ARDOR
Genere:
Drammatico
Regia: Young-joo Byun
Cast: Yoon-Jin Kim, Seong-yong Gye, Jong-weon Lee
Nazione