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L’albergo
si erige maestoso e delegante in alto sulla montagna, una rinomata
meta turistica della regione americana del Maine ma, nei lunghi
mesi d’inverno, resta isolato dal resto del mondo. La neve
non permette vie di accesso né comunicazioni.
Stiamo
parlando, naturalmente, del mitico Overlook Hotel: sinistra dimora
di indicibili delitti nascosti negli abissi del passato nonchè
edificio costruito su un antico cimitero indiano ed infestato da
pulsioni maligne e violente con le quali dovrà suo malgrado
avere a che fare Jack Torrence -scrittore in crisi che accetta il
posto di guardiano invernale per trovare il tempo e la pace necessari
a concludere il suo nuovo romanzo- il quale si trasferisce con la
moglie Wendy ed il figlio Danny.
Molti sono i fatti di sangue accaduti nell’albergo che è
ormai posseduto da inquietanti presenze le cui manifestazioni sono
intercettate da Danny: il bambino è in grado infatti di “vedere”
cose al di là delle apparenze grazie al suo potere precognitivo,
chiamato “luccicanza” (“Shining” appunto).
Ciò però non impedirà al suo genitore Jack,
lungo il dipanarsi inesorabile del film, di diventare tanto vittima
quanto aguzzino del sinistro albergo, progressivamente travolto
dalle sue influenze che lo porteranno alla follia fino a minacciare
la vita della moglie e del figlio.
Tratto
da un famoso libro di Stephen King,”Shining” è
un film che rispetta tute le regole del cinema nero ed horror (il
prologo pacifico ma già percorso da linee angoscianti, le
prime apparizioni, il crescendo verso il delirio) ma è anche
qualcos’altro: un racconto sulla vita e sulla continuità
del tempo, una metafora di un orrore psichico in ambito familiare
che parte dalla mente e diventa sempre più reale, in un ciclo
infinito che continuerà per sempre (come dicono le presenze
delle due gemelle al piccolo Danny: “Vieni a giocare con noi,
per sempre, per sempre…”) con una variazione interessante
del tema del labirinto, rappresentato dalle viscere dell’albergo
con i suoi lunghissimi corridoi e gli spazi interni ed esterni ampi
e deserti.
Il
regista Stanley Kubrick ha analizzato, smontato e ricostruito tutti
gli elementi del romanzo di King (che prese le distanze dal film)
secondo una sua personale visione della storia che finisce per differire
molto dall’originale. La storia viene asciugata fino a scoprire
le sue linee principali ed in seguito decostruita con rigore formale
da Kubrick attraverso un’attenta e pianificata invenzione
visionaria grazie all’uso magistrale di cinepresa, montaggio
e musiche.
Il film è costruito ad arte da Kubrick il quale, con maniacale
attenzione per ogni singolo particolare, gira un complesso shock
visivo-emotivo ideato per turbare gli spettatori che slittano insieme
ai protagonisti del film dentro un progressivo incubo metafisico
apparentemente senza possibilità di scampo.
“Shining” è una di quelle rare pellicole che
rimane scolpita nella memoria degli spettatori, un thriller parapsichico
che vira verso l’horror più puro, con momenti di straordinaria
efficacia: le apparizioni occulte dietro ogni angolo,la soggettiva
del bambino sul triciclo lungo i corridoi dell’albergo mentre
la steadycam (usata per la prima volta proprio in questo film) lo
incalza muovendosi come un serpente che scivola sul pavimento e
poi, ancora, le porte dell’ascensore che traboccano sangue,
la stanza n.237, l’urlo di Shelley Duval barricata in bagno,
la corsa disperata sotto la neve nel labirinto di siepi, la festa
eterna degli anni ’30 e, naturalmente, l’ascia ed il
ghigno mefistofelico di Jack Nicholson.
La
catarsi della complessa costruzione narrativa e di atmosfera del
film coincide proprio con la furia del personaggio di Nicholson,
folle ed inesorabile. L’attore, merito dell’attenta
direzione di Kubrick, raggiunge il picco più alto della sua
arte recitativa ed istrionica ma, alla fine, il vero protagonista
del film è un altro: il monolitico, oscuro Overlook Hotel
dove voci, visioni, grida e sangue opprimono e rincorrono sempre
più implacabili i tre protagonisti. Uno cadrà ma gli
altri due sopravvivranno e fuggiranno dall’albergo il quale,
dopo aver inglobato Jack nella sua tela, attenderà tranquillamente
altri visitatori.
Ma, anche, altri spettatori della sua visione che regala uguale
ed immutata angoscia dal 1980 ad oggi.
Marco
Scaligeri
2005
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