Rubrica a cura di Paolo Pugliese

 

 
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LA FILOSOFIA WESTERN ED I NUOVI FILM DI FRONTIERA

Spunto per questo articolo è la nuova ondata di film western che sta caratterizzando questa stagione cinematografica del 2004.
Il giornalista dell’Espresso Lorenzo Soria ha scritto tempo fa un bell’articolo sul cinema western con delle riflessioni molto interessanti che mi permetto di citare nel mio piccolo spazio. Soria si poneva una domanda: perché nell’era della digitalizzazione, della grafica 3-D e degli effetti speciali, un uomo in sella a un cavallo in mezzo a praterie sconfinate riesce ancora ad affascinarci? La risposta potrebbe essere quella dell’attore Kevin Cosner (con 4 western nella sua filmografia): quello del West ci affascina perché è un genere di film “essenziale”, con un mondo duro ed irto di difficoltà ma anche libero ed ignoto, fatto di terre da esplorare, sfide da affrontare ed anche scelte da fare che pongono lo spettatore davanti ad un dilemma: “sarei capace di comportarmi in quel modo se fossi nelle medesime circostanze?”.
Questo interrogativo ci porta a riflettere più profondamente sugli elementi di fascino del cinema western: nella società moderna siamo abituati, forse anche troppo, a mediare ed a ricorrere a soggetti a noi esterni (come, ad esempio, la polizia o gli avvocati) quando ci troviamo in difficoltà. L’uomo del West, invece, doveva fare scelte più scomode ed essenziali, scelte tra bene o male, tra coraggio o vigliaccheria, contando solo sulle proprie forze.
Inoltre, il mondo del vecchio West è un manifesto della sfida uomo-natura, delle conquiste e delle lotte per la sopravvivenza dove contano solo i bisogni ed i sentimenti primari. In un’era moderna e globalizzata come la nostra, dove la società si è adagiata mollemente sulle comodità offerte dal progresso e vive in città iper-urbanizzate, certamente guardiamo con occhio malinconico al passato, a tempi più duri in cui l’uomo doveva misurarsi in maniera più pura (cioè senza l’ausilio della tecnologia) con le difficoltà del mondo, cercando di superare ogni volta determinati confini e limiti (in senso figurato e non) e varcare nuove frontiere, esternando così la propria libertà.
Forse è questo che piace e che rende il western un genere cinematografico immortale e capace di tornare ciclicamente nelle sale: quel senso di sfida, di libertà anarchica e catartica che quei film trasmettono a noi poveri spettatori mortali, ancorati a piaceri e dolori della nostra vita suburbana.
Il western è anche il genere che più di ogni altro ha contribuito a diffondere nel mondo un’idea di America fatta di paesaggi maestosi e sconfinati, popolata da gente onesta e coraggiosa che, contro tutte le avversità, riusciva a far trionfare sempre gli ideali di giustizia e libertà. La storia ci insegna che non è proprio così ed il cinema classico -fatto di film con John Wayne e Gary Cooper e registi come John Huston ed Howard Hawks che esprimevano un’America ancora “innocente” prima del Vietnam o del Watergate- dovette lasciare il posto ai western revisionisti degli anni ’70, film duri come “Piccolo Uomo”, “Soldato Blu”, “Il Mucchio Selvaggio” popolati sia da personaggi brutti, sporchi e cattivi sia da indiani finalmente liberati dal cliché di selvaggi, urlanti ed assassini di pacifici coloni (che però invadevano le loro terre…). Fu anche la stagione degli spaghetti western che rappresentarono tanto un altissimo picco di popolarità di un genere ormai logoro dal tempo quanto, quasi, il suo canto del cigno con la progressiva scomparsa di produzioni ad Hollywood inerenti il mondo della frontiera.
Comunque, il western resta sempre una lente d’ingrandimento importante e quasi indispensabile per osservare e capire l’America di ieri ma anche quella di oggi: un’America guidata da un presidente-cowboy texano che invade un altro stato sovrano accusandolo di terrorismo; un’America anche incerta ed impaurita, che si sente circondata da nemici veri o immaginari.
Probabilmente è per questo clima di dubbio e paura che un genere cinematografico come quello western, “forte” e ricco di certezze marcate e nette (bianco o nero, buono o cattivo), può tornare di moda con tante e nuove produzioni, arricchite da contaminazioni varie.
E’ il caso de “L’Ultimo Samurai”, una sorta di western ambientato nella terra del sol levante dove il protagonista, l’americano Tom Cruise, dà lezione di democrazia a samurai ed imperatori. Oppure -attualmente sugli schermi- un melò bellico con cliché del western
come “Ritorno a Could Mountain” e il più classico, duro e puro, film di cowboy come “Open Range-Terra di Confine” di e con Kevin Cosner.
Ed è solo la punta dell’iceberg, con un imminente e grosso rilancio da parte di Hollywood del filone western con la riproposta della classica lotta tra bene e male.
In programmazione ad esempio “Oceano di Fuoco-Hidalgo”, western su un’epica corsa a cavallo lungo il deserto con un cowboy americano che sfida i Tuareg, interpretato da Viggo Mortesen (la star de “Il Signore degli Anelli”), a seguire “The Missing” diretto da Ron Howard (“A Beautiful Mind”, “Apollo 13”) con Cate Blanchett e Tommy Lee Jones nel ruolo di due genitori che inseguono un gruppo di Apache rapitori di bambini ed infine “The Alamo” che racconterà il massacro di Davy Crockett e 200 soldati americani ad opera degli indiani, con Dennis Quaid e Billy Bob Thornton.
In futuro, arriveranno nuove produzioni attualmente in fase di lavorazione come “The Broeback Mountain”, western curioso ed anti-macho diretto da Hang Lee (“La Tigre ed il Dragone”,”Hulk”), interpretato da Colin Farrell e con una storia d’amore gay tra due cowboy. Ci saranno, comunque, anche prodotti più “classici” come il remake del capolavoro di Sam Peckinpah “Il Mucchio Selvaggio” e soprattutto “Last Ride West”, film sulla corsa all’oro in California diretto ed interpretato da un mito del cinema western come l’inossidabile Clint Eastwood.

