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RUSS
MEYER, IL PROFETA DEL CINEMA PORNOSOFT
Sabato
18 Settembre è morto ad Hollywood, per complicazioni legate ad
una polmonite, l’ottantaduenne Russ Meyer, ex-regista indipendente
degli anni ‘60.
Il motivo perché dedichiamo un articolo a quello che venne definito
dalla solita critica cinematografica colta e snob di quegli anni “nient’altro
che un Satiro cinematografico ed erotomane” sta nel fatto che Meyer
rappresenta un piccolo pezzo della storia di costume e società
degli anni ’60: fu il precursore di un nuovo (e per certi versi
nichilista e coraggioso) modo di fare cinema, il primo regista infatti
che mostrò nudità femminili sul grande schermo in film indipendenti
ed a basso costo che lo resero col tempo uno dei profeti del genere pornosoft.
Il suo cinema si colloca in un periodo –prima e dopo il celebre
’68- di grandi movimenti sociali e di pensiero, di trasformazioni
e contestazioni: i movimenti pacifisti, gli Hippies, le Femministe, l’amore
libero, LSD, i Beat, le rivolte studentesche, il movimento delle Pantere
Nere. Meyer riuscì, consapevolmente o meno, a fotografare l’atmosfera
di quegli anni, in particolare, quella delle prime rivoluzioni sessuali
che trovarono nel suo cinema una forte forma di espressione, un manifesto
di eccessi parodistici di una femminilità mostrata grottescamente
in aperta contrapposizione ai rigidi metri moralistici dell’epoca.
Nello specifico, i suoi film proponevano un’alternanza di nudi femminili
e di pulsioni sessuali ai quali si accompagnavano un dissacrante gusto
per la trasgressione al comune senso del pudore, un rude voyeurismo, cinismo
e sensazionalismo tipicamente americano. Un cinema scandaloso e difficile
da inquadrare che per anni fu sottovalutato e relegato al rango di spazzatura
a luci rosse.
Ex fotografo per la rivista “PlayBoy” ed amante di procaci
rotondità femminili, Meyer diresse 23 titoli (divenuti quasi tutti
col tempo dei cult) basati quasi sempre su semplici canovacci narrativi
che mettevano il sesso al centro di intrighi di violenza, illustrando
in maniera cruda e delirante la cattiveria del genere maschile ed anche
femminile. Le donne, nei film di Meyer, sono sia vittime che carnefici,
ribaltando con violenza e sadismo i ruoli allora imposti (anche al cinema)
di maschio-dominante e femmina semi-sottomessa, con pellicole come “Faster
Pussycat, kill! Kill!” ed i celebri “Vixen” e “SuperVixen”:
film dove le donne sono delle vere e proprie furie scatenate, protagoniste
di storie, certo, hard e grossolane ma anche volutamente assurde, violente
e splatter.
Altri suoi film famosi sono “Mudhoney” e “Lorna”
(entrambi giudicati i migliori della sua produzione), l’horror sexy-barocco
“Beyond the Valley of the Dolls”, il violentissimo “MotorPsycho”
(che pare ispirò George Miller per la sua saga post-atomica di
Mad Max) ed ancora “Carne Cruda”, “The Immoral Mr. Teas”
e “Mondo Topless”, questi ultimi due caratterizzati da un
pressoché totale voyeurismo visivo.
Meyer usò il sesso come mezzo grottesco per fare una rivoluzione
cinematografica basata sulla bellezza della carne, dimostrando che la
violenza ed il sesso potevano essere estremizzati e così usati
anche come parodia di loro stessi; purtroppo, a lungo fu superficialmente
indicato solo come un regista di un cinema proto-pornografico. Solo col
tempo, diversi anni dopo, la figura di Meyer è stata ampiamente
rivalutata ed oggi i suoi film sono ricercatissimi e vendutissimi in ambite
versioni in Dvd.
(Ottobre
2004)
FRANCO
E CICCIO, IL RITORNO
Furono
agenti segreti, figli di Gringo, soldati, spie dal semifreddo, disoccupati,
ladri, vigili, evasi, sanculotti, barbieri siciliani, samurai e soprattutto
mafiosi in una lunga serie di film di successo. Stiamo parlando naturalmente
di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, due attori comici che oggi verrebbero
definiti “nazional-popolari”, i quali hanno condiviso una
ricchissima carriera durata ben 40 anni, dagli esordi nell’avanspettacolo
fino ai successi al cinema ed in televisione, proponendo una comicità,
figlia della commedia dell’arte, basata sulla contrapposizione fisica
e lessicale dei due e base primaria per equivoci, duelli verbali, ripicche
e rivalità, stupidaggini e smorfie.
