SAMSUNG KOREA FILM FEST 2008

Recensioni Film - 2

 

 

 

ARDOR

Genere: Drammatico
Regia: Young-joo Byun
Cast: Yoon-Jin Kim, Seong-yong Gye, Jong-weon Lee
Nazione: Corea
Anno: 2002
Durata: 109 minuti

Mi-heun ha una vita idilliaca: ha un marito, con cui è sposata da otto anni, ed una figlia. Questo quadro di apparente perfezione è destinato ad incrinarsi il giorno di Natale, quando una giovane donna la aggredisce brutalmente svelandole il tradimento del marito e colpendola alla testa. Sei mesi dopo, Mi-heun e la sua famiglia lasciano Seoul e si trasferiscono in campagna, nella speranza di lasciarsi alle spalle il passato e di ricominciare una nuova vita. Qui la donna intreccia una relazione con In-gyu Choi, il medico del paese, un rapporto che, nelle intenzioni di In-gyu, dovrebbe essere un semplice “gioco” erotico destinato a finire qualora uno dei due cominciasse a sentirsi coinvolto sentimentalmente.
“Ardor” è il primo film di fiction di Byun Young-joo, una documentarista che ha sempre indagato e denunciato la condizione della donna, dedicando il suo primo documentario al commercio sessuale in Asia e tre film alle donne coreane ridotte in schiavitù dagli occupanti giapponesi durante la II Guerra Mondiale e costrette a prostituirsi. Indagini sui rapporti di potere fra i sessi, dunque, e sul ruolo tradizionalmente passivo riservato alle donne nella cultura asiatica.
Il suo film d’esordio, nei modi del melodramma al femminile, è una storia di liberazione e di appropriazione di un’identità personale, un’identità culturalmente negata, acquisita e rafforzata non solo attraverso la riscoperta della propria sessualità, ma anche attraverso il dolore e la separazione. Non a caso il film si apre su Mi-heun che nuota sott’acqua, trattenendo forzatamente il fiato, per poi risalire verso la superficie con un colpo di reni, mentre si chiude significativamente su di lei in posa per la sua prima fotografia, ormai una donna che ha conquistato una sua individualità ed in grado di definirsi come essere umano completo.
Impaginato con grazia cristallina, “Ardor” ha un inizio emotivamente contundente, preannunciato da piccoli segnali (la bandiera coreana capovolta). Questa traumatica violazione del proprio spazio interiore, sia domestico che sentimentale, porterà Mi-heun ad un completo crollo emotivo, costringendola a ricorrere agli psicofarmaci. Sentendosi definita esclusivamente attraverso la sua aderenza ad un ruolo socialmente accettato, ovvero quello di moglie e madre, collassa e perde tutti i suoi punti di riferimento. Combattuta tra l’obbligo di perdonare il marito e la sua impossibilità di farlo, trova una via d’uscita a questa impasse emotiva nella sua relazione con In-gyu, personaggio inizialmente di grande e dichiarata freddezza. Forse in uno spazio totalmente altro come quello rurale, così intimamente legato alla terra, rinascere è davvero possibile.
Byun Young-joo usa movimenti di macchina morbidi e avvolgenti, quasi sensuali, sia quando filma con vibrante sensibilità la campagna di Namhae che nelle scene erotiche tra Mi-heun e In-gyu, spesso in campo lungo per inibire un facile coinvolgimento voyeuristico dello spettatore. Sebbene l’intera operazione fosse a forte rischio di deja-vu, musica di Brahms e Vivaldi compresa, la regista contiene miracolosamente il versante melò della situazione, anche grazie alla straordinaria, sottile ed umbratile interpretazione di Yoon-Jin Kim (“Shiri”, “Lost”), giustamente insignita di un meritatissimo Blue Dragon Award come miglior attrice, che ci regala un ritratto femminile a tutto tondo.
Una riuscitissima variazione su un tema fin troppo abusato, condotta senza mai farsi costringere nei soffocanti limiti del film a tesi.

