla, Roland dovrà riunire una sorta di strana pattuglia di pistoleri, raggiungendo attraverso i misteriosi portali del suo mondo le altre epoche (rispettivamente il 1999, 1977, 1964) di coloro che diventeranno i suoi compagni di viaggio: il drogato Eddie, il ragazzino Jake, la paraplegica Susannah dalla doppia personalità ed infine padre Calahan, uno dei protagonisti del libro “Le Notti di Salem” che arriva nel mondo della torre subito dopo essersi ucciso nelle ultime pagine del suddetto libro per non diventare un vampiro.
Strutturata da King in sette tomi (dei quali è uscito il sesto e penultimo episodio "La Canzone di Susannah" mentre la saga si concluderà definitivamente in Autunno con il tomo conclusivo, probabilmente intitolato "La Torre"), l’opera della “Torre Nera” è una sorta di esperimento per spingere all’estremo la commistione di immaginazione/stile letterario, mettendo a dura prova il comune senso di realtà da parte dei lettori. Essa è anche un’occasione per lo scrittore di giocare con il proprio pubblico, proponendo lo strano ed onirico mondo della Torre come un crocevia dell’intero suo universo narrativo, citando ed inserendo in esso molti elementi dei suoi precedenti libri (come, appunto, il personaggio di padre Calahan oppure di Morden, demone presente anche ne “L’Ombra dello Scorpione” col nome di Flagg) fino ad immergere perfino se stesso nella narrazione quando i protagonisti del libro lo raggiungono nella sua casa nel Maine.
Non sarà certo semplice “asciugare” ed adattare il percorso onirico ed estraniante dell’opera di King per realizzare un film per il grande schermo: il rischio di semplificare troppo e svilire la storia è parecchio alto ma i suoi lettori sono fiduciosi ed hanno accolto la notizia con molto entusiasmo. Sui forum di cinema americani, infatti, si è già scatenato il toto-attore per il cast della probabile trilogia cinematografica: nei panni dei protagonisti Roland, Susannah, Eddie e Calahan sono stati indicati rispettivamente Hugh Jackman/Eric Bana, Halle Berry, Orlando Bloom e Anthony Hopkins/Ian McKallan.

(Luglio 2004)

REMAKES HOLLYWOODIANI DI FILM ORIENTALI

E’ il nuovo fenomeno di Hollywood: una febbre orientale ha contagiato tutte le major americane che si stanno approntando a produrre una valanga di remakes di film della terra del sol levante.
Per la nuova stagione 2005 il cinema americano, da parecchio tempo a corto di idee originali, nella sua costante ricerca di successi commerciali sta volgendo lo sguardo verso il cinema d’oriente, acquistando i diritti di oscuri (o quasi sconosciuti) film giapponesi, cinesi e coreani per rifarli con attori ed ambientazioni americane.
Le prime avvisaglie di questo fenomeno sono stati i film “The Ring” di Verbinsky (di cui si sta preparando il sequel) e “Chinese Odissey “ di Chow ma sono una dozzina circa (solo per ora) i progetti annunciati per il nuovo anno di remakes americani.
Tom Cruise ha acquistato i diritti del thriller “The Eye” che produrrà; la regista Audrey Wells (“Under the Tuscan Sun”) ha adattato il musical giapponese “Shall We Dance?” (storia di un grigio impiegato che ritrova la gioia di vivere grazie all’incontro casuale con una donna in una ballroom) con Richard Gere e Jennifer Lopez, Susan Sarandon e Stanley Tucci; la cantante Madonna sta producendo il remake di “My Sassy Girl”, una commedia romantica di enorme successo in Corea mentre Robert DeNiro e Benicio del Toro reciteranno insieme nel remake dell’adrenalinico poliziesco giapponese “Chaos”, prodotto dall’Universal; la Warner invece ha opzionato l’horror d’azione, campione di incassi ad Hong Kong, “Infernal Affairs” che sarà interpretato da Brad Pitt e diretto da Martin Scorsese; sempre la Warner produrrà i remakes dei film coreani “Il Mare” e “Marryng the Mafia”, quest’ultimo titolo è una commedia su un poveraccio che si sposa a sua insaputa con la figlia di un boss della Yacuza (il protagonista dovrebbe essere Adam Sandler); la MGM ha comprato i diritti per “Hi Dharma!”, commedia cinese con un gruppo di gangster che si nascondono in un monastero; ci sono poi i rifacimenti dei film d’azione al femminile “No Blood, No Tears”, “Princess Blade” e l’horror “Isola” (su una ragazza dotata di 36 personalità diverse, alcune delle quali con devastanti poteri paranormali) interpretato da Cate Blanchett, tutti prodotti dalla Dreamworks; infine, la commedia d’azione “My Wife is a Gangster” della Miramax, che sarà diretta da Robert Rodriguez (probabilmente con Antonio Banderas e Salma Yanek).