Stranamente, a differenza di quanto avvenne per Totò, non è
ancora pienamente avvenuta col passare del tempo quell’opera di
riscoperta e rivalutazione per la coppia di comici siciliani, atta a dare
il giusto peso alla loro comicità farsesca nel panorama del cinema
italiano. A colmare questa lacuna, ci pensano però i due registi
Ciprì e Maresco (intelligenti e sardonici autori di trasmissioni
come “Cinico Tv” e di film come “Totò che visse
due Volte” ed “Il Ritorno di Cagliostro”) i quali, con
il contributo del critico cinematografico Tatti Sanguineti, consegnano
agli schermi cinematografici un bel film-documentario sulla vita e carriera
di Franchi ed Ingrassia: “Come Inguagliammo il Cinema Italiano”.
Il film è un’opera appassionata e ricca di materiale che
indaga sulla vita privata e pubblica dei due comici: nel film ci sono
interviste, pareri di personaggi illustri come Monicelli o Bertolucci,
spezzoni di sketchs, curiosità ed inediti i quali si susseguono
in un’accurata ricostruzione da parte di Ciprì e Maresco
della vita di Franco e Ciccio durante le stagioni cinematografiche degli
anni ’60 e ’70.
Sicuramente “Come Inguagliammo il Cinema Italiano” è
un atto d’amore per il cinema che vale davvero la pena di andare
a vedere, sia per avere un ritratto del mondo e del periodo in cui i due
comici vissero e lavorarono, sia anche per capire perché la commedia
italiana, profondamente borghese, non accettava la loro comicità
farsesca:
quella di Franco e Ciccio era infatti una comicità da giullari
senza peso satirico, per questo disprezzata dalla critica cinematografica
colta e raffinata che li ignorava sistematicamente non tenendo conto,
però, di quel pubblico popolare che rideva di gusto alle gags dei
due e che li rese dei beniamini (con incassi miliardari) del cosiddetto
cinema “plebeo”. Questo film spiega, appunto, come e perché.
(Settembre
2004)
MICHAEL
MOORE, L’AMERICANO ANTI-BUSH
In questi
giorni il film del momento è chiaramente “Fahrenheit 9/11”,
ultimo parto del fenomeno mediatico, letterario e cinematografico Michael
Moore, giornalista e regista d’assalto che ha fatto della critica
impietosa verso le ipocrisie dell’America una sua crociata personale.
Il suo film “Fahrenheit 9/11” è nato inizialmente come
denuncia contro il riconteggio dei voti della Florida che Moore riteneva
fraudolento e contro la decisione della Corte Suprema di dichiarare vincitore
Bush jr., arbitraria ed illegale secondo il regista. Poi, gli eventi dell’11
Settembre hanno cambiato il senso del film: Moore ha ingaggiato tre équipe
di documentazione e ricerca e tre avvocati. Il suo intento era di mostrare
chiaramente tutte le bugie dell’amministrazione di Bush e dopo aver
visto il suo film si esce dal cinema davvero indignati. La regia cinematografica
di Moore è apertamente demagogica, manipolatrice d’immagini
che sono poi commentate sardonicamente, ma che reclama comunque un suo
diritto a raccontare la storia attraverso la propria visione ideologica.
Visione che traspare nella successione d’immagini (di cui moltissime
erano già a disposizione pubblica) messe in sequenza e commentate
(dai risultati esilaranti) con il preciso obiettivo di ritrarre il presidente
Bush come Moore ritiene che sia: un perfetto imbecille, burattino ignorante
al soldo delle corporazioni di produttori d’armi e di petrolieri
texani.
“Fahrenheit 9/11” arriva da noi dopo il suo osteggiato ma
travolgente successo di pubblico: 103 milioni di dollari incassati in
soli 33 giorni, una cifra incredibile per un film costato appena 6 milioni
di dollari. Impensabile per un documentario. Si è combattuto parecchio
per far approdare la pellicola in sala: la Disney (distributrice della
pellicola), temendo ritorsioni economiche, ne blocca la distribuzione
negli USA ma le polemiche e la Palma d’Oro vinta a Cannes creano
una campagna pubblicitaria senza precedenti ed il 24 giugno 2004 il film
esce in contemporanea in 900 sale. Un trionfo.
Accludo a queste mie umili righe un articolo molto interessante di Curzio
Maltese che analizza alcune chiavi di lettura del film, riflettendo contemporaneamente
sulla situazione in Usa ed Italia a riguardo di terrorismo e guerra in
Iraq. Buona lettura.
“Dal
film di Michael Moore si impara una lezione utile anche per noi italiani.
