SAMSUNG KOREA FILM FEST 2008

Recensioni Film - 4

 

 

 

BEAUTIFUL SUNDAY

Titolo Originale: Byutipul Seondei
Genere: Thriller
Regia: Kwang-Kyo Jin
Sceneggiatura: Jin Gwang-Gyo, Kim Kwon-Tae
Cast: Park Yong-Woo, Namgung Min, Min Ji-Hye, Park Byeong-Eun, Lee Ki-Young, Oh Jeong-Se, Kim Dong-Ha, Kim Byeong-Ok.
Nazione: Corea Del Sud
Anno: 2007
Durata: 117 Minuti

Kang, un detective della polizia invischiato in attività illegali per pagare le spese ospedaliere per curare la moglie in coma, viene incaricato di seguire le indagini su uno stupratore seriale. In un’altra parte della città assistiamo all’incontro tra Min-wu e Su-yeon, che si innamorano e decidono di sposarsi. Ma la loro storia è destinata ad avere un tragico epilogo e Kang vedrà nell’uomo il collegamento che cercava per spiegare l’incidente occorso a sua moglie.
Scritto e diretto da Jin Kwang Gyo, questo “Beautiful Sunday” è un thriller che riserva una buona sorpresa, ben nascosta all’interno di una trama già avvincente.
Il racconto comincia con la retata che ci rivela le attività illegali di Kang e solo dopo apprendiamo che le sue motivazioni hanno origine nelle condizioni in cui la moglie giace in un ospedale che lui non può pagare. Quasi subito non è più possibile vedere i personaggi da un’unica angolazione, in questo film non esistono persone buone o cattive, solo impulsi e conseguenze.
Anche la storia parallela dei due giovani che arrivano a concepire un figlio prima che la faccenda precipiti nella più nera delle conclusioni, sembra fare da contraltare alla triste vicenda di Kang e da sottofondo alle gesta dello stupratore seriale di cui anche Su-yeon è vittima prima di incontrare il futuro marito, che noi sappiamo fin dal principio essere coinvolto più di quello che ci piacerebbe nella faccenda. Nel momento in cui si scopre incinta, Su-yeon ricorda lo stupro e risale così alla data del concepimento, avvenuta prima del suo matrimonio, ma il dramma è assai peggio di come appare al momento alla giovane donna, che verrà ferita non solo metaforicamente dalle sue inquietanti scoperte.
A questo punto Min-wu cerca l’incontro con un poliziotto, lo stanco Kang, e una domenica pomeriggio mentre sono da soli al commissariato gli confessa i suoi crimini, trasformando l’intera faccenda in un confronto rivelatore.
Il colpo di scena si consuma interamente negli ultimi dieci minuti di film, che da soli valgono il prezzo del biglietto; è nel confronto tra i due uomini e nel finale imprevedibile, anche se non originalissimo, che scopriamo di avere di fronte un lavoro ben fatto. L’ambientazione è tetra e fa da sottofondo all’espressione dei mali dell’anima che a più riprese affliggono i personaggi, i quali si trascinano dolenti e senza speranza verso l’unico destino possibile in una situazione totalmente fuori controllo. La fotografia molto curata rende il racconto assai realistico e sottolinea con il solo uso dei chiaroscuri l’ineluttabilità della triste conclusione della storia e del destino ultimo dei personaggi coinvolti.
Un inquieto Park Yong Woo, già visto in “Blood Rain” regala un buona interpretazione del dolore che lentamente si trasforma in consapevolezza e poi in orrore, senza una sola sbavatura, né un eccesso espressivo. La compostezza del suo interlocutore, un gelido Nam Gung Min agghiaccia più delle rivelazioni che le sue parole e la sua presenza portano ad un pubblico totalmente impreparato al finale che lo aspetta nella scena successiva. La bella Min Ji Hye, già vista in “The Fox Family” presta il volto all’unica vittima dell’intero racconto che non abbia cercato attivamente la sua fine.
La regia offre più di uno spunto innovativo dall’ottica della rappresentazione di un male che è tanto più doloroso perché inspiegabile e mai neanche per un attimo motivato.

Anna Maria Pelella

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SOMEONE BEHIND YOU

Titolo Originale: Du Saram-Yida
Genere: Horror
Regia: Oh Gi-Hwan
Cast: Yun Jin-Seo, Park Gi-Woong, Lee Ki-Woo, Kim So-Eun, Lee Kan-Hee, Jeong You-Mi, Ahn Nae-Sang, Oh Yeon-Seo, Jo Seon-Ju,
Nazione: Corea Del Sud
Anno: 2007
Durata: 80 Minuti

