RADIO
STAR
Titolo
Originale: Ra-Di-O Seu-Ta
Genere: Commedia
Regia: Jun-Ik Lee
Cast: Joong-Hoon Park, Sung-Kee Ahn, Jeong-Yun Choi, Yeoo-Woon
Han, Hyeon-Seong Hwang, Gyu-Su Jeong, Seok-Yong Jeong, Yong-Won
Jo, San Kang
Nazione: Corea Del Sud
Anno: 2006
Choi-Gon
è un cantante che una volta era famoso. La sua vita attuale
è costellata di risse causate dall’alcol e di brevi
periodi in prigione. Il suo agente, non sapendo più come
fare per tirarlo fuori dai guai, lo convince ad accettare un
lavoro come Dj in una radio locale di un piccolo centro nei
pressi della capitale. Dapprima Gon sembra poco interessato
all’opportunità di risollevare le sorti della propria
carriera, ma dopo un pò il suo nuovo lavoro decolla e
lui troverà un nuovo pubblico.
Il rock coreano è vivo e lotta insieme a noi. Se ad un
primo sguardo lo spettatore dovesse nutrire dei dubbi sulla
salute della realtà musicale in Corea, dopo pochi minuti
di questo divertente spaccato della vita da rocker, dovrà
ricredersi. Il protagonista Gon appare dapprima nelle vesti
di un rissoso ex mito del rock che però, mostrando sin
da subito tutto il suo caratteraccio, dichiara apertamente di
non accettare il fatto di essere divenuto un ex. Il suo agente,
Park Min-su, come milioni di talent scout prima di lui, si prodiga
nel tentativo di riportarlo in auge e, per tirarlo fuori di
prigione, accetta per lui un lavoro la cui trasferta sarà
leggermente traumatica per i due, soprattutto per il fatto che
dovranno mettere su da soli l’intera emittente radiofonica.
Ma quando cominceranno ad andare in onda le cose subiranno una
buffa impennata. I fan del Dj si riveleranno assai più
creativi ed originali di quanto si potesse sospettare e la rock
band East River riuscirà a creare dal nulla un evento
tale da attirare l’attenzione dei discografici della capitale.
Il punto forte di questo divertente e spensierato plot è
di sicuro l’ambientazione che, insieme con la riuscita
caratterizzazione dei personaggi, rende avvincente una storia
per molti versi derivativa. La combinazione efficacissima tra
l’amicizia ventennale che lega il cantante ed il suo manager
e la spontanea ammirazione da parte delle persone semplici che
lo ascoltano alla radio, rende naturale e credibile l’universo
di un musicista nostalgico e dei suoi squinternati ammiratori.
La rock band East River, di chiarissima ispirazione americana,
colpisce per la spontaneità e per l’entusiasmo
che, mescolati abilmente con le caratteristiche culturali coreane,
prima tra tutte l’esuberanza nella rappresentazione, regalano
alcuni dei momenti più divertenti dell’intera narrazione.
I direttori e la produttrice, come anche il viscido messo dell’agenzia
di Seoul, fanno da cornice più che convincente al cinismo
di un settore sempre uguale, a qualsiasi latitudine lo si voglia
ritrarre. E se è vero che non manca il tocco di malinconia,
con la storia coniugale di Park Min-su, questo riesce contemporaneamente
a non appesantire la narrazione e a raccontare una storia senza
patinature in uno stile realistico e insieme semplice.
Numerosi i siparietti comici, che fanno da contraltare al gusto
tutto coreano della rappresentazione eccessiva dei sentimenti,
la quale altrove risulterebbe pesante e di stampo televisivo,
mentre qui diviene solo un pretesto per raccontare una realtà
triste che in alcuni casi può essere cambiata, con la
sola volontà e un pò di cuore.
Bellissime le inquadrature della cittadina, al metà tra
l’omaggio e la citazione, come quella in cui una cover
band dei Beatles ricostruisce inconsapevolmente la copertina
di Abbey Road. La colonna sonora molto personale riesce a sottolineare
la semplicità dell’universo ritratto, mentre l’efficace
utilizzo dell’unica canzone non coreana, “Video
killed the Radio Star”, dichiara con spontaneità
gli intenti neanche tanto nascosti dietro la narrazione.