Quando cala la popolarità del presidente Bush, aumenta il grado
di allarme terroristico. E’ una legge meccanica del nuovo potere,
imitata anche dal Premier del nostro paese. Da quando il governo di Forza
Italia ha esaurito la sua spinta propulsiva, ovvero la capacità
di raccontare favole agli elettori, si sono scoperte decine di minacce
di Al Quaeda all’Italia ed al Premier in persona. Il gioco è
a rischio zero: se l’attentato arriva, loro avevano avvertito. Se
non arriva, vuol dire che l’hanno sventato. Si vince in entrambe
le possibilità e così facendo, giorno per giorno, muore
una democrazia. Perché la differenza è che la democrazia
governa le paure, il regime governa con la paura. “Fahrenheit 9/11”
spiega bene attraverso le sue immagini questo teorema; forse è
meno sorprendente del precedente lavoro di Moore “Bowling for Colombine”
ma è altrettanto diretto ed efficace. Si capisce perché
l’amministrazione di Bush abbia mosso tante leve per non farlo distribuire
negli stati Uniti, che dovrebbe essere il paese della libertà e
della libera espressione. Non si tratta di un film ideologico, tanto meno
sovversivo. Al contrario, il lavoro di Moore è patriottico, nel
senso autentico delle canzoni di Buce Springsteen. Ha la forza di un teorema.
Moore vuole dimostrare che la “guerra al terrorismo”, pilone
di tutta la presidenza di Bush, era soltanto il pretesto di una lobby
di petrolieri e fabbricanti d’armi per mettere le mani sulle riserve
petrolifere irachene. D’altronde, entrambe le lobby erano alle spalle
di Bush Jr. (come anche del padre), lo hanno sostenuto pagando di tasca
loro la sua campagna elettorale e quindi chiedevano il giusto corrispettivo
in cambio della sua elezione. Bush non ha fatto altro che ripagarli: fin
dal giorno dell’attentato alle due Torri gemelle, il clan Bush ha
fatto pressioni sui servizi segreti e sui media perché s’inventassero
prove sull’atomica irachena e sui legami di Bagdad con Al Quaeda,
entrambi inesistenti. Quindi, sono partiti alla conquista dei pozzi nella
crociata del petrolio che è finita come tutti sappiamo. Il resto,
dalla caccia ai mandanti del terrore all’idea di esportare la democrazia
in Medio Oriente, era ovviamente una maschera da esibire a un’opinione
pubblica manipolata. Il film di Moore mostra tutto questo solo montando
ad arte le immagini di servizi giornalistici di pubblico dominio, analizzate
con coerenza, fino a mostrare chiari rapporti di soci in affare tra la
famiglia Bush e quella di Bin Laden, puntellando anche il regime saudita,
uno dei più illiberali dell’area del Golfo. Il teorema del
giornalista, però, ha lo svantaggio di essere troppo razionale
per un pubblico ridotto dal sistema dei media allo stato emotivo di un
bambino patriottico di 5 anni, incapace di pensare che papà possa
essere un cattivo soggetto. Infatti, il film funziona soprattutto quando
tocca i sentimenti popolari. Una madre legge l’ultima lettera di
un marine americano in Iraq, ormai consapevole di essere finito in una
trappola assurda. Una settimana dopo il ragazzo viene ucciso e la cinepresa
segue la donna in viaggio verso Washington, per urlare il suo dolore contro
la Casa Bianca. Il suo sguardo disperato è identico a quello della
donna di un villaggio iracheno che prega il suo Dio tra i resti della
sua casa , bombardata dagli aerei americani, urlando alla telecamera la
sua ira. Moore si riserva di far comparire nel finale del film George
Bush che dice in un suo discorso che non ci si può far fregare
due volte con la stessa bugia. A Novembre vedremo se sarà vero”.
Note_Biografiche:
tutto il lavoro di Michael Moore poggia su un presupposto molto semplice:
“se solo il popolo sapesse come stanno davvero le cose…”
Nato nel 1954 in Michigan e di origini irlandesi, Michael Moore lavora
come giornalista fin dai temi dell’università. Scrive per
il “Michigan Voice” e poi per “Mother Jones”,
settimanale storico della sinistra radicale di San Francisco. Il suo primo
documentario è “Roger and me”, del 1989, con il quale
Moore vuole raccontare la crisi economica della General Motors. Seguono
nell’ordine “Canadian Bacon”, la serie televisiva “Tv
Nation”, il film “Big One” ed il programma di approfondimento
Tv “The Awful Truth”. Nel 2002 il documentario “Bowling
for Columbine” vince il premio Oscar e nel 2004 arriva “Fahrenheit
9/11”, Palma D’Oro a Cannes. Sul fronte letterario, Moore
scrive nel 1986 il suo primo libro: “Downsize This”, divenuto
un best seller. Nel 2001 scrive “Stupid White Men” incentrato
sulla figura del clan dei Bush, seguito nel 2002 da “Dude, where
inìs my Country?”.
(Settembre
2004)
LA NUOVA
STAGIONE TELEVISIVA NOIR
Parliamo
per una volta di televisione.