(Luglio 2004)

MARLON BRANDO, L’ULTIMO SELVAGGIO DI HOLLYWOOD

Il cinema che fu, quello degli anni d’oro di Hollywood, è ormai quasi scomparso: gli attori della vecchia generazione hanno lasciato il posto a quelli della nuova scuola che spesso guardano con nostalgia, stima ed ispirazione le interpretazioni dei grandi attori del passato. Ormai i legami con i tempi in cui fare cinema veniva considerata ancora un’arte e non solo una mera operazione commerciale sono quasi tutti recisi; e facendo queste riflessioni nostalgiche, noi patiti di un cinema classico che non esiste più ci sentiamo ora un pò più soli, visto che nella notte tra gli scorsi 1 e 2 Luglio se ne è andato un altro grande di Hollywood, Marlon Brando. Icona del cinema classico e moderno, Brando era definito “il Selvaggio” di Hollywood, una nomea mutuata dal titolo di uno dei suoi film più famosi che ben si adattava al suo carattere spigoloso e riservato ma che, altresì come personaggio dello starsystem, non lo definiva affatto come persona. Di certo era un ribelle, ma non autodistruttivo o nichilista come questo termine vorrebbe indicare bensì insofferente al clima dorato e superficiale dell’industria Hollywoodiana, ambiente che frequentava per lavoro –visto la sua grande passione per la recitazione- ma che mal sopportava per il resto, standone fieramente lontano in una scelta di vita lontana dai clamori e gelosa della propria privacy. Con Marlon Brando si impose un nuovo tipo di recitazione, quello dell’Actor’s Studio, estremamente realistico, ruvido e privo di orpelli o “vezzi” interpretativi, basato sul metodo di identificazione totale del personaggio attraverso uno studio dettagliato che l’attore faceva su di esso e che rese famosi anche altri suoi compagni di corso (nonché amici) come James Dean e Jack Nicholson. Brando sommava ad una cura dei dettagli anche un talento innato nella recitazione: era uno di quei pochi attori in grado di esprimere il carattere di un personaggio o sottolinearne alcuni aspetti da pochi, studiatissimi movimenti: come non ricordare in questo senso, le due grandissime interpretazioni di Don Vito Corleone in “Il Padrino” oppure il colonnello Kurtz in “Apocalypse Now”? Personaggi “vivi” ed affascinanti che Brando interpreta con tutto se stesso: con il corpo, i movimenti, la voce, gli occhi, i tic…
Ma al di là di queste interpretazioni che rappresentano la “summa” di tanti anni di esperienza, quello che rendeva Brando un attore inarrivabile era anche la sua presenza di scena: forte, ruvida, ricca di personalità ed, al tempo stesso, polivalente. Brando era capace infatti di “imbrigliarla”, per non essere prigioniero di uno stesso archetipo di personaggio, cambiando registro a seconda della storia e delle esigenze del film in cui lavorava e collezionando nell’arco della sua carriera una ricca gamma di personaggi: dal motociclista ribelle e romantico in “Il Selvaggio” al malinconico scaricatore portuale di “Fronte del Porto”; da Giulio Cesare nell’omonimo film al vice-ammiraglio dubbioso ne “Gli Ammutinati del Bounty”; dall’avventuriero in “Queimada” all’alcolizzato sconfitto dalla vita di “Ultimo tango a Parigi” e persino gangster canterino nella commedia musicale “Bulli e Pupe” e fascinoso Jor El, padre di Superman, nell’omonimo kolossal del 1978 per la cui interpretazione conseguì il record di cachet dell’epoca (un milione di dollari al minuto). Cercò di proteggere per tutta la vita, fino all’ultimo, la sua privacy e quella della sua famiglia, guardando quasi con divertito distacco il suo divenire mito di riferimento di tantissimi attori ed appassionati di cinema. Eppure, negli ultimi anni, la stessa stampa, i mass media e la curiosità della gente che lo avevano posto su un piedistallo lo scalzarono malamente quando fu travolto da varie tragedie familiari che ne hanno segnato la serenità e la salute. I problemi di droga e violenza del primogenito che uccise il fidanzato della sorella minore, fragile tossicodipendente ed anoressica, la quale si suicidò 2 anni dopo. La vergogna di dover finire in tribunale a testimoniare nel processo contro il figlio, le enormi spese legali che ne hanno dilapidato il patrimonio. Tutti elementi di una triste vicenda familiare che fu acuita dai riflettori dei mass media come famoso “caso” umano ma dimenticando il suo ruolo di grande attore. Triste la parabola discendente di un Brando/mito decaduto che ormai ingrassato a dismisura, per fronteggiare le spese, dovette accettare ruoli in film infimi (come “Il Boss e la Matricola” -dove fa la parodia di se stesso ne “il Padrino”- oppure “L’Isola Perduta”) ma anche, nelle sue ultime interpretazioni, film in cui diede grandi prove di attore come i mediocri (ma nobilitati dalla sua presenza) “Don Juan De Marco” ed “Il Coraggioso”, diventando amico di un giovane attore come Johnny Deep, definito poi come suo naturale erede. Degna di nota per la sua eredità artistica l’apparizione finale di carriera nel film “The Score” dove Brando lascia al mondo un’ultima, amara interpretazione nel ruolo di un uomo che ha avuto tanto dalla vita ma che ha anche da essa perso molto, in una sottile e triste commistione tra realtà ed invenzione cinematografica.