Ga-yun e Ga-in sono due sorelle che vivono insieme ai genitori. Durante la cerimonia di matrimonio della loro giovane zia Jee-sun, la sposa viene spinta giù dalla balconata della sala. In seguito sua sorella Jung-sun, che avrebbe dovuto passare la notte con lei in ospedale, la uccide senza apparente motivo. Dopo poco Ga-in si rende conto di essere oggetto lei stessa di un impressionante numero di aggressioni inspiegabili; i suoi genitori avevano già in passato fatto riferimento ad una maledizione familiare, ma lei scopre che...
Il tema delle maledizioni familiari è uno dei più diffusi nella cinematografia coreana, ed anche questo nuovo film del regista della divertente commedia “The Art of Seduction” sembra orientato in questa direzione. Almeno durante tutto il primo tempo, la storia scivola via senza troppi ostacoli verso quella che pare una soluzione di natura paranormale, con moltissimi spunti splatter più che appropriati. Ma da un certo punto in poi, verso la metà del secondo tempo, viene il sospetto che la trama riservi qualche elemento inaspettato, ed infatti da quel momento fino alla fine del film di sorprese ce ne saranno più di una.
Intanto la maledizione viene motivata con l’influenza sugli eventi di un semplice desiderio che, stranamente, si avvera in casi del tutto particolari. Ma poi l’impensabile che veniva solo sussurrato durante la prima parte qui viene lentamente svelato e alla fine ci troviamo di fronte ad un susseguirsi di eventi che culminano in un finale forse vagamente intuibile solo ai veterani del capovolgimento di trama, avvezzi agli sconvolgimenti che un buon horror può riservare.
Il tutto risulta molto ben congegnato, la storia seppure dapprima incredibile e poi a mano a mano più chiara, sembra volutamente virare verso una soluzione già vista altrove, per poi sterzare bruscamente negli ultimi minuti, lasciando lo spettatore a chiedersi se per caso si sia perso un qualche passaggio importante. In realtà l’intuizione che può spiegare l’intreccio è solo in apparenza visibile, ma nessuno darà peso più di tanto ai suggerimenti piccolissimi presenti già nei primi fotogrammi.
La regia accurata e a tratti volutamente caotica crea una situazione di instabilità percettiva che, complice una buona fotografia, lascia trapelare più che vedere chiaramente l’orrore il quale erompe solo nelle scene più splatter le quali, come uniche note di colore, fanno da contraltare all’oscurità che permea gran parte dell’azione.
La protagonista appare leggermente disorientata, ma più che a causa della situazione che si trova a recitare, sembra spaesata come scelta di recitazione alternativa allo sgranare d’occhi in gran voga nell’ultimo horror coreano, con risultati se non altro più convincenti e sicuramente meno involontariamente comici di un certo ultimo cinema di genere.
Tutto sommato siamo di fronte ad un buon esempio di film horror che, anche senza dire molto di nuovo, riesce bene nel mescolare le carte in tavola, creando quella tensione e il giusto grado di coinvolgimento che solo può garantire nello spettatore il desiderio di scoprire come andrà a finire.

Anna Maria Pelella

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A LOVE

Genere: Drammatico
Regia: Kwak Kyung-taek
Cast: Joo Jin-mo, Park Shi-yuhn, Kim Min-joon, Joo Hyeon
Paese: Corea
Anno: 2007
Durata: 104 Minuti

In-ho e Mi-ju si incontrano da bambini: lei lo invita alla sua festa di compleanno e lui se ne innamora perdutamente. Separati dalle circostanze, si rincontrano da adolescenti e si promettono di proteggersi l’uno con l’altra; la madre di Mi-ju deve dei soldi a Chi-kwon, un gangster locale, e quando quest’ultimo violenta Mi-ju come risarcimento, In-ho lo accoltella. Lui viene arrestato, mentre lei parte per il Giappone, dove abita il padre. Si rivedranno molti anni dopo, quando In-ho, ingaggiato come guardia del corpo, scoprirà che Mi-ju è diventata l’amante del suo Boss, Yoo.
Ultimo film di Kwak Kyung-taek, regista del fondamentale “Friend” (2001), che attirò l’attenzione dei distributori internazionali sul cinema coreano, “A Love” è un melodramma senza mezze misure, singolarmente old fashioned. Abituato a tratteggiare storie tutte al maschile (“Mutt Boy”, “Typhoon”), Kwak Kyung-taek non si smentisce neanche questa volta, focalizzando l’attenzione sul personaggio di In-ho e facendo entrare in rotta di collisione la violenta irruenza del suo cinema con gli stereotipi del più classico mélo. Il fatto è che proprio di stereotipi si tratta, ed anche dei più ovvi, senza che mai si manifesti il barlume di una reinvenzione o di un’interpretazione critica di un genere così massicciamente codificato. All’appello non manca nulla, dall’amore impossibile e contrastato al destino avverso che impedisce l’unione degli amanti, per tacere del doppio suicidio conclusivo di shakespeariana memoria, con tanto di freeze finale, con struggente melodia d’archi in sottofondo. Insomma, per dirla con il solito Wilde, ci vorrebbe un cuore di pietra per non ridere.
Si tratta comunque di un cinema mainstream di alta confezione, che però non ha il coraggio di mettersi in discussione e che non rischia mai, preferendo scivolare su binari consolidati, con un occhio al botteghino (difatti ha totalizzato due milioni di spettatori nelle prime quattro settimane di programmazione) e l’altro al mercato internazionale. Nella seconda parte, “A Love” riecheggia curiosamente il bellissimo “A Bittersweet Life” di Kim Jee-woon, quello sì puro mélo fiammeggiante nei modi del gangster movie e non pedissequa quanto ammiccante riproposizione di luoghi comuni consolidati, ad uso del grande pubblico. L’operazione è talmente smaccata e programmatica che, a parte l’innegabile eleganza formale, azzera la temperatura emotiva del plot, lasciando a visione conclusa lo spettatore completamente freddo. E questo, per un melodramma degno di questo nome, è un peccato mortale.
Il film conserva al suo attivo l’innegabile e brutale fisicità, che dona a tutti i suoi film un’impronta riconoscibilissima, con cui Kwak Kyung-taek filma le scene di azione, la smagliante fotografia di Ki Sae-hoon e la buona interpretazione dei due protagonisti: Park Shi-yuhn nel ruolo di Mi-ju è una perfetta damigella in pericolo, mentre Joo Jin-mo, che sfoggia in originale un marcato accento di Busan, è un adeguatissimo In-ho.