Da un paio di anni a questa parte è’ davvero un ottimo momento
per le serie televisive americane, uscite da un lungo periodo di ristagno
e superficialità durato quasi un decennio (ricordate cose come
“Beverly Hills” oppure “Melrose Place” e “Baywatch”?),
ovvero i “terribili” anni ’90 i quali però ci
hanno regalato anche rare perle come “X-Files” e ”E.R.”.
Affacciatisi di nuovo all’attenzione popolare con un’ ondata
di titoli originali e nuove idee, i serial americani odierni non sono
stati mai così seguiti come ora, segno che il pubblico ha reagito
positivamente davanti a cose sperimentali e variegate per generi e tematiche.
I nuovi telefilm piacciono anche perchè sono caratterizzati da
toni adulti, cupi e soprattutto arricchiti da un ampio sviluppo creativo
per trame ed evoluzione dei personaggi.
Anche qui in Italia (grazie soprattutto al pubblico che snobba prodotti
nostrani beceri come “Elisa di Rivombrosa”,”Vento di
Ponente” ed “Incantesimo”) hanno avuto larghissimo consenso
serial di successo in America come “I Soprano”, “Alias“
e “C.S.I.“ che sono ormai consolidati fenomeni televisivi
di successo con milioni di appassionati per ognuno. A queste si è
aggiunta l’interessante -seppur snobbata dal grosso pubblico- “24”:
una serie di 24 puntate che illustra in tempo reale un intero giorno (ogni
puntata è un’ora giornaliera) della vita del protagonista,
suo malgrado invischiato in pericolosi complotti; una serie di cui Rete
4 sta per trasmettere la seconda stagione (a partire da sabato 11 settembre).
Interessante poi gli exploit di altre due nuovi serial che, partiti in
sordina (ed in terza serata, su Italia 1), hanno raggiunto indici di gradimento
elevatissimi divenendo vere e proprie rivelazioni televisive di quest’anno:
stiamo parlando di “Nip/Tuck“ e “Six feet Under“.
La prima è una serie satirica e grottesca con protagonisti due
chirurghi estetici californiani che prende in giro la fragilità,
la vanità e la superficialità della gente.
La seconda,“Six feet Under“, è un titolo molto particolare
che da 2 anni è una serie di culto in America: un serial psicologico-comico-gotico
improntato su un irresistibile humor nero che narra le vicissitudini di
una famiglia di becchini; è stato definito “La Famiglia Addams
del 2000” ed in USA ha vinto molti premi e riconoscimenti. Infine
c’è una serie che ha avuto un riscontro di pubblico non eccezionale
ma costante: “Dead Zone”, programmato in seconda serata su
Rai 2 e ispirato all’omonimo romanzo di Stephen King, con un ex-professore
dotato di incredibili percezioni extra-sensoriali.
A partire da questo autunno, confermando l’attuale trend, oltre
alle conferme di serie di successo (la decima stagione di “E.R.”
ed i nuovi episodi di “I Soprano”, “C.S.I.”, “Smallville”,
oltre ai succitati “Dead Zone”,“Nip/Tuck“ e “Six
feet Under”), arriveranno ben 6 nuovi titoli mozzafiato:
The_Shield : la prima ad arrivare, in questi giorni
programmata su Italia 1 in seconda serata, è una serie poliziesca
dai toni molto duri e realistici, stile “N.Y.P.D Blue”, con
protagonisti poliziotti sulle strade alle prese con crimini di tutti i
giorni. In America ha fatto incetta di premi.
Without_a_Trace : da noi avrà il titolo
di “Senza Traccia” (su Rai 2), una serie incentrata su una
task force dell’FBI specializzata nel ritrovamento in brevissimo
tempo -48 ore massimo o il “missing” è perso- di persone
scomparse (probabilmente uccise) senza aver lasciato tracce, con agenti
dotati di eccezionali capacità cognitive.
Tru_Calling : Tru sarebbe il nome della protagonista,
una ragazza che si ritrova a lavorare in un obitorio e che scopre di avere
capacità metapsichiche avvertendo mentalmente i lamenti ed i racconti
delle persone uccise. Una sorta di “Il Sesto Senso” televisivo.
Cold_Case : serie su una detective particolare
il cui compito consiste nello scandagliare a ritroso crimini insoluti
da tempo e cercare nuove chiavi di lettura per risolverli. Le indagini
saranno raccontate in maniera assolutamente innovativa, come successe
anche per “C.S.I.”.
Line_of_Fire : interpretata da una delle protagoniste
del serial di culto “24”, questa serie -prodotta dalla Dreamworks
di Spielberg- si preannuncia molto battagliera e narra la lotta in Virginia
tra una potente associazione criminale ed una speciale task force di esperti
creata dall’FBI unicamente per sgominarla.