(Marzo 2004)

IL VIAGGIO IN MOTOCICLETTA DEL “CHE”

Quest’anno, alla 24esima edizione del Sundance Film Feastival, kermesse del cinema indipendente americano organizzata dall’attore Robert Redford, è stato presentato in anteprima mondiale “The Motorcycle Diaries”: l’attesissimo film diretto da Walter Salles (“Central do Brasil”) che racconta gli anni giovanili e la presa di coscienza politica da parte di Ernesto Cheguevara. Il film narra il lungo viaggio fatto in motocicletta, una scalcinata Norton 500 detta “La Poderosa”, fatta dal Che, allora 23enne studente di medicina, insieme all’amico biochimico Alberto Grenado nel continente latino-americano.
Il film, che ha suscitato applausi e commozione da parte dei veterani della generazione del ’68 “innamorata” del rivoluzionario, è stato realizzato con la supervisione del giornalista Gianni Minà ed è tratto dai libri e diari scritti a quattro mani dal “Che” e dall’amico Grenado, che oggi ha 83 anni e vive all’Avana. “The Motorcycle Diaries” è solo il primo di una serie di futuri progetti cinematografici inerenti la figura di Che Guevara (in produzione, infatti, anche il nuovo film di Terence Malick, il regista de “La sottile Linea rossa”) ma sarà il film di Salles a ricostruire la gioventù del Che, attraverso il viaggio in moto di 8 mesi che rappresenta per un allora giovane studente, asmatico, senza un filo di barba e proveniente da un’agiata famiglia argentina, anche una sorta di rito di passaggio, un viaggio di formazione e conoscenza delle ingiustizie del mondo: dai minatori del Cile ai lebbrosi di San Pablo, dalle sopraffazioni della polizia in Argentina ai contadini perseguitati perché comunisti in Venezuela, fino al Machu Picchu degli Incas.
Il film è un ritratto giovanile del Che Guevara, un film sull’uomo Guevara prima che divenisse il “Che”; un film che lo spoglia del manto di icona di due generazioni, cercando di ritrarre, con lirismo e verità, una figura da “rileggere” -nella sua complessità- come persona ed idealista, attraverso un viaggio giovanile. Personalmente, non vediamo l’ora di gustarci questo film al cinema che, qui in Italia, non ha ancora una distribuzione.

(Marzo 2004)

L’ONDATA DEI FILM SULL’ARTE DELLA GUERRA

Si sa, la vita è un continuo processo di flussi e riflussi.
Tornano periodicamente alla ribalta mode, cliché, trend vari e generi letterari aggiornati ai tempi attuali, in un rimando continuo con il passato. Il cinema non sfugge a questo fenomeno, aggiornandosi ciclicamente con film di genere che riflettono sempre il clima sociale, politico ed economico del mondo.
Non è un mistero, quindi, che in un clima come questo di forte crisi globale, sia estremamente gettonata sul grande schermo la figura del guerriero, protagonista di gesta epiche.
Facciamo un piccolo passo indietro: l’eco dell’11 settembre, l’occupazione USA in Iraq, la minaccia di attacchi terroristici sono tutti elementi che hanno portato un pesante clima di inquietudine legato alla guerra; sarà il bisogno di esorcizzarlo oppure sarà il più banale sfruttamento da parte di Hollywood di un argomento sotto i riflettori ma tant’è che, attualmente, va molto di moda il cosiddetto film epico.
Ed infatti nei nostri cinema sono già passate pellicole marziali come “Master & Commander”, “L’Ultimo Samurai”, “Ritorno a Could Mountain” (con una delle scene di guerra più cruenta e realistica mai realizzate) ed altri film del genere arriveranno presto. Naturalmente, parliamo di film focalizzati su eroi indomiti e rigorosi, protagonisti di vicende bellico-storiche il cui interesse passa in secondo piano rispetto alla figura stessa dei personaggi: tutti eroi belli, coraggiosi e rassicuranti.
Le storie narrate sono naturalmente prive di particolari riferimenti politici ed ideologici, contano solo le gesta in sé dei protagonisti, sfruttando ed appagando l’interesse dello spettatore per qualcosa attinente ad un argomento di estrema attualità come la guerra. Nient’altro di più, nient’altro di meno.
Non è infatti un caso che tutti i progetti di questo tipo sono stati ideati, pianificati e realizzati dopo l’attacco alle Torri Gemelle.
Gli americani hanno bisogno di esorcizzare il timore di un conflitto attraverso la sua rappresentazione ed hanno anche bisogno di mostrare della guerra l’aspetto più eroico e sacrificale, quello che esalta il ruolo della gente comune che poi va a vedere i film.
La guerra è una delle poche occasioni in cui gli umili, gli emarginati ed i poveracci hanno una possibilità di riscatto per mostrarsi eroici, per compiere un gesto memorabile.
Un tipo di interesse demagogico in cui l’industria del cinema ha sempre prosperato sfruttando gli umori del momento.
La guerra, o la cosiddetta epica legata alla guerra, in tempi di crisi internazionali vende parecchio: come non ricordare, ad esempio, l’ondata di film bellici e patriottici che invase i cinema dopo la fine della seconda guerra mondiale?
Non sarà quindi un caso neanche stavolta se, nei prossimi mesi, molte produzioni hollywoodiane arriveranno proponendo gesta di scontri e di guerre: imminenti ad esempio sono “Troy” di Wolfgang Petersen, “Gods and Generals” di Ron Maxwell, “Alexander the Great” di Oliver Stone, “Tristan & Isolde” di Kevin Reynolds oltre a progetti ancora sulla carta come “Kingdom of Heaven” sulle crociate in terra santa per la regia di Ridley Scott oppure il film sul generale Annibale con la superstar Vin Diesel.

(Febbraio 2004)

ANGELS IN AMERICA

Arriverà tra qualche mese anche in Italia Angels In America, il film per la Tv più atteso dell’anno.
Un film che narra eventi veri accaduti in America negli ultimi 50 anni (il Macartismo, la segregazione razziale, l’Aids, le manifestazioni pacifiste contro la guerra in Vietnam) attraverso gli occhi di alcuni angeli custodi.
Interpretato da un cast stellare (Al Pacino, Emma Thompson, Meryl Streep), Angels in America è un film per la televisione dal costo record di 60 milioni di dollari diretto dal grande regista Mike Nichols (Il Laureato) con uno staff di premi oscar: il tecnico degli effetti speciali Edlund, Ann Roth ai costumi, Thomas Newman alle musiche.
Da noi, il film sarà programmato per le sale cinematografiche ed essendo una mini-fiction di 6 ore, nel trend inaugurato da film come Killl Bill o Matrix, sarà distribuito in due tranches di tre ore ciascuno, programmati a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro.
Angel in America è un film ambientato a metà anni ’80 e sembra essere diventato una sorta di esame di coscienza collettivo per l’America. Un excursus dall’era reganiana (ricordate il celebre “edonismo reganiano”, insieme al “Rambismo”, emblema della violenza culturale dell’America di quegli anni?) con una galleria di personaggi (realmente esistiti) appartenenti a minoranze etniche, sociali, religiose e con riflessioni sulla storia contemporanea degli Stati Uniti e rimandi perfino all’era macartista.
E’ più che evidente -e questo film ne è un chiaro segno- che l’America attuale sta passando una fase di grande autocritica a causa della controversa politica del Presidente Bush, le cui decisioni in ambito internazionale sono state additate come una delle cause della recente ondata di attentati terroristici.

(Febbraio 2004)

IL MOBBING AL CINEMA

Mai fino ad ora un film ha saputo così bene fotografare una realtà scomoda e contemporanea come quella del Mobbing: un odioso e sempre più diffuso meccanismo di sopraffazione del lavoratore all’interno di un’azienda, basato sulla sua progressiva dequalificazione professionale ed isolamento (spessissimo ad opera delle sfere dirigenziali ma anche degli stessi colleghi) attraverso occupazioni sempre meno professionali e più umili.
Il film in questione è “Mi Piace Lavorare”, un opera indipendente ed a basso costo realizzata da Francesca Comencini, il quale è uno spietato atto di accusa sulla spersonalizzazione del lavoratore medio che si ritrova da solo e non tutelato a fronteggiare un meccanismo aziendale che aggira la legge a danno della persona stessa e del suo legittimo ed inalienabile diritto al lavoro.
Il film narra di come un’azienda con la filosofia della flessibilità, nell’impossibilità di licenziare la protagonista -impiegata di terzo livello e tutelata dalla legge per le sue condizioni familiari- tenti di obbligarla a rassegnare le proprie dimissioni spingendola gradatamente alla disperazione con mansioni sempre più umili, togliendole alla fine ufficio, scrivania e computer, il tutto sotto gli occhi indifferenti dei propri colleghi.
La regista Comencini ha realizzato insieme all’attrice Nicoletta Braschi (che quando si disimpegna dai film del marito Benigni si rivela essere una brava interprete) un film molto vero, interessante ed efficace sul lavoro negato e sulla spietata politica industriale contemporanea tesa ad annullare, per i propri fini ed interessi, la figura del lavoratore singolo, visto -ed in parecchi casi usato- come pedina sacrificabile.
Questo vergognoso e degradante fenomeno umano, fortemente indicativo del clima odierno di disagio sociale, è una vero e proprio atto di persecuzione sul luogo di lavoro che nasce dalla costante opera di flessibilità da parte delle aziende (mascherata spesso e volentieri come “miglioramento” oppure “ottimizzazione delle risorse umane”) e che non fa altro che “impoverire” il lavoratore medio favorendo elementi come la paura del licenziamento, l’arrivismo e l’ipocrisia presenti in ufficio, l’indisponibilità dei superiori, l’omertà dei colleghi senza capire la fondamentale verità che un lavoratore felice è anche un lavoratore maggiormente produttivo.

(Febbraio 2004)

GOLDEN GLOBE AWARDS: I VINCITORI

Alla premiazione dei Golden Globes di quest’anno, da sempre considerata anticamera degli Oscar, hanno trionfato due film molto diversi tra loro: “Il Ritorno del Re”, produzione epica e mastodontica, e “Lost in Traslation”, film indipendente con un budget di appena 4 milioni di dollari, i quali hanno vinto rispettivamente 4 e 3 Globe per ciascuno.
I vincitori alla cerimonia sono stati:

Miglior film drammatico: Il Ritorno del Re
Miglior commedia: Lost In Translation
Miglior regista: Peter Jackson (Il Ritorno del Re)
Miglior sceneggiatura originale: Sofia Coppola (Lost in Translation)
Miglior attore comico: Bill Murray (Lost in Translation)
Miglior attrice comica: Diane Keaton (Tutto può accadere)
Miglior attore drammatico: Sean Penn (Mystic River)
Miglior attrice drammatica: Charlize Theron (Monster)
Miglior attore non protagonista: Tim Robbins (Mystic River)
Miglior attrice non protagonista: Renee Zellweger (Could Mountain)
Miglior attore ed attrice per film TV: Al Pacino e Meryl Streep (entrambi per Angels in America)
Miglior film straniero: Osama di Sedigh Barmak
Miglior colonna sonora originale: Il Ritorno del Re
Miglior canzone da film: “Into the West” di Annie Lennox (Il Ritorno del Re)
Miglior serie televisiva comica: Office
Miglior serie televisiva drammatica: 24

(Gennaio 2004)

QUESTO PESSIMO NATALE CINEMATOGRAFICO

Le vacanze natalizie ormai sono lontane ed è tempo di farci due conti in tasca.
Questo Natale è stato a dir poco atroce per quanto riguarda l'offerta cinematografica.
Davvero poca, infatti, la scelta effettiva di film da vedere per chi ama il cinema diverso dalle classiche pellicole-panettone (Salemme, Pieraccioni, Boldi & De Sica) programmate ciclicamente durante le feste e che quest’anno l'hanno davvero fatta da padrone, occupando la maggior parte delle sale italiane.
Una programmazione natalizia mediocre più del solito, pensata soprattutto per “accalappiare” il pubblico natalizio che, per antonomasia, è considerato meno attento e meno esigente.
Le scelte migliori sono state limitate giusto ad un paio di film (Master & Commander, Lost in Translation) ed un paio di cartoni (Finding Nemo e Sinbad); per il resto, i film in programmazione si sono rivelati roba tanto pompata quanto mediocre (Mona Lisa Smile, La Macchia Umana, In the Cut, Hollywood Homicide, Looney Tunes) mentre film alternativi, validi ed interessanti (Kitchen stories, Dogville, le Invasioni Barbariche e Opopomoz) sono stati stroncati in partenza da una distribuzione miserrima e poco attenta.
Insomma, a nostro avviso, per livello qualitativo dei film proposti questo è stato uno dei Natali peggiori da diversi anni a questa parte; ma c'è una notizia di fondo che fa ben sperare per il futuro: dopo anni di incontrastato predominio ai botteghini da parte della solita comicità caciarona di "Natale in India", sempre uguale a se stessa e riproposta stancamente ogni 12 mesi, pare che l'era di Boldi e de Sica stia tramontando.
Il loro film ha avuto un'ottima partenza (complice pure le tantissime copie in circolazione) ma si è sgonfiato ben presto grazie al tam tam degli spettatori che lo hanno trovato noioso e poco divertente, spargendo le voci negative e preferendogli alla fine e di gran lunga l’ultima fatica di Pieraccioni che, con la metà delle copie, lo ha superato ad incassi.
Natale in India” ha guadagnato comunque molto ma non ha sbancato al botteghino come negli anni passati, raggiungendo le cifre a cui i suoi produttori erano mollemente abituati.
Non gioiamo particolarmente di questa piccola caduta, ma siamo contenti se c’è un’inversione di tendenza da parte del pubblico verso un fenomeno cinematografico tanto becero ed ozioso quanto superato e ripetitivo come la serie di “Vacanze di Natale”, per il semplice fatto che, se cambiano le preferenze del pubblico (da anni progressivamente sempre più stanco dei limiti e della pochezza del nostro cinema) i vari produttori, sceneggiatori, registi ed attori non potranno che prendere atto della cosa e sforzarsi di sviluppare nuove idee e rischiare di più, per rilanciare una produzione cinematografica nostrana il cui panorama è sempre più asfittico.

(Gennaio 2004)

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