Nicola Picchi

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TEXTURE OF SKIN

Genere: Drammatico
Regia: Sung-gang Lee
Cast: Yoon-tae Kim, Bo-young Choi, Joo-ryeong Kim
Paese: Corea
Anno: 2005
Durata: 100 Minuti

Min-woo, un giovane fotografo, incontra casualmente Jae-hee, una sua vecchia compagna di college, che adesso è sposata. Senza troppi preamboli, i due vanno in un albergo e fanno l’amore. La donna stabilisce che potranno incontrarsi per nove volte, dopodiché la loro relazione si dovrà concludere. Min-woo affitta un appartamento che possa ospitare i loro appuntamenti clandestini, luogo dove ben presto inizierà a manifestarsi la presenza della precedente inquilina, morta tragicamente.
Nonostante le premesse lascino pensare ad una classica ghost-story, il primo film “live” di Sung-gang Lee, già regista di film di animazione, è tutt’altra cosa, ovvero una riflessione sulla indeterminatezza delle identità, sia personali che sessuali, estremamente stilizzata e rigorosa. Astrattamente scandito in capitoli dai titoli evocativi quanto enigmatici (“Shadows at play”, “Chasing a shadow”, “Moving into”, “Seeing phantoms”, “A sex for farewell”), “Texture of Skin” appare inizialmente risuonare di echi lynchiani, probabilmente inconsapevoli, per poi distaccarsene ed imboccare una strada autonoma ed originale. I riferimenti ed alcune consonanze tematiche rammentano in particolare “Strade Perdute”: l’ineluttabilità della struttura circolare, il tema delle identità, sempre instabili e fluttuanti, ed il modo in cui la macchina da presa aggredisce i corpi durante le scene erotiche, con disturbanti close-up che sezionano la carne e si insinuano in profondità, fin nei pori della pelle, a sottintendere un’inquietante alterità dello sguardo. “Texture of Skin”, appunto, dissezione del desiderio con gli strumenti affilati dell’anatomopatologo.
In una città indefinita, la cui quiete apparente è turbata da minuscoli segnali caricati di una valenza sinistra (un incendio, un misterioso incidente, voci che urlano nella notte), tanto più minacciosi perché imprecisati, Min-woo comincia ad avvertire la presenza della precedente affittuaria da minimi particolari: un lavandino otturato, un ciuffo di capelli, una catenina spezzata. Sung-gang Lee accumula sullo sfondo suggestioni voyeuristiche che tendono a depistare lo spettatore, come nelle scene in cui segue Min-woo durante il suo lavoro di fotografo, suggerendo una suspense sempre rimandata ed alla fine lasciata cadere. Il protagonista, che coltiva una sua vocazione alla passività, si muove già in un mondo di ombre: Jae-hee, anche se ha il potere di riportare alla luce sentimenti profondi, non è altro che un’ombra proveniente dal suo passato, mentre la fotografia a cui è più affezionato è quella della sagoma lasciata dal padre contro una parete, un profilo vuoto pronto per essere riempito. Quello spazio mancante verrà colmato dall’identità della ragazza, una donna lasciata dal fidanzato ed abusata dal padre, a cui Min-woo si scoprirà accomunato dal dolore della perdita e dell’abbandono. Emblematica la scena del suo incontro con un travestito in un locale notturno, dove quest’ultimo diventa l’immagine speculare di Min-woo, anche se ancora un’immagine negata, mentre verrà riconosciuta ed accettata con tutta la sua inevitabilità nell’inquadratura che conclude il film.
Sung-gang Lee ha un occhio non comune per la composizione delle inquadrature (bella fotografia di Yong-gyu Jo, tutta giocata su toni impastati) e una grande attenzione ai dettagli, anche se spesso sceglie di delegare alcuni passaggi importanti al fuoricampo. Tutto sommato, un’ottima prova d’esordio che lascia ben sperare per i futuri lavori di Sung-gang Lee al di fuori del campo dell’animazione.

Nicola Picchi

 

(Aprile 2008)

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