R.I.S._–_Delitti Perfetti : non poteva mancare
la risposta italiana a questa ondata di serie poliziesche americane di
nuova concezione. Protagonisti di R.I.S. (Reparto Investigazioni
Scientifiche) saranno gli agenti membri del nucleo speciale scientifico
dei Carabinieri (quelli –ad esempio- coinvolti nelle indagini sul
giallo di Cogne) in una fiction stile “C.S.I.”, prodotta da
Mediaset ed in onda su Canale 5 dal prossimo Novembre. A farle compagnia
c’è una ricca compagine di serial polizieschi italiani come
le nuove stagioni di “La Squadra” su Rai
3, “Distretto di Polizia” (il più
seguito tra i telefilm italiani) e la nuova fiction (da noi i serial si
chiamano così!!!) “Il Capitano”, entrambe
sulle reti Mediaset, mentre la Rai manda in onda le nuove "La
Omicidi" e “La Stagione dei Delitti”.
(Agosto
2004)
LA
TORRE NERA DI STEPHEN KING
E’
una notizia di poco tempo fa quella che riguarda l’interessamento
(con conseguente acquisto dei diritti di sfruttamento) da parte della
major cinematografica Dreamworks di Steven Spielberg della saga della
“Torre Nera” firmata dal re dell’ horror letterario
Stephen King.
L'interesse da parte di Hollywood per le opere di King è sempre
stato molto forte, a partire dal successo nei primi anni ’70 di
“Carrie” di Brian de Palma (il primo film tratto da una sua
opera) che fece accorgere tanto gli spettatori quanto i produttori di
cinema del talento visionario di questo scrittore del Maine; King ha imposto
un nuovo tipo di horror letterario, avendo il raro dono di saper focalizzare
i terrori dell’immaginario moderno (“Christine”,”Brivido”)
con quelli del subconscio (“Shinning”,”La Metà
Oscura”), giocando con le paure ataviche (quelle ad esempio del
buio oppure della memoria, vedi il monumentale “IT”) dei lettori,
coinvolgendoli in trame dallo stile fluviale con abbondanza di particolari
ma anche con ritmo incalzante e trascinante. Non a caso, nel corso degli
anni, quasi tutti i romanzi di King sono stati trasformati in film di
successo e praticamente nessuno degli scrittori contemporanei possono
vantare i suoi livelli, per numero di libri scritti, copie vendute (milioni
in tutto il mondo) ed adattamenti cinematografici tratti da essi (l’80%
della sua intera produzione letteraria).
Per i libri che mancavano all’appello di Hollywood ci ha pensato
la major Dreamworks, la quale sta producendo la riduzione cinematografica
(in fase di riprese) del romanzo "Il Talismano" ed ha acquistato
anche i diritti della saga de "La Torre Nera".
"La Torre Nera" (immaginata fin dai primi anni ’70 ma
iniziata ad essere pubblicata negli anni ’90) è una saga
pseudo-fantasy con cui King ha proposto una sua personale mitologia che
ha spiazzato non poco i suoi lettori, dove i mostri sovrannaturali presenti
nei vari capitoli non sono altro che un riflesso del male quotidiano.
Questa saga è una sorta di western medioevale, presentata come
un puzzle assurdo ai limiti del concepibile e narrata in una realtà
decadente senza tempo: un mondo semi-deserto popolato da umani, maghi,
non-morti, demoni e diviso in feudi dove tutta la realtà ruota
intorno ad una misteriosa ed antichissima torre oscura, crocevia di infiniti
mondi, le cui misteriose energie scorrono lungo antichi vettori che attraversano
il mondo. E grazie proprio alla misteriosa torre in questo mondo il tempo
si è fermato: ci sono innumerevoli porte per accedere in altri
mondi appartenenti a differenti epoche, in un marasma caotico fatto diversi
luoghi e spazi temporali. La saga si apre con la crociata di Roland, pistolero
solitario dalla mira infallibile nonché ultimo cavaliere del suo
mondo, che insegue il misterioso mago Morden, rifugiatosi proprio nella
Torre Nera. Per raggiungerla, Roland dovrà riunire una sorta di
strana pattuglia di pistoleri, raggiungendo attraverso i misteriosi portali
del suo mondo le altre epoche (rispettivamente il 1999, 1977, 1964) di
coloro che diventeranno i suoi compagni di viaggio: il drogato Eddie,
il ragazzino Jake, la paraplegica Susannah dalla doppia personalità
ed infine padre Calahan, uno dei protagonisti del libro “Le Notti
di Salem” che arriva nel mondo della torre subito dopo essersi ucciso
nelle ultime pagine del suddetto libro per non diventare un vampiro.