(Luglio 2004)

FILM ITALIANI CHE NON RIESCONO AD USCIRE

Nonostante la recente ripresa, i film del cinema italiano non solo faticano a guadagnare qualcosa al box-office ma a volte non riescono neanche ad arrivare nelle sale. La rivista “Il Giornale dello Spettacolo” ha denunciato qualcosa come oltre una cinquantina di lavori prodotti negli ultimi 2-3 anni e “congelati”, cioè in attesa di distribuzione, scavalcati dalle maxi-uscite (ovvero in elevato numero di copie che saturano le sale) di film americani o di film italiani con grosse aspettative di mercato (tipo “Vacanze sul Nilo”). Spesso i film congelati sono opere prime di registi emergenti oppure pellicole indipendenti realizzate con i contributi statali: prodotti troppo anonimi o poco interessanti per i distributori italiani che preferiscono non investirci troppe risorse puntando piuttosto su film più “sicuri”, tipo i cosiddetti film-panettone distribuiti a Natale. Altro fenomeno collaterale è quello dei film “regionali”, cioè quelle pellicole indipendenti che riescono sì ad uscire in sala ma a carattere “locale”, venendo distribuiti nei cinema di una sola regione: esaustivi sono gli esempi di film come “Laura sono io”, piccolo campione d’incassi solo nella città di Roma, oppure “Lacapagira”, interessante opera prima di Alessandro Piva (regista del film “Mio Cognato”) che fu proiettata inizialmente in un cinema di Bari ed in seguito, visto il tam-tam degli spettatori, distribuito in tutta la regione Puglia, prima che si accorgesse di questo film la Lucky Red che ha poi distribuito il film nel circuito delle sale d’essai in tutta Italia. Questi non sono dei casi limite perchè gli esempi abbondano di tante pellicole prodotte con pochi soldi e pochi mezzi e che vengono distribuiti in ambito regionale o provinciale o addirittura escono alla chetichella in una sola città, ad opera degli stessi produttori che portano a mano le pizze del film ad ogni singolo esercente: ci sono ad esempio film come “Stranieri”, distribuito nelle province di Lecce e Brindisi (con un exploit significativo di oltre 10.000 spettatori) o ancora “Il Latitante”, “Zana” ed “Il Barone di Melissa” visti solo nella provincia di Foggia. Ovviamente la speranza per tutti è che alla distribuzione casalinga segua una ufficiale e nazionale ma le speranze –a torto o a ragione- quasi sempre affondano in un mare di sfiducia ed anonimato. L’avvento poi della tecnologia digitale ha anche abbattuto i costi e moltiplicato la produzione di cinema fatto in casa, con una schiera di giovani cineasti indipendenti che propongono ai grandi e piccoli distributori le loro opere dai budget risicatissimi. Certamente il panorama underground di nuovi autori è più vivace e creativo rispetto a quello di 10 anni fa ma, solita riflessione, se esso non è né recepito né supportato da esercenti ed addetti ai lavori non avrà mai possibilità di crescere ed affermarsi, affiancando ed avvicendando le solite e “blasonate” produzioni italiane.
Tra le pellicole in attesa di essere distribuite nei cinema ci sono ben 2 film dell’attore pasoliniano Sergio Citti: “Cartoni Animati” (con lo showman Fiorello) e “Fratello e Sorello” (con Claudio Amendola); poi “A Luci Spente” di Maurizio Ponzi (con Giulio Scarpati e Guliana De Sio); “Stai con Me” di Livia Gianpalmo (con Giovanna Mezzogiorno ed Adriano Giannini); “Il Giardiano delle Nuvole” di Luciano Odorisio (con Alessandro Gassman); “L’Amore e cieco” di Fabrizio Laurenti (con Massimo Ghini, Giuliana De Sio, Massimo Weirtmuller, Renzo Arbore);“Rua Alguem” di Egidio Eronico (con Charlton Heston); San Nicola di Vito Giuss Potenza (con Andrea Giordana e Massimo Dapporto); “Bianco Scarlatto” dei fratelli Macrì (con Franco Nero) e “35 Millimetri”, opera prima del giovane Vito Palumbo.

(Giugno 2004)

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