Il tutto è combinato in maniera efficace con una buona
capacità registica e una fotografia brillante, che insieme
compongono una rappresentazione ingenua e allo stesso momento
affascinante che chiarisce da subito il desiderio di raccontare
con amore una storia semplice.
Anna
Maria Pelella
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A
SHARK
Titolo
Originale: Sang-Eo
Genere: Drammatico
Regia: Kim Dong-Hyun
Cast: Kim Mi-Ya, Hong Seung-Il, Gu Seong-Hwan, Hong Gi-Jun,
Park Yu-Mil
Nazione: Corea Del Sud
Anno: 2005
Durata: 107 Minuti
Spaccato
di una giornata di quattro persone nella città di Daegu.
Una donna che è rimasta traumatizzata da una violenza,
un giovane appena uscito dal carcere, un ingenuo pescatore che
deve riscuotere un credito ed il suo debitore che passa il tempo
giocando a poker.
Presentato nella sezione Indipendent Korea del sesto Samsung
Korea Film Fest, questo “A Shark” racconta senza
patinature una giornata della vita di quattro persone, tutte
vittime, in un modo o nell’altro delle circostanze e della
sfortuna.
Girato in digitale, con un occhio impietoso e stile documentaristico,
il film accentra tutte le sue energie nel senso di predestinazione
al fallimento di tutti i personaggi, per qualcuno i fatti saranno
catalizzatori di un cambiamento solo suggerito, di cui non vedremo
gli effetti, ma per altri soltanto l’ennesima conferma
di una totale impossibilità al cambiamento.
Eun-suk è una sfortunata ragazza che nei primi fotogrammi
sarà aggredita e ne pagherà le spese fino alla
penultima inquadratura, dove intuiremo una potenziale vittoria
sull’esperienza che l’aveva momentaneamente messa
fuori combattimento. Yu-su è un ex detenuto che incontrerà
Yeong-cheol, un pescatore giunto in città con uno squalo
in una borsa da viaggio da mostrare ad un amico che gli deve
dei soldi, Jun-gu il debitore che passa il tempo a giocare e
perdere i soldi dell’amico a poker.
Tutti i fatti raccontati nel film non avranno un reale epilogo
e, nello stile asciutto e tipicamente impietoso della cronaca
da telegiornale, Kim Dong-hyun ci mostra senza troppi complimenti
una realtà dura, fatta di prevaricazioni e di piccoli
imbrogli. L’occhio dello spettatore è catturato
dalla rappresentazione leggermente ellittica in cui ogni tassello
alla fine troverà una sua collocazione e solo alcuni
personaggi avranno una piccola possibilità di uscire
dal doloroso circolo di ripetizioni in cui erano caduti.
Opera prima di un regista senza dubbio dotato, “A Shark”è
un film che conserva la freschezza dei primi lavori, insieme
ad una capacità non comune di raccontare una realtà
col coraggio di mostrarne anche aspetti che non solo non saranno
risolti, ma addirittura non ne hanno nessuna possibilità.
Il talento che si intravede dietro la rappresentazione scarna,
suggerisce una possibile evoluzione verso un personalissimo
stile di regia che coniuga abilmente la capacità di raccontare
con il desiderio di mostrare le storie così come si presentano
nella realtà: alcune senza speranza di cambiamento ed
altre il cui epilogo comunque sarà fuori campo ed impossibile
da intuire se non con l’occhio alla speranza in un futuro
migliore.
Anna
Maria Pelella
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FANTASTIC
PARASUICIDES
Titolo
Originale: Pan-Ta-Su-Tik Ja-Sal So-Dong
Genere: Commedia
Regia: Park Soo-Young, Jo Chang-Ho, Kim Seong-Ho
Cast: Han Yeo-Reum, Tablo, Kim Ga-Yeon
Anno: 2007
Nazione: Corea Del Sud
Durata: 92 Minuti
“Fantastic
Parasuicides” è un film corale composto da tre
episodi col tema comune del mancato suicidio.
Nel primo, “Hanging Tough”, una giovane con l’ossessione
per lo studio si addormenta in biblioteca, perdendo così
un importante esame. Presa dall’ansia sale sul tetto della
scuola con l’intento di buttarsi.
Nel secondo episodio, “Fly Away Chicken”, un ex
militare decide di togliersi la vita. Ha tre pallottole nel
caricatore ed aspetta l’alba con la canna della pistola
appoggiata alla tempia, ma vede da lontano sulla spiaggia dei
tipi loschi.
Il terzo episodio, “Happy Birthday”, vede come protagonista
un uomo che compie settanta anni ed il cui compleanno viene
ignorato dai suoi amici; lui allora decide che esser dimenticati
equivale ad essere morti.
In Asia il problema del suicidio è piuttosto diffuso.
La società asiatica nel suo complesso deve fare i conti,
negli ultimi anni in maniera piuttosto evidente, con un grosso
numero di persone, la maggior parte della quale giovani, che
si toglie la vita.
Questo problema viene considerato come un effetto dell’alienazione
che spesso sembra colpire i giovani asiatici, i quali non sempre
riescono ad inserirsi appieno nell’ingranaggio produttivo
che da quelle parti è considerato l’unico segnale
di riuscita sociale. Questo delizioso film indipendente prende
le mosse dal problema sociale che ne è alla base e tratta
il suicidio da un’angolazione ludica, quasi quotidiana.
Intanto perché siamo in presenza di mancati suicidi,
parasuicidi, appunto. Poi perché tutte le persone coinvolte
finiranno, in un modo o nell’altro, distolti dalla loro
intenzione distruttiva da eventi e situazioni, in alcuni casi
più grandi del loro problema iniziale.
Il primo episodio è il più surreale e si compone
di frammenti in stile manga, che impreziosiscono una storia
in sé già abbastanza particolare. Gina si sveglia
in biblioteca e da quel momento assisteremo ad una serie di
eventi che la coinvolgono e che trovano la loro collocazione
nell’idea onirica che permea la quasi totalità
del racconto. I personaggi che popolano la vita di Gina sono
buffi e del tutto particolari, qualcuno soffre di una leggera
forma di paranoia e qualcun’altro ha intenti dinamitardi,
ma noi scopriremo con lei che in realtà queste persone
hanno in comune un unico elemento: il desiderio di mettere fine
alla propria vita. Seppure leggermente derivativo, il plot segue
un suo originalissimo ritmo che, mutuato dai manga e arricchito
da una cultura cinematografia molto citazionista, rende divertente
il gioco di scoprire cosa è accaduto e cosa è
frutto di un sogno.
Nel secondo episodio siamo di fronte ad un lavoro più
sottile, ugualmente ironico, ma dal taglio più minimale.
Il povero ex soldato cerca solo la morte, ma finirà coinvolto
suo malgrado prima nei fatti occorsi la notte precedente sulla
spiaggia e poi dalla semplice sfortuna. La maschera dolorosa
del protagonista si erge drammatica per tutta la durata dell’episodio
senza che le gag involontariamente comiche di cui si trova ad
essere protagonista scalfiscano mai il suo intento. Il pollo
del titolo viene lanciato per aria con l’intento di liberarlo,
ma anche questo gesto simbolicamente puro finirà per
rivoltarsi contro il soldato che voleva solo farla finita.
Il terzo episodio è in realtà il più divertente.
Intanto, per gli infiniti cambi di registro che confondono lo
spettatore senza mai dargli la possibilità di prevedere
la direzione del racconto. Poi per la costruzione della storia
che piano piano cresce di intensità fino a divenire una
sarabanda di piccoli colpi di scena che divertono fino ai titoli
di coda e oltre, allo scoprire dell’ultimo piccolo scherzo
che era dietro quello che sembrava solo un atto di genuina follia.
Tutti i frammenti del film, ognuno affidato ad un regista diverso,
sono girati con un occhio all’aspetto ironico che è
dietro le scelte dei personaggi, con l’intento neanche
tanto nascosto di alleggerire il peso di quello che è
comunque un problema sociale assai preoccupante. Gli attori
sono tutti perfettamente nel ruolo, con una menzione particolare
per il candido gay del terzo episodio il cui sguardo amorevole
e pieno di dolore per una solitudine rifiutata con coraggio,
rende credibile un personaggio decisamente ai limiti col surreale.
Tutto sommato si tratta di un riuscito esempio di cinematografia
indipendente che, tenendo conto dei limiti di budget e del desiderio
di affrancamento da un discorso volto alla tradizione, riesce
ad avvincere lo spettatore trattando con ironia un tema così
ostico come quello del suicidio.
Anna
Maria Pelella
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DRIVING
WITH MY WIFE'S LOVER
Titolo
Originale: Anae-Ui Aein-Eul Mannada
Genere: Commedia
Regia: Kim Tae-Shik
Cast: Park Kwang-Jung, Jeong Bo-Seok, Jo Eun-Ji, Kim Sung-Mi,
Oh Dal-Su, Yoo Yun-Soo, Park Chul, Jin Mi-Sun, Kim Hyo-Jeong,
Arnold Michael
Nazione: Corea Del Sud
Anno: 2007
Durata: 92 Minuti
Tae-han
è un artigiano di timbri nella piccola città di
Naksan. Un giorno scopre che sua moglie lo tradisce con un tassista
di Seoul. Spinto dalla curiosità, decide di recarsi nella
capitale per incontrare l’uomo. Giunto a Seoul, sale sul
taxi di Joon-sik e si mette in viaggio con lui.
Davvero deliziosa questa piccola commedia, che racconta delle
pulsioni all’omicidio del buffo artigiano. La prima parte
del film è tutta incentrata sull’incontro tra il
tassista e Tae-han. In questo frangente i due viaggiano insieme
e tra di loro si crea uno strano legame. Il marito tradito fantastica
a più riprese sull’omicidio e su varie altre forme
di vendetta, senza mai attuare nulla, si ubriaca in compagnia
dell’uomo con cui sua moglie lo tradisce e ascolta le
sua bizzarre teorie sui rapporti di coppia, ma sarà solo
quando ruberà il taxi al rivale che gli si presenterà
l’occasione di fargliela pagare sul serio.
Semplice nella messa in scena e nel plot, questa opera prima
di un ex-assistente alla regia si lascia guardare con interesse,
intanto per l’efficace rappresentazione della capacità
tutta asiatica di aspettare e colpire al momento giusto, che
rende molto gustoso il tutto. Poi l’alchimia che si crea
tra i personaggi rende credibile ogni passaggio, favorendo l’identificazione
dello spettatore e stimolando in lui un desiderio di seguire
la sorte dei personaggi che culmina nel momento in cui l’uomo
spia la propria moglie con l’amante e fantastica di entrare
in casa ed uccidere entrambi.
Per la gran parte del tempo il buffo protagonista o è
preda di fantasie, o si ubriaca prima in compagnia del tassista
e poi con la moglie di lui, la quale gli racconta la sua triste
storia di donna tradita e condivide con lui la situazione emotiva
che la lascia a metà tra il desiderio di vendetta e quello
di perdono. Ed è proprio grazie alla capacità
di ascoltare dell’uomo che la situazione alla fine troverà
un suo capovolgimento.
La forza di questo racconto è tutta qua, nell’occasione
di riflessione circa le convinzioni che ciascuno si trova a
dover mettere in discussione, per poter trovare una via d’uscita
dalle complicazioni che a volte segnano il vivere una quotidianità
condivisa con altri.
Il punto di partenza è la realtà che ognuno pensa
di vivere, mentre quello di arrivo è l’aspetto
della stessa che tutti hanno travisato o sfuggito e di fronte
alla quale si incontrano per fare i conti.
A nulla valgono i proclami o le dichiarazioni di intenti: di
fronte al dolore del tradimento ci si scopre soli ed indifesi,
e niente di quello che si può fare potrà mai cancellare
il fatto l’altro non è quello che si pensava che
fosse. I paesaggi e le ambientazioni del viaggio sono la parte
più divertente, mentre nella seconda parte, quando la
commedia si riveste leggermente di tristezza, la maschera assolutamente
comica del marito tradito impedirà al racconto di acquisire
un reale carattere drammatico.
L’attitudine del cinema asiatico di scompaginare i generi
è qui presente sotto la forma di un efficace uso degli
attori, modalità questa che consente al regista di raccontare
con brio una storia dalle connotazioni non proprio rosee. Il
tutto è raccontato in maniera didascalica, mantenendo
la rappresentazione sempre in bilico tra commedia e piccolo
dramma, con la colonna sonora che accentua il tono ludico che
non abbandona mai del tutto la scena.