Strutturata da King in sette tomi (dei quali è uscito il sesto
e penultimo episodio "La Canzone di Susannah" mentre la saga
si concluderà definitivamente in Autunno con il tomo conclusivo,
probabilmente intitolato "La Torre"), l’opera della “Torre
Nera” è una sorta di esperimento per spingere all’estremo
la commistione di immaginazione/stile letterario, mettendo a dura prova
il comune senso di realtà da parte dei lettori. Essa è anche
un’occasione per lo scrittore di giocare con il proprio pubblico,
proponendo lo strano ed onirico mondo della Torre come un crocevia dell’intero
suo universo narrativo, citando ed inserendo in esso molti elementi dei
suoi precedenti libri (come, appunto, il personaggio di padre Calahan
oppure di Morden, demone presente anche ne “L’Ombra dello
Scorpione” col nome di Flagg) fino ad immergere perfino se stesso
nella narrazione quando i protagonisti del libro lo raggiungono nella
sua casa nel Maine.
Non sarà certo semplice “asciugare” ed adattare il
percorso onirico ed estraniante dell’opera di King per realizzare
un film per il grande schermo: il rischio di semplificare troppo e svilire
la storia è parecchio alto ma i suoi lettori sono fiduciosi ed
hanno accolto la notizia con molto entusiasmo. Sui forum di cinema americani,
infatti, si è già scatenato il toto-attore per il cast della
probabile trilogia cinematografica: nei panni dei protagonisti Roland,
Susannah, Eddie e Calahan sono stati indicati rispettivamente Hugh Jackman/Eric
Bana, Halle Berry, Orlando Bloom e Anthony Hopkins/Ian McKallan.
(Luglio
2004)
REMAKES
HOLLYWOODIANI DI FILM ORIENTALI
E’
il nuovo fenomeno di Hollywood: una febbre orientale ha contagiato tutte
le major americane che si stanno approntando a produrre una valanga di
remakes di film della terra del sol levante.
Per la nuova stagione 2005 il cinema americano, da parecchio tempo a corto
di idee originali, nella sua costante ricerca di successi commerciali
sta volgendo lo sguardo verso il cinema d’oriente, acquistando i
diritti di oscuri (o quasi sconosciuti) film giapponesi, cinesi e coreani
per rifarli con attori ed ambientazioni americane.
Le prime avvisaglie di questo fenomeno sono stati i film “The Ring”
di Verbinsky (di cui si sta preparando il sequel) e “Chinese Odissey
“ di Chow ma sono una dozzina circa (solo per ora) i progetti annunciati
per il nuovo anno di remakes americani.
Tom Cruise ha acquistato i diritti del thriller “The Eye”
che produrrà; la regista Audrey Wells (“Under the Tuscan
Sun”) ha adattato il musical giapponese “Shall We Dance?”
(storia di un grigio impiegato che ritrova la gioia di vivere grazie all’incontro
casuale con una donna in una ballroom) con Richard Gere e Jennifer Lopez,
Susan Sarandon e Stanley Tucci; la cantante Madonna sta producendo il
remake di “My Sassy Girl”, una commedia romantica di enorme
successo in Corea mentre Robert DeNiro e Benicio del Toro reciteranno
insieme nel remake dell’adrenalinico poliziesco giapponese “Chaos”,
prodotto dall’Universal; la Warner invece ha opzionato l’horror
d’azione, campione di incassi ad Hong Kong, “Infernal Affairs”
che sarà interpretato da Brad Pitt e diretto da Martin Scorsese;
sempre la Warner produrrà i remakes dei film coreani “Il
Mare” e “Marryng the Mafia”, quest’ultimo titolo
è una commedia su un poveraccio che si sposa a sua insaputa con
la figlia di un boss della Yacuza (il protagonista dovrebbe essere Adam
Sandler); la MGM ha comprato i diritti per “Hi Dharma!”, commedia
cinese con un gruppo di gangster che si nascondono in un monastero; ci
sono poi i rifacimenti dei film d’azione al femminile “No
Blood, No Tears”, “Princess Blade” e l’horror
“Isola” (su una ragazza dotata di 36 personalità diverse,
alcune delle quali con devastanti poteri paranormali) interpretato da
Cate Blanchett, tutti prodotti dalla Dreamworks; infine, la commedia d’azione
“My Wife is a Gangster” della Miramax, che sarà diretta
da Robert Rodriguez (probabilmente con Antonio Banderas e Salma Yanek).