Nicola Picchi

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TAKE CARE OF MY CAT

Titolo originale: Goyangileul butaghae
Genere: Drammatico
Regia: Jae-eun Jeong
Cast: Du-na Bae, Yu-won Lee, Ji-young Ok, Eung-sil Lee, Eung-ju Lee, Jung-Hee Moon, Tae-kyung Oh
Nazione: Corea del Sud
Anno: 2001
Durata: 112 min.

Nella città portuale di Icheon, cinque giovani ragazze che hanno frequentato la stessa scuola si incontrano periodicamente in occasione di compleanni e ricorrenze. Questa pratica sarà il loro unico legame coi sogni che le avevano animate in precedenza e con il passato ormai lontano in cui erano amiche.
Opera prima di una regista che successivamente si è fatta notare per l’ottimo lavoro svolto nel progetto collettivo “If you were me”, questo “Take care of my cat” mantiene costante l’interesse dello spettatore con il semplice accorgimento di una rappresentazione minimale e di un sguardo onesto e disincantato alla odierna realtà sociale in Corea.
Le cinque protagoniste, diverse per sogni, aspirazioni, stato sociale e possibilità, brillano per la loro assoluta credibilità in quella che è raccontata, senza fronzoli, come una società competitiva e povera allo stesso tempo. La Corea di Jae-eun Jeong non è un posto lontano dalle nostre città, anch’essa è piena di persone che non riescono a trovare lavoro, di impiegati che aspirano ad una posizione che in realtà non raggiungeranno mai e di poveri che non hanno neanche un posto dove stare. E il racconto ha un unico filo conduttore, un cucciolo di gatto che verrà passato dall’una all’altra come un testimone dei sogni non realizzati di ciascuna e delle possibilità che solo in parte verranno colte.
Inizialmente la narrazione è incentrata sulle ragazze e sulle loro aspirazioni, ma progressivamente l’ottica si allarga e veniamo in contatto con le possibilità reali di ciascuna di realizzare i propri progetti. Infine, quando avremo aperto gli occhi insieme alle protagoniste sulla realtà di una società rigidamente preordinata, dove chi non ha soldi non riuscirà mai ad averne, le seguiremo da vicino nella disillusione e poi fino all’epilogo che ciascuna costruirà per la propria favola.
Quello che all’inizio era solo un gruppo di studentesse giovani che tende con ottimismo alla realizzazione personale e professionale, diverrà quasi da subito una metafora delle possibilità che toccano in sorte a chi, al momento in Corea, vuole più di quello che può avere per diritto di nascita.
C’è chi lavora in un ufficio, sognando un posto da dirigente, nell’illusione di sopperire con il lavoro alla mancanza di una laurea, o chi si dedica al volontariato per predisposizione naturale all’altruismo e che finisce inevitabilmente sfruttata, o anche chi vive in una baracca e non trova lavoro se non come cameriera.
Il cambiamento per ciascuna passa attraverso la dolorosa presa di coscienza delle illusioni che costituivano il fondamento delle aspirazioni che erano sembrate realizzabili da studentesse, e poi a mano a mano che ciascuna si accorgerà di non poter provvedere né a se stessa né al piccolo gatto che ha adottato in precedenza, ognuna troverà il modo di reagire alla situazione e di provare a cambiare le cose. Non tutte ci riusciranno ovviamente, come nella vita non sempre le cose vanno come si vorrebbe, ma chi ha mantenuto saldo il proprio proposito, anche nella tempesta della disillusione, troverà più facile ricominciare.
Tutto questo è raccontato semplicemente, con una regia pulita e col chiaro intento di sottolineare, piuttosto che di denunciare, una situazione sociale difficile. Le ragazze sono tutte perfette, sia nell’illusione che nel dolore della consapevolezza, e tutte hanno un modo di rappresentare la propria storia che diviene realistico nel momento in cui consente la chiara identificazione coi personaggi di un dramma che non ha confini territoriali né culturali.
Unico reale segnale di speranza è nel finale, nelle due ragazze che andranno via insieme, dopo che la prima ha perso tutto quello che aveva e la seconda ha capito di essere stata sfruttata per anni dal proprio padre, come a segnalare che le possibilità di sopravvivenza sono altrove e vanno cercate più lontano.

Anna Maria Pelella

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SOFFIO

Titolo Originale: Soom
Genere: Drammatico
Regia: Kim Ki-duk
Cast: Chen Chang, Ji-A Park, Jung-Woo Ha, Ki-Duk Kim
Paese: Corea Del Sud
Durata: 84 Minuti

Yeon è una donna triste e frustrata per i continui tradimenti del marito. Dopo un duro confronto con l’uomo, sente parlare di un condannato a morte che ha tentato il suicidio e, spacciandosi per una sua ex, va a trovarlo in carcere. Là incontra l’uomo che a causa di una ferita alla gola non può parlare, ma che è dispostissimo ad ascoltarla e a mano a mano la situazione si stratifica, fino a che il marito di lei si accorge dell’accaduto e tenta un recupero.
Kim Ki-duk è un regista particolarissimo, questo si sa già, ma quello che non tutti sanno è che le sue cose migliori continuano ad essere quelle precedenti alla fama internazionale. Probabilmente la progressiva semplificazione dei contenuti, come anche lo stile di regia a mano a mano più rarefatto, hanno sia causato la sua ribalta internazionale che allontanato il regista dalla unicità per cui i suoi primi film erano stati apprezzati. Si trattava di pellicole che non dovevano nulla alla moda, di opere che non avevano nessuna paura di rappresentare silenzi lunghissimi e situazioni terribili, con originalità e nessun desiderio di compiacere il pubblico rispetto alle ultime opere, che se anche perfette dal punto di vista stilistico, nulla aggiungono alla diluita rappresentazione di temi cari all’autore. Detto questo e volendo evitare il giochetto di elencare la provenienza di ciascun particolare di questo nuovo film, non ci resta che esplorarne la rappresentazione accantonando momentaneamente le fonti e dimenticando il piacere che ci aveva dato la semplice visione di film come “Primavera Estate, Autunno, Inverno...e ancora Primavera” e “Real Fiction”, per tacere del famosissimo “Ferro 3” e del meno famoso ma assai particolare “Bad Guy”.
Yeon è una donna che potrebbe essere l’ideale prosecuzione dell’insicura protagonista di “Time”, che però adesso è sposata ad un insensibile fedifrago e che invece di tentare ancora di piacere a lui sceglie di piacere ad un altro. Fin qua tutto normale anche per un occidentale, la faccenda assume però connotati più complessi a mano a mano che lei si appassiona al gioco di decostruire l’ambiente e ridefinire la situazione, attraverso l’uso della sua arte visiva e la padronanza dello strumento estetico. La cella diviene un mondo altro, proiettiva rappresentazione scenografica di un posto in cui ci si può capire senza parlare e ci si più amare in barba ai cancelli e alle telecamere. Il regista stesso ci mostra il suo riflesso, nel vetro del monitor e presta il volto al burattinaio dell’intera faccenda, il direttore del carcere, così tanto per citare un pò a caso tra mille altri precedenti.
Lo sdoppiarsi dell’immagine in un perenne contrasto interno/esterno contrapposto a realtà/proiezione rende al meglio il messaggio del regista, in una celebrazione metafilmica del ruolo di demiurgo che si sceglie chi filmando scandisce il tempo dell’azione. Azione di per sé poco incisiva nella misura in cui il reale movimento è interno e viene tutto espresso senza altro strumento che il mutare del volto dei protagonisti. Il finale apparentemente consolatorio in realtà nasconde le tendenze più rassicuranti dell’ultimo cinema di Kim Ki-duk, che rinuncia alla confusione ed alla mancanza di prospettiva dei suoi vecchi film, in favore di una normalità sotto cui nuotano silenziose la rimozione e l’ipocrisia. Il soffio del titolo, usato a più riprese come immagine di intimità tra i due disperati amanti, manca curiosamente nel finale dove viene sostituito da un canto che sa di respirazione forzata dopo una prolungata apnea.
Seppure freddissime, le scenografie appaiono di una bellezza rarefatta ed assai poetica, il gioco di filmare la decostruzione dell’ambiente circostante ha un suo sinistro fascino e la proiezione dei contenuti della sperduta protagonista, ricca di movimento interiore tanto più vitale quanto compresso, ha la consistenza di cui sono fatti i sogni. Gli attori sono assolutamente perfetti e questo curiosamente amplifica la sensazione di freddezza che l’operazione intera richiama alla mente. Il doppiaggio italiano uccide, come spesso in questi casi, la poesia del silenzio/dialogo sussurrato in originale.
Non ci resta che augurarci che il regista, come la sua protagonista che distrugge l’opera perfetta che ha inseguito durante tutta la durata del film, appagato nei suoi tentativi narcisistici di raggiungere lo zenit della regia, torni con la nostra stessa nostalgia al calore ed all’originalità dei suoi passati lavori, che se non perfetti hanno di certo il dono di essere veri.

Anna Maria Pelella

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BOYS OF TOMORROW

Genere: Drammatico
Regia: Dong-seok Noh
Cast: Ah-in Yu, Byeong-seok Kim, Jae-sung Choi, Dong-ho Lee
Paese: Corea
Anno: 2006
Durata: 93 Minuti

“Boys of Tomorrow” segue le vicende di Ki-Su e Jong-Dae, due ragazzi alle soglie dell’età adulta che sono cresciuti insieme quasi come fratelli. Entrambi provengono da famiglie povere e da un ambiente sociale degradato, ed entrambi inseguono il loro personalissimo sogno: Ki-Su, costretto a prendersi cura del nipote Yohan, insegue il sogno di una vita normale, che vede sfumare in lontananza come un miraggio, mentre l’unico desiderio di Jong-Dae, che lavora in un autolavaggio, è quello di possedere una pistola, l’unica cosa che sembra in grado di placare le sue insicurezze, ed in cui vede la soluzione a tutti i suoi problemi. Jong-Dae trova un lavoro presso un gangster locale, ritrovandosi ben presto in una brutta situazione, da cui l’amico Ki-Su tenterà di tirarlo fuori.
Seconda opera di Dong-seok Noh dopo “My Generation” (2004), il film ha un taglio realistico ed attento ad evitare i cliché, ma sconta una programmaticità eccessiva nonché un certo didascalismo di fondo, che gli impediscono di decollare. In un universo di famiglie disgregate, dove gli adulti sono assenti (emblematico uno dei flashback, dove il volto della figura paterna è tagliato dall’inquadratura) o farneticanti (la madre di Jong-Dae, raffigurata come una fanatica religiosa), i due ragazzi cercano di costituire una famiglia sostitutiva, che gli permetta di sopravvivere alle durezze del mondo che li circonda. Ki-Su è tormentato dal senso di colpa perché, da piccolo, ha sferrato un calcio a Jong-Dae, facendogli perdere un testicolo e rendendolo impotente, mentre Jong-Dae vede nella pistola un feticcio della virilità perduta, espediente che delinea il personaggio in maniera un po’ troppo risaputa e meccanica. Sessualmente frustrato, Jong-Dae instaura una sorta di relazione con una delle ragazze del salone di massaggi in cui lavora come cameriere, ed è proprio lui il personaggio più interessante del film, l’unico che lasci trapelare degli squarci di verità che sfuggano alla rigidità del teorema che si cerca di dimostrare.
L’attore Ah-in Yu, che ha vinto recentemente il Best New Actor Award al Pusan International Film Festival del 2007 per la sua interpretazione, delinea un personaggio che scivola sempre più verso un’autodistruttività nichilista e che risulta assai più realistico dell’anodino Ki-Su, a cui è affidata la poco convincente nota di speranza che suggella il film. Per il regista questo sofferto raggiungimento dell’età adulta passa attraverso l’assunzione di responsabilità: Ki-Su diventa una figura paterna sia per il piccolo Yohan che per Dong-Jae, sebbene nel finale del film si trovi costretto ad abbandonarlo a se stesso, promettendo al nipote di diventare un “bravo ragazzo”.
Dong-seok Noh gira in digitale, con uno stile naturalistico, cupo e oppressivo, memore dei primi lavori di Scorsese (“Mean Streets”) e lavora sulla sottrazione e sull’omissione deliberata, delegando ai numerosi, desolanti flashback il compito di chiarire i punti rimasti oscuri e di delineare il rapporto tra i due protagonisti. E qui il regista cede al lato melodrammatico della situazione, un melodramma che però non riesce mai a coinvolgere emotivamente perché troppo trattenuto, oltre che evidentemente studiato a tavolino.
“Boys of Tomorrow” rimane comunque un’opera interessante, anche se non del tutto riuscita, e vanta al suo attivo l’ottima interpretazione di Ah-in Yu e la fotografia di Sang-yoon Cho, premiato con la Menzione speciale al 60º Festival di Locarno.

Nicola Picchi

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ATTACK ON THE PIN-UP BOYS

Genere: Commedia
Regia: Gwon Lee
Cast: Dong-hae Lee, Ki-bum Kim, Si-won Choi, Hee-chul Kim , Young-woon Kim
Produzione: Corea
Anno: 2007
Durata: 80 Minuti

Il 14 di ogni mese i ragazzi più affascinanti e popolari delle High-School coreane vengono bersagliati da una busta piena di escrementi: la prima vittima è Sung-min, abituato a fare strage di cuori nella sua scuola; in seguito toccherà a Han-geng, giocatore di basketball, poi a Ye-sung, leader di una rock band della Nadam High School, subire la stessa sorte. Tutte le aggressioni seguono lo stesso modus operandi e presto tra i ragazzi si scatena la curiosità. Chi sarà il prossimo? L’occhialuto Kim Ki-bum, della Neul Paran High School, teorizza sul suo blog che la prossima vittima sarà della sua scuola, ed individua tre possibili bersagli: il ballerino Hee-chul, il campione di judo Kang-in e l’intelligentissimo, nonché dotato di poteri paranormali, Si-won. Il fatto è che l’evento ha portato alle vittime una grande notorietà mediatica, con tanto di apparizioni sulle riviste o in televisione e i tre ragazzi della Neul Paran non vedono l’ora di subire la stessa sorte.
Commedia scorrettissima, “Attack on the Pin-Up Boys” schiera al gran completo (meno Kyu-hyun Cho, rimasto infortunato in un incidente) i componenti della pop band coreana “Super Junior”, chiarificando così di rivolgersi principalmente ad un pubblico di adolescenti, magari femminile come quello degli shojo manga. Eppure il film funziona, anche se, come spesso succede, esaurisce tutte le frecce al proprio arco nel primo quarto d’ora. Coloratissimo, pop e cartoonesco, parte con un fuoco di fila di trovate ironiche e divertenti, graficamente molto suggestive. Il regista Gwon Lee è un grande appassionato di fumetti nonché disegnatore e il film ha un’impronta fumettistica molto forte e riuscita, senza contare che in filigrana scorre una satira, blanda ma spassosa, sui mezzi di comunicazione e sull’ossessione per la visibilità mediatica, in omaggio ai quindici minuti di celebrità teorizzati a suo tempo da Warhol. Altre tematiche, come il desiderio di accettazione da parte degli altri o la socializzazione via Web, sono appena accennate, ma è giusto così, trattandosi di una commedia senza troppe pretese che è sostanzialmente una celebrazione della pop-culture, anche se con coordinate differenti dalle nostre, ed una divertente operazione di marketing. Naturalmente i personaggi sono tratteggiati con estrema rapidità, ma l’uso dello stereotipo è assolutamente funzionale al risultato, frizzante e spensierato, che si vuole ottenere.
I dodici “Super Junior”, ognuno identificato con il suo vero nome per risparmiare uno stress aggiuntivo ai fans, se la cavano bene e si muovono con naturalezza tra le bordate di humour demenziale riservategli dalla sceneggiatura, riservandosi un gustoso numero musicale nel gran finale del film. Per la cronaca, Si-won Choi aveva già dato un saggio delle sue qualità recitative in “Battle of Wits”, meditativo wuxia con Andy Lau, tratto da un manga di successo.
Ma sarebbe ingiusto tacere del tredicesimo ed importantissimo personaggio, ovvero il gigantesco Panda con cui Kang-in si allena in palestra. Non solo consuma quantità industriali di bambù che gli provocano gravi effetti collaterali, ma alla fine risulta direttamente coinvolto nella faccenda. Occhio alla scena prima dei titoli di coda!

Nicola Picchi

 

(Aprile 2008)

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