Tutto sommato direi che si tratta di una buona prova di esordio,
che consiglio vivamente a chi vuole entrare nel pensiero asiatico
senza troppi sforzi e da un’angolazione condivisibile
persino per un occidentale.
Anna
Maria Pelella
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THE
RAILROAD
Titolo
Originale: Gyeong-Ui-Seon
Genere: Drammatico
Regia: Park Heung-Sik
Cast: Kim Kang Woo, Son Tae Young, Baek Jong-Hak, Oh Jeong-Se
Nazione: Corea Del Sud
Anno: 2006
Durata: 107 Minuti
Man Soo è un giovane che lavora come conducente dei treni
della metropolitana di Seoul; Hanna è invece una ricercatrice
universitaria che ha intrecciato una relazione col suo professore.
I due non si conoscono né si sarebbero mai incontrati
se il destino non li avesse relegati al capolinea di una stazione,
in piena notte, senza possibilità di tornare indietro
e per giunta in mezzo ad una tormenta di neve.
La tematica di base di questo delicatissimo film è il
dolore per l’incomunicabilità, entrambi i protagonisti
vivono un amore fallimentare, aggravato dalla mancata comunicazione
sia dei sentimenti che degli obiettivi.
Hanna ha una storia con il suo docente, che è sposato
ad una donna assai aggressiva la quale, scoperto il fatto, non
si fa nessun problema ad aggredire la giovane per strada ed
a minacciarla.
Man Soo ama silenziosamente una ragazza con cui non ha mai parlato,
ma che misteriosamente gli porta il pranzo al binario di tanto
in tanto e che sciaguratamente sceglierà il treno condotto
da lui per suicidarsi. I due hanno in comune la mancanza di
comunicazione, nessuno dei rispettivi amori saprà mai
cose che avrebbero forse cambiato la storia, ma che taciute
la rendono incompiuta e fallimentare. Hanna e Man Soo si incontrano
una sera sul binario del treno che li ha portati ad un capolinea
da cui non partirà nulla per tutta la notte. La tormenta
di neve rende impossibile qualsiasi trasporto alternativo e
i due non trovano nulla di meglio da fare che incominciare a
mentire circa la propria situazione sentimentale. Lei si inventa
un marito e lui una fidanzata, e come i binari su cui gran parte
della storia si svolge essi non si incontrano mai davvero. Le
loro vite sembrano votate al nascondersi la verità ed
alla stasi sul binario morto che li ha condotti fino a quel
punto, mentre il solito alberghetto con la solita unica stanza
matrimoniale disponibile non sembra una buona occasione per
cambiare le cose. In un film girato altrove avremmo un profluvio
di sesso e confessioni, ma qua l’unica cosa che accade,
dopo un bel pò di tempo impiegato a chiudersi rispettivamente
nel bagno per piangere in solitudine sulla propria triste storia,
è una rettifica circa le menzogne più evidenti
che si erano in precedenza spacciate per fatti. I due si scambiano
le loro verità con una sorta di pudore e con tutte le
lacrime che una situazione del genere richiede, e la cosa non
avrà altra conseguenza che un libro scritto da Hanna
su quell’esperienza, che inconsapevolmente e con un pudore
tutto orientale ha in qualche modo cambiato loro la vita.
Il tutto è raccontato con uno stile impeccabile e freddo,
teso ad accentuare la dolorosa distanza emotiva dei due dalla
loro reale possibilità di uscire dal binario morto su
cui si sono arenati e dalla triste sorte che il mancato incontro
con l’altro comporta.
La regia è pulitissima e molto didascalica, gli attori
misurati in una recitazione assai minimale, che ben si accorda
col contenuto senza speranza che il film urla ad ogni passo.
Le scene sono bellissime ed evocative del vuoto esistenziale
che, ad ogni giorno di vita dei protagonisti fa corrispondere
una mancata occasione di comunicazione e di incontro, col solo
risultato di esaltare la metafora insita nei binari di vite
vissute in solitudine in mezzo a tutti i milioni di persone
che ogni giorno viaggiano fianco a fianco senza mai vedersi
davvero.
Anna
Maria Pelella
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Genere:
Drammatico
Regia: Jae-rim Han
Cast: Kang-ho Song, Dal-soo Oh, Il-hwa Choi, Je-mun Yun, Ji-yeong
Park, So-eun Kim, Jang-hun Lee
Nazione: Corea
Anno: 2007
Durata: 110 minuti
Kang
In-gu è un piccolo gangster di medio livello, ma anche
il più affettuoso dei mariti e dei padri. La sua massima
aspirazione è acquistare una casa più confortevole
per la sua famiglia, in un accogliente quartiere residenziale,
e provvedere al meglio ai bisogni quotidiani della moglie, della
figlia e del figlio maggiore, che studia in Canada. Purtroppo
In-gu attraversa anche una tipica crisi di mezza età: è
stressato dal lavoro e dalle responsabilità, scopre di
avere il diabete ed in più è detestato dalla figlia
Hee-soon (So-eun Kim), la quale si vergogna del lavoro del padre,
ritrovandosi sull’orlo della separazione dalla moglie Mi-ryung
(Ji-yeong Park), che lo spinge a trovare un lavoro stabile e ad
abbandonare il suo stile di vita ai margini della legalità.
Tanto per peggiorare le cose, il suo migliore amico Hyun-su, lavora
per una gang rivale, in diretto contrasto con la sua. Coinvolto
in un grosso affare nel campo immobiliare, spera di risolvere
i suoi problemi economici e di poter cambiare vita, ma Sung-Jin,
il fratello minore del suo Boss, cercherà di estrometterlo,
sia per gelosia che per appropriarsi dei suoi guadagni, con conseguenze
drammatiche.
La seconda regia di Jae-rim Han, già autore dell’intelligente
e riuscito “Rules of dating”, è un mix perfettamente
equilibrato di dramma e commedia, con un finale tragicomico difficile
da dimenticare. Il regista, anche autore della sceneggiatura,
disegna un ritratto non idealizzato e ben poco glamour della vita
di un gangster, costruito intorno ad un attore di razza come Kang-ho
Song: il suo In-gu si sveglia ogni mattina e va al lavoro, proprio
come un impiegato qualsiasi, cercando di sopravvivere sia ai problemi
familiari che a quelli lavorativi. E’ un personaggio vulnerabile,
maldestro ed inetto, sia quando regala al professore della figlia
un invito ad uno Strip-Bar, che quando provoca una rissa sul tetto
di un palazzo in costruzione. Ripetutamente picchiato e accoltellato,
sembra perseguitato non solo dalla sfortuna, come nella memorabile
fuga in macchina del prefinale con Sung-Jin chiuso nel bagagliaio,
ma anche dalla propria drammatica inefficienza come marito e padre.
Jae-rim Han bilancia con sapienza le cruente scene d’azione
con quelle di ordinaria quotidianità, e riesce nella difficile
impresa di rivitalizzare un genere abbastanza abusato, anche nel
panorama del cinema coreano.“The Show must Go On”
ha un taglio realistico ma sempre imprevedibile, con momenti malinconici
o violenti, ma anche comici e paradossali, senza risultare mai
forzato o eccessivamente costruito in sede di scrittura, con un
sottofondo di ironia persino nei momenti più cupi e brutali.
La regia, brillante, nervosa e sempre all’altezza, ci regala
almeno due pezzi di bravura memorabili, come la scena della buffonesca
battaglia tra gangster e operai, esaltata dalla coloratissima
e luminosa fotografia di Sun-bong Jang, e quella dell’aggressione
a In-gu ad opera di tre scalcagnati sicari.
Il film ha vinto due meritati Blue Dragon Film Award, il più
importante riconoscimento cinematografico coreano, uno come miglior
film del 2007 e l’altro per l’ interpretazione di
Kang-ho Song (“Memories of Murder”, “The Host”,
“Sympathy for Mr.Vengeance”), che si conferma uno
dei migliori e più versatili attori coreani contemporanei.
Kang-ho Song nella parte di In-gu è assolutamente straordinario
nel rendere le fragilità del personaggio, nascoste sotto
l’apparente scorza da duro, e nel restituirne le sfaccettature,
brillantemente coadiuvato da un’ottima prova di tutto il
cast, in particolare di Dal-soo Oh, nella parte dell’amico
d’infanzia, e di Ji-yeong Park nel ruolo della moglie. Un
cinema senza troppi vezzi autoriali ma di alta classe, che meriterebbe
una maggiore visibilità anche dalle nostre parti.
Nicola
Picchi
(Aprile
2008)
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