(Luglio
2004)
MARLON
BRANDO, L’ULTIMO SELVAGGIO DI HOLLYWOOD
Il cinema
che fu, quello degli anni d’oro di Hollywood, è ormai quasi
scomparso: gli attori della vecchia generazione hanno lasciato il posto
a quelli della nuova scuola che spesso guardano con nostalgia, stima ed
ispirazione le interpretazioni dei grandi attori del passato. Ormai i
legami con i tempi in cui fare cinema veniva considerata ancora un’arte
e non solo una mera operazione commerciale sono quasi tutti recisi; e
facendo queste riflessioni nostalgiche, noi patiti di un cinema classico
che non esiste più ci sentiamo ora un pò più soli,
visto che nella notte tra gli scorsi 1 e 2 Luglio se ne è andato
un altro grande di Hollywood, Marlon Brando. Icona del cinema classico
e moderno, Brando era definito “il Selvaggio” di Hollywood,
una nomea mutuata dal titolo di uno dei suoi film più famosi che
ben si adattava al suo carattere spigoloso e riservato ma che, altresì
come personaggio dello starsystem, non lo definiva affatto come persona.
Di certo era un ribelle, ma non autodistruttivo o nichilista come questo
termine vorrebbe indicare bensì insofferente al clima dorato e
superficiale dell’industria Hollywoodiana, ambiente che frequentava
per lavoro –visto la sua grande passione per la recitazione- ma
che mal sopportava per il resto, standone fieramente lontano in una scelta
di vita lontana dai clamori e gelosa della propria privacy. Con Marlon
Brando si impose un nuovo tipo di recitazione, quello dell’Actor’s
Studio, estremamente realistico, ruvido e privo di orpelli o “vezzi”
interpretativi, basato sul metodo di identificazione totale del personaggio
attraverso uno studio dettagliato che l’attore faceva su di esso
e che rese famosi anche altri suoi compagni di corso (nonché amici)
come James Dean e Jack Nicholson. Brando sommava ad una cura dei dettagli
anche un talento innato nella recitazione: era uno di quei pochi attori
in grado di esprimere il carattere di un personaggio o sottolinearne alcuni
aspetti da pochi, studiatissimi movimenti: come non ricordare in questo
senso, le due grandissime interpretazioni di Don Vito Corleone in “Il
Padrino” oppure il colonnello Kurtz in “Apocalypse Now”?
Personaggi “vivi” ed affascinanti che Brando interpreta con
tutto se stesso: con il corpo, i movimenti, la voce, gli occhi, i tic…
Ma al di là di queste interpretazioni che rappresentano la “summa”
di tanti anni di esperienza, quello che rendeva Brando un attore inarrivabile
era anche la sua presenza di scena: forte, ruvida, ricca di personalità
ed, al tempo stesso, polivalente. Brando era capace infatti di “imbrigliarla”,
per non essere prigioniero di uno stesso archetipo di personaggio, cambiando
registro a seconda della storia e delle esigenze del film in cui lavorava
e collezionando nell’arco della sua carriera una ricca gamma di
personaggi: dal motociclista ribelle e romantico in “Il Selvaggio”
al malinconico scaricatore portuale di “Fronte del Porto”;
da Giulio Cesare nell’omonimo film al vice-ammiraglio dubbioso ne
“Gli Ammutinati del Bounty”; dall’avventuriero in “Queimada”
all’alcolizzato sconfitto dalla vita di “Ultimo tango a Parigi”
e persino gangster canterino nella commedia musicale “Bulli e Pupe”
e fascinoso Jor El, padre di Superman, nell’omonimo kolossal del
1978 per la cui interpretazione conseguì il record di cachet dell’epoca
(un milione di dollari al minuto). Cercò di proteggere per tutta
la vita, fino all’ultimo, la sua privacy e quella della sua famiglia,
guardando quasi con divertito distacco il suo divenire mito di riferimento
di tantissimi attori ed appassionati di cinema. Eppure, negli ultimi anni,
la stessa stampa, i mass media e la curiosità della gente che lo
avevano posto su un piedistallo lo scalzarono malamente quando fu travolto
da varie tragedie familiari che ne hanno segnato la serenità e
la salute. I problemi di droga e violenza del primogenito che uccise il
fidanzato della sorella minore, fragile tossicodipendente ed anoressica,
la quale si suicidò 2 anni dopo. La vergogna di dover finire in
tribunale a testimoniare nel processo contro il figlio, le enormi spese
legali che ne hanno dilapidato il patrimonio. Tutti elementi di una triste
vicenda familiare che fu acuita dai riflettori dei mass media come famoso
“caso” umano ma dimenticando il suo ruolo di grande attore.
