SAMSUNG KOREA FILM FEST 2008

Recensioni Film - 3

 

 

 

RADIO STAR

Titolo Originale: Ra-Di-O Seu-Ta
Genere: Commedia
Regia: Jun-Ik Lee
Cast: Joong-Hoon Park, Sung-Kee Ahn, Jeong-Yun Choi, Yeoo-Woon Han, Hyeon-Seong Hwang, Gyu-Su Jeong, Seok-Yong Jeong, Yong-Won Jo, San Kang
Nazione: Corea Del Sud
Anno: 2006

Choi-Gon è un cantante che una volta era famoso. La sua vita attuale è costellata di risse causate dall’alcol e di brevi periodi in prigione. Il suo agente, non sapendo più come fare per tirarlo fuori dai guai, lo convince ad accettare un lavoro come Dj in una radio locale di un piccolo centro nei pressi della capitale. Dapprima Gon sembra poco interessato all’opportunità di risollevare le sorti della propria carriera, ma dopo un pò il suo nuovo lavoro decolla e lui troverà un nuovo pubblico.
Il rock coreano è vivo e lotta insieme a noi. Se ad un primo sguardo lo spettatore dovesse nutrire dei dubbi sulla salute della realtà musicale in Corea, dopo pochi minuti di questo divertente spaccato della vita da rocker, dovrà ricredersi. Il protagonista Gon appare dapprima nelle vesti di un rissoso ex mito del rock che però, mostrando sin da subito tutto il suo caratteraccio, dichiara apertamente di non accettare il fatto di essere divenuto un ex. Il suo agente, Park Min-su, come milioni di talent scout prima di lui, si prodiga nel tentativo di riportarlo in auge e, per tirarlo fuori di prigione, accetta per lui un lavoro la cui trasferta sarà leggermente traumatica per i due, soprattutto per il fatto che dovranno mettere su da soli l’intera emittente radiofonica. Ma quando cominceranno ad andare in onda le cose subiranno una buffa impennata. I fan del Dj si riveleranno assai più creativi ed originali di quanto si potesse sospettare e la rock band East River riuscirà a creare dal nulla un evento tale da attirare l’attenzione dei discografici della capitale.
Il punto forte di questo divertente e spensierato plot è di sicuro l’ambientazione che, insieme con la riuscita caratterizzazione dei personaggi, rende avvincente una storia per molti versi derivativa. La combinazione efficacissima tra l’amicizia ventennale che lega il cantante ed il suo manager e la spontanea ammirazione da parte delle persone semplici che lo ascoltano alla radio, rende naturale e credibile l’universo di un musicista nostalgico e dei suoi squinternati ammiratori.
La rock band East River, di chiarissima ispirazione americana, colpisce per la spontaneità e per l’entusiasmo che, mescolati abilmente con le caratteristiche culturali coreane, prima tra tutte l’esuberanza nella rappresentazione, regalano alcuni dei momenti più divertenti dell’intera narrazione. I direttori e la produttrice, come anche il viscido messo dell’agenzia di Seoul, fanno da cornice più che convincente al cinismo di un settore sempre uguale, a qualsiasi latitudine lo si voglia ritrarre. E se è vero che non manca il tocco di malinconia, con la storia coniugale di Park Min-su, questo riesce contemporaneamente a non appesantire la narrazione e a raccontare una storia senza patinature in uno stile realistico e insieme semplice.
Numerosi i siparietti comici, che fanno da contraltare al gusto tutto coreano della rappresentazione eccessiva dei sentimenti, la quale altrove risulterebbe pesante e di stampo televisivo, mentre qui diviene solo un pretesto per raccontare una realtà triste che in alcuni casi può essere cambiata, con la sola volontà e un pò di cuore.
Bellissime le inquadrature della cittadina, al metà tra l’omaggio e la citazione, come quella in cui una cover band dei Beatles ricostruisce inconsapevolmente la copertina di Abbey Road. La colonna sonora molto personale riesce a sottolineare la semplicità dell’universo ritratto, mentre l’efficace utilizzo dell’unica canzone non coreana, “Video killed the Radio Star”, dichiara con spontaneità gli intenti neanche tanto nascosti dietro la narrazione.
Il tutto è combinato in maniera efficace con una buona capacità registica e una fotografia brillante, che insieme compongono una rappresentazione ingenua e allo stesso momento affascinante che chiarisce da subito il desiderio di raccontare con amore una storia semplice.

Anna Maria Pelella

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A SHARK

Titolo Originale: Sang-Eo
Genere: Drammatico
Regia: Kim Dong-Hyun
Cast: Kim Mi-Ya, Hong Seung-Il, Gu Seong-Hwan, Hong Gi-Jun, Park Yu-Mil
Nazione: Corea Del Sud
Anno: 2005
Durata: 107 Minuti

Spaccato di una giornata di quattro persone nella città di Daegu. Una donna che è rimasta traumatizzata da una violenza, un giovane appena uscito dal carcere, un ingenuo pescatore che deve riscuotere un credito ed il suo debitore che passa il tempo giocando a poker.
Presentato nella sezione Indipendent Korea del sesto Samsung Korea Film Fest, questo “A Shark” racconta senza patinature una giornata della vita di quattro persone, tutte vittime, in un modo o nell’altro delle circostanze e della sfortuna.
Girato in digitale, con un occhio impietoso e stile documentaristico, il film accentra tutte le sue energie nel senso di predestinazione al fallimento di tutti i personaggi, per qualcuno i fatti saranno catalizzatori di un cambiamento solo suggerito, di cui non vedremo gli effetti, ma per altri soltanto l’ennesima conferma di una totale impossibilità al cambiamento.
Eun-suk è una sfortunata ragazza che nei primi fotogrammi sarà aggredita e ne pagherà le spese fino alla penultima inquadratura, dove intuiremo una potenziale vittoria sull’esperienza che l’aveva momentaneamente messa fuori combattimento. Yu-su è un ex detenuto che incontrerà Yeong-cheol, un pescatore giunto in città con uno squalo in una borsa da viaggio da mostrare ad un amico che gli deve dei soldi, Jun-gu il debitore che passa il tempo a giocare e perdere i soldi dell’amico a poker.
Tutti i fatti raccontati nel film non avranno un reale epilogo e, nello stile asciutto e tipicamente impietoso della cronaca da telegiornale, Kim Dong-hyun ci mostra senza troppi complimenti una realtà dura, fatta di prevaricazioni e di piccoli imbrogli. L’occhio dello spettatore è catturato dalla rappresentazione leggermente ellittica in cui ogni tassello alla fine troverà una sua collocazione e solo alcuni personaggi avranno una piccola possibilità di uscire dal doloroso circolo di ripetizioni in cui erano caduti.
Opera prima di un regista senza dubbio dotato, “A Shark”è un film che conserva la freschezza dei primi lavori, insieme ad una capacità non comune di raccontare una realtà col coraggio di mostrarne anche aspetti che non solo non saranno risolti, ma addirittura non ne hanno nessuna possibilità.
Il talento che si intravede dietro la rappresentazione scarna, suggerisce una possibile evoluzione verso un personalissimo stile di regia che coniuga abilmente la capacità di raccontare con il desiderio di mostrare le storie così come si presentano nella realtà: alcune senza speranza di cambiamento ed altre il cui epilogo comunque sarà fuori campo ed impossibile da intuire se non con l’occhio alla speranza in un futuro migliore.

Anna Maria Pelella

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FANTASTIC PARASUICIDES

Titolo Originale: Pan-Ta-Su-Tik Ja-Sal So-Dong
Genere: Commedia
Regia: Park Soo-Young, Jo Chang-Ho, Kim Seong-Ho
Cast: Han Yeo-Reum, Tablo, Kim Ga-Yeon
Anno: 2007
Nazione: Corea Del Sud
Durata: 92 Minuti

“Fantastic Parasuicides” è un film corale composto da tre episodi col tema comune del mancato suicidio.
Nel primo, “Hanging Tough”, una giovane con l’ossessione per lo studio si addormenta in biblioteca, perdendo così un importante esame. Presa dall’ansia sale sul tetto della scuola con l’intento di buttarsi.
Nel secondo episodio, “Fly Away Chicken”, un ex militare decide di togliersi la vita. Ha tre pallottole nel caricatore ed aspetta l’alba con la canna della pistola appoggiata alla tempia, ma vede da lontano sulla spiaggia dei tipi loschi.
Il terzo episodio, “Happy Birthday”, vede come protagonista un uomo che compie settanta anni ed il cui compleanno viene ignorato dai suoi amici; lui allora decide che esser dimenticati equivale ad essere morti.
In Asia il problema del suicidio è piuttosto diffuso. La società asiatica nel suo complesso deve fare i conti, negli ultimi anni in maniera piuttosto evidente, con un grosso numero di persone, la maggior parte della quale giovani, che si toglie la vita.
Questo problema viene considerato come un effetto dell’alienazione che spesso sembra colpire i giovani asiatici, i quali non sempre riescono ad inserirsi appieno nell’ingranaggio produttivo che da quelle parti è considerato l’unico segnale di riuscita sociale. Questo delizioso film indipendente prende le mosse dal problema sociale che ne è alla base e tratta il suicidio da un’angolazione ludica, quasi quotidiana. Intanto perché siamo in presenza di mancati suicidi, parasuicidi, appunto. Poi perché tutte le persone coinvolte finiranno, in un modo o nell’altro, distolti dalla loro intenzione distruttiva da eventi e situazioni, in alcuni casi più grandi del loro problema iniziale.
Il primo episodio è il più surreale e si compone di frammenti in stile manga, che impreziosiscono una storia in sé già abbastanza particolare. Gina si sveglia in biblioteca e da quel momento assisteremo ad una serie di eventi che la coinvolgono e che trovano la loro collocazione nell’idea onirica che permea la quasi totalità del racconto. I personaggi che popolano la vita di Gina sono buffi e del tutto particolari, qualcuno soffre di una leggera forma di paranoia e qualcun’altro ha intenti dinamitardi, ma noi scopriremo con lei che in realtà queste persone hanno in comune un unico elemento: il desiderio di mettere fine alla propria vita. Seppure leggermente derivativo, il plot segue un suo originalissimo ritmo che, mutuato dai manga e arricchito da una cultura cinematografia molto citazionista, rende divertente il gioco di scoprire cosa è accaduto e cosa è frutto di un sogno.
Nel secondo episodio siamo di fronte ad un lavoro più sottile, ugualmente ironico, ma dal taglio più minimale. Il povero ex soldato cerca solo la morte, ma finirà coinvolto suo malgrado prima nei fatti occorsi la notte precedente sulla spiaggia e poi dalla semplice sfortuna. La maschera dolorosa del protagonista si erge drammatica per tutta la durata dell’episodio senza che le gag involontariamente comiche di cui si trova ad essere protagonista scalfiscano mai il suo intento. Il pollo del titolo viene lanciato per aria con l’intento di liberarlo, ma anche questo gesto simbolicamente puro finirà per rivoltarsi contro il soldato che voleva solo farla finita.
Il terzo episodio è in realtà il più divertente. Intanto, per gli infiniti cambi di registro che confondono lo spettatore senza mai dargli la possibilità di prevedere la direzione del racconto. Poi per la costruzione della storia che piano piano cresce di intensità fino a divenire una sarabanda di piccoli colpi di scena che divertono fino ai titoli di coda e oltre, allo scoprire dell’ultimo piccolo scherzo che era dietro quello che sembrava solo un atto di genuina follia.
Tutti i frammenti del film, ognuno affidato ad un regista diverso, sono girati con un occhio all’aspetto ironico che è dietro le scelte dei personaggi, con l’intento neanche tanto nascosto di alleggerire il peso di quello che è comunque un problema sociale assai preoccupante. Gli attori sono tutti perfettamente nel ruolo, con una menzione particolare per il candido gay del terzo episodio il cui sguardo amorevole e pieno di dolore per una solitudine rifiutata con coraggio, rende credibile un personaggio decisamente ai limiti col surreale. Tutto sommato si tratta di un riuscito esempio di cinematografia indipendente che, tenendo conto dei limiti di budget e del desiderio di affrancamento da un discorso volto alla tradizione, riesce ad avvincere lo spettatore trattando con ironia un tema così ostico come quello del suicidio.

Anna Maria Pelella

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DRIVING WITH MY WIFE'S LOVER

Titolo Originale: Anae-Ui Aein-Eul Mannada
Genere: Commedia
Regia: Kim Tae-Shik
Cast: Park Kwang-Jung, Jeong Bo-Seok, Jo Eun-Ji, Kim Sung-Mi, Oh Dal-Su, Yoo Yun-Soo, Park Chul, Jin Mi-Sun, Kim Hyo-Jeong, Arnold Michael
Nazione: Corea Del Sud
Anno: 2007
Durata: 92 Minuti

Tae-han è un artigiano di timbri nella piccola città di Naksan. Un giorno scopre che sua moglie lo tradisce con un tassista di Seoul. Spinto dalla curiosità, decide di recarsi nella capitale per incontrare l’uomo. Giunto a Seoul, sale sul taxi di Joon-sik e si mette in viaggio con lui.
Davvero deliziosa questa piccola commedia, che racconta delle pulsioni all’omicidio del buffo artigiano. La prima parte del film è tutta incentrata sull’incontro tra il tassista e Tae-han. In questo frangente i due viaggiano insieme e tra di loro si crea uno strano legame. Il marito tradito fantastica a più riprese sull’omicidio e su varie altre forme di vendetta, senza mai attuare nulla, si ubriaca in compagnia dell’uomo con cui sua moglie lo tradisce e ascolta le sua bizzarre teorie sui rapporti di coppia, ma sarà solo quando ruberà il taxi al rivale che gli si presenterà l’occasione di fargliela pagare sul serio.
Semplice nella messa in scena e nel plot, questa opera prima di un ex-assistente alla regia si lascia guardare con interesse, intanto per l’efficace rappresentazione della capacità tutta asiatica di aspettare e colpire al momento giusto, che rende molto gustoso il tutto. Poi l’alchimia che si crea tra i personaggi rende credibile ogni passaggio, favorendo l’identificazione dello spettatore e stimolando in lui un desiderio di seguire la sorte dei personaggi che culmina nel momento in cui l’uomo spia la propria moglie con l’amante e fantastica di entrare in casa ed uccidere entrambi.
Per la gran parte del tempo il buffo protagonista o è preda di fantasie, o si ubriaca prima in compagnia del tassista e poi con la moglie di lui, la quale gli racconta la sua triste storia di donna tradita e condivide con lui la situazione emotiva che la lascia a metà tra il desiderio di vendetta e quello di perdono. Ed è proprio grazie alla capacità di ascoltare dell’uomo che la situazione alla fine troverà un suo capovolgimento.
La forza di questo racconto è tutta qua, nell’occasione di riflessione circa le convinzioni che ciascuno si trova a dover mettere in discussione, per poter trovare una via d’uscita dalle complicazioni che a volte segnano il vivere una quotidianità condivisa con altri.
Il punto di partenza è la realtà che ognuno pensa di vivere, mentre quello di arrivo è l’aspetto della stessa che tutti hanno travisato o sfuggito e di fronte alla quale si incontrano per fare i conti.
A nulla valgono i proclami o le dichiarazioni di intenti: di fronte al dolore del tradimento ci si scopre soli ed indifesi, e niente di quello che si può fare potrà mai cancellare il fatto l’altro non è quello che si pensava che fosse. I paesaggi e le ambientazioni del viaggio sono la parte più divertente, mentre nella seconda parte, quando la commedia si riveste leggermente di tristezza, la maschera assolutamente comica del marito tradito impedirà al racconto di acquisire un reale carattere drammatico.
L’attitudine del cinema asiatico di scompaginare i generi è qui presente sotto la forma di un efficace uso degli attori, modalità questa che consente al regista di raccontare con brio una storia dalle connotazioni non proprio rosee. Il tutto è raccontato in maniera didascalica, mantenendo la rappresentazione sempre in bilico tra commedia e piccolo dramma, con la colonna sonora che accentua il tono ludico che non abbandona mai del tutto la scena.
Tutto sommato direi che si tratta di una buona prova di esordio, che consiglio vivamente a chi vuole entrare nel pensiero asiatico senza troppi sforzi e da un’angolazione condivisibile persino per un occidentale.