Triste la parabola discendente di un Brando/mito decaduto che ormai ingrassato
a dismisura, per fronteggiare le spese, dovette accettare ruoli in film
infimi (come “Il Boss e la Matricola” -dove fa la parodia
di se stesso ne “il Padrino”- oppure “L’Isola
Perduta”) ma anche, nelle sue ultime interpretazioni, film in cui
diede grandi prove di attore come i mediocri (ma nobilitati dalla sua
presenza) “Don Juan De Marco” ed “Il Coraggioso”,
diventando amico di un giovane attore come Johnny Deep, definito poi come
suo naturale erede. Degna di nota per la sua eredità artistica
l’apparizione finale di carriera nel film “The Score”
dove Brando lascia al mondo un’ultima, amara interpretazione nel
ruolo di un uomo che ha avuto tanto dalla vita ma che ha anche da essa
perso molto, in una sottile e triste commistione tra realtà ed
invenzione cinematografica.
(Luglio
2004)
FILM
ITALIANI CHE NON RIESCONO AD USCIRE
Nonostante
la recente ripresa, i film del cinema italiano non solo faticano a guadagnare
qualcosa al box-office ma a volte non riescono neanche ad arrivare nelle
sale. La rivista “Il Giornale dello Spettacolo” ha denunciato
qualcosa come oltre una cinquantina di lavori prodotti negli ultimi 2-3
anni e “congelati”, cioè in attesa di distribuzione,
scavalcati dalle maxi-uscite (ovvero in elevato numero di copie che saturano
le sale) di film americani o di film italiani con grosse aspettative di
mercato (tipo “Vacanze sul Nilo”). Spesso i film congelati
sono opere prime di registi emergenti oppure pellicole indipendenti realizzate
con i contributi statali: prodotti troppo anonimi o poco interessanti
per i distributori italiani che preferiscono non investirci troppe risorse
puntando piuttosto su film più “sicuri”, tipo i cosiddetti
film-panettone distribuiti a Natale. Altro fenomeno collaterale è
quello dei film “regionali”, cioè quelle pellicole
indipendenti che riescono sì ad uscire in sala ma a carattere “locale”,
venendo distribuiti nei cinema di una sola regione: esaustivi sono gli
esempi di film come “Laura sono io”, piccolo campione d’incassi
solo nella città di Roma, oppure “Lacapagira”, interessante
opera prima di Alessandro Piva (regista del film “Mio Cognato”)
che fu proiettata inizialmente in un cinema di Bari ed in seguito, visto
il tam-tam degli spettatori, distribuito in tutta la regione Puglia, prima
che si accorgesse di questo film la Lucky Red che ha poi distribuito il
film nel circuito delle sale d’essai in tutta Italia. Questi non
sono dei casi limite perchè gli esempi abbondano di tante pellicole
prodotte con pochi soldi e pochi mezzi e che vengono distribuiti in ambito
regionale o provinciale o addirittura escono alla chetichella in una sola
città, ad opera degli stessi produttori che portano a mano le pizze
del film ad ogni singolo esercente: ci sono ad esempio film come “Stranieri”,
distribuito nelle province di Lecce e Brindisi (con un exploit significativo
di oltre 10.000 spettatori) o ancora “Il Latitante”, “Zana”
ed “Il Barone di Melissa” visti solo nella provincia di Foggia.
Ovviamente la speranza per tutti è che alla distribuzione casalinga
segua una ufficiale e nazionale ma le speranze –a torto o a ragione-
quasi sempre affondano in un mare di sfiducia ed anonimato. L’avvento
poi della tecnologia digitale ha anche abbattuto i costi e moltiplicato
la produzione di cinema fatto in casa, con una schiera di giovani cineasti
indipendenti che propongono ai grandi e piccoli distributori le loro opere
dai budget risicatissimi. Certamente il panorama underground di nuovi
autori è più vivace e creativo rispetto a quello di 10 anni
fa ma, solita riflessione, se esso non è né recepito né
supportato da esercenti ed addetti ai lavori non avrà mai possibilità
di crescere ed affermarsi, affiancando ed avvicendando le solite e “blasonate”
produzioni italiane.
Tra le pellicole in attesa di essere distribuite nei cinema ci sono ben
2 film dell’attore pasoliniano Sergio Citti: “Cartoni Animati”
(con lo showman Fiorello) e “Fratello e Sorello” (con Claudio
Amendola); poi “A Luci Spente” di Maurizio Ponzi (con Giulio
Scarpati e Guliana De Sio); “Stai con Me” di Livia Gianpalmo
(con Giovanna Mezzogiorno ed Adriano Giannini); “Il Giardiano delle
Nuvole” di Luciano Odorisio (con Alessandro Gassman); “L’Amore
e cieco” di Fabrizio Laurenti (con Massimo Ghini, Giuliana De Sio,
Massimo Weirtmuller, Renzo Arbore);“Rua Alguem” di Egidio
Eronico (con Charlton Heston); San Nicola di Vito Giuss Potenza (con Andrea
Giordana e Massimo Dapporto); “Bianco Scarlatto” dei fratelli
Macrì (con Franco Nero) e “35 Millimetri”, opera prima
del giovane Vito Palumbo.
(Giugno
2004)
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