Anna Maria Pelella

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THE RAILROAD

Titolo Originale: Gyeong-Ui-Seon
Genere: Drammatico
Regia: Park Heung-Sik
Cast: Kim Kang Woo, Son Tae Young, Baek Jong-Hak, Oh Jeong-Se
Nazione: Corea Del Sud
Anno: 2006
Durata: 107 Minuti

Man Soo è un giovane che lavora come conducente dei treni della metropolitana di Seoul; Hanna è invece una ricercatrice universitaria che ha intrecciato una relazione col suo professore. I due non si conoscono né si sarebbero mai incontrati se il destino non li avesse relegati al capolinea di una stazione, in piena notte, senza possibilità di tornare indietro e per giunta in mezzo ad una tormenta di neve.
La tematica di base di questo delicatissimo film è il dolore per l’incomunicabilità, entrambi i protagonisti vivono un amore fallimentare, aggravato dalla mancata comunicazione sia dei sentimenti che degli obiettivi.
Hanna ha una storia con il suo docente, che è sposato ad una donna assai aggressiva la quale, scoperto il fatto, non si fa nessun problema ad aggredire la giovane per strada ed a minacciarla.
Man Soo ama silenziosamente una ragazza con cui non ha mai parlato, ma che misteriosamente gli porta il pranzo al binario di tanto in tanto e che sciaguratamente sceglierà il treno condotto da lui per suicidarsi. I due hanno in comune la mancanza di comunicazione, nessuno dei rispettivi amori saprà mai cose che avrebbero forse cambiato la storia, ma che taciute la rendono incompiuta e fallimentare. Hanna e Man Soo si incontrano una sera sul binario del treno che li ha portati ad un capolinea da cui non partirà nulla per tutta la notte. La tormenta di neve rende impossibile qualsiasi trasporto alternativo e i due non trovano nulla di meglio da fare che incominciare a mentire circa la propria situazione sentimentale. Lei si inventa un marito e lui una fidanzata, e come i binari su cui gran parte della storia si svolge essi non si incontrano mai davvero. Le loro vite sembrano votate al nascondersi la verità ed alla stasi sul binario morto che li ha condotti fino a quel punto, mentre il solito alberghetto con la solita unica stanza matrimoniale disponibile non sembra una buona occasione per cambiare le cose. In un film girato altrove avremmo un profluvio di sesso e confessioni, ma qua l’unica cosa che accade, dopo un bel pò di tempo impiegato a chiudersi rispettivamente nel bagno per piangere in solitudine sulla propria triste storia, è una rettifica circa le menzogne più evidenti che si erano in precedenza spacciate per fatti. I due si scambiano le loro verità con una sorta di pudore e con tutte le lacrime che una situazione del genere richiede, e la cosa non avrà altra conseguenza che un libro scritto da Hanna su quell’esperienza, che inconsapevolmente e con un pudore tutto orientale ha in qualche modo cambiato loro la vita.
Il tutto è raccontato con uno stile impeccabile e freddo, teso ad accentuare la dolorosa distanza emotiva dei due dalla loro reale possibilità di uscire dal binario morto su cui si sono arenati e dalla triste sorte che il mancato incontro con l’altro comporta.
La regia è pulitissima e molto didascalica, gli attori misurati in una recitazione assai minimale, che ben si accorda col contenuto senza speranza che il film urla ad ogni passo. Le scene sono bellissime ed evocative del vuoto esistenziale che, ad ogni giorno di vita dei protagonisti fa corrispondere una mancata occasione di comunicazione e di incontro, col solo risultato di esaltare la metafora insita nei binari di vite vissute in solitudine in mezzo a tutti i milioni di persone che ogni giorno viaggiano fianco a fianco senza mai vedersi davvero.

Anna Maria Pelella

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THE SHOW MUST GO ON

Genere: Drammatico
Regia: Jae-rim Han
Cast: Kang-ho Song, Dal-soo Oh, Il-hwa Choi, Je-mun Yun, Ji-yeong Park, So-eun Kim, Jang-hun Lee
Nazione: Corea
Anno: 2007
Durata: 110 minuti

Kang In-gu è un piccolo gangster di medio livello, ma anche il più affettuoso dei mariti e dei padri. La sua massima aspirazione è acquistare una casa più confortevole per la sua famiglia, in un accogliente quartiere residenziale, e provvedere al meglio ai bisogni quotidiani della moglie, della figlia e del figlio maggiore, che studia in Canada. Purtroppo In-gu attraversa anche una tipica crisi di mezza età: è stressato dal lavoro e dalle responsabilità, scopre di avere il diabete ed in più è detestato dalla figlia Hee-soon (So-eun Kim), la quale si vergogna del lavoro del padre, ritrovandosi sull’orlo della separazione dalla moglie Mi-ryung (Ji-yeong Park), che lo spinge a trovare un lavoro stabile e ad abbandonare il suo stile di vita ai margini della legalità. Tanto per peggiorare le cose, il suo migliore amico Hyun-su, lavora per una gang rivale, in diretto contrasto con la sua. Coinvolto in un grosso affare nel campo immobiliare, spera di risolvere i suoi problemi economici e di poter cambiare vita, ma Sung-Jin, il fratello minore del suo Boss, cercherà di estrometterlo, sia per gelosia che per appropriarsi dei suoi guadagni, con conseguenze drammatiche.
La seconda regia di Jae-rim Han, già autore dell’intelligente e riuscito “Rules of dating”, è un mix perfettamente equilibrato di dramma e commedia, con un finale tragicomico difficile da dimenticare. Il regista, anche autore della sceneggiatura, disegna un ritratto non idealizzato e ben poco glamour della vita di un gangster, costruito intorno ad un attore di razza come Kang-ho Song: il suo In-gu si sveglia ogni mattina e va al lavoro, proprio come un impiegato qualsiasi, cercando di sopravvivere sia ai problemi familiari che a quelli lavorativi. E’ un personaggio vulnerabile, maldestro ed inetto, sia quando regala al professore della figlia un invito ad uno Strip-Bar, che quando provoca una rissa sul tetto di un palazzo in costruzione. Ripetutamente picchiato e accoltellato, sembra perseguitato non solo dalla sfortuna, come nella memorabile fuga in macchina del prefinale con Sung-Jin chiuso nel bagagliaio, ma anche dalla propria drammatica inefficienza come marito e padre.
Jae-rim Han bilancia con sapienza le cruente scene d’azione con quelle di ordinaria quotidianità, e riesce nella difficile impresa di rivitalizzare un genere abbastanza abusato, anche nel panorama del cinema coreano.“The Show must Go On” ha un taglio realistico ma sempre imprevedibile, con momenti malinconici o violenti, ma anche comici e paradossali, senza risultare mai forzato o eccessivamente costruito in sede di scrittura, con un sottofondo di ironia persino nei momenti più cupi e brutali. La regia, brillante, nervosa e sempre all’altezza, ci regala almeno due pezzi di bravura memorabili, come la scena della buffonesca battaglia tra gangster e operai, esaltata dalla coloratissima e luminosa fotografia di Sun-bong Jang, e quella dell’aggressione a In-gu ad opera di tre scalcagnati sicari.
Il film ha vinto due meritati Blue Dragon Film Award, il più importante riconoscimento cinematografico coreano, uno come miglior film del 2007 e l’altro per l’ interpretazione di Kang-ho Song (“Memories of Murder”, “The Host”, “Sympathy for Mr.Vengeance”), che si conferma uno dei migliori e più versatili attori coreani contemporanei. Kang-ho Song nella parte di In-gu è assolutamente straordinario nel rendere le fragilità del personaggio, nascoste sotto l’apparente scorza da duro, e nel restituirne le sfaccettature, brillantemente coadiuvato da un’ottima prova di tutto il cast, in particolare di Dal-soo Oh, nella parte dell’amico d’infanzia, e di Ji-yeong Park nel ruolo della moglie. Un cinema senza troppi vezzi autoriali ma di alta classe, che meriterebbe una maggiore visibilità anche dalle nostre parti.

Nicola Picchi

 

(Aprile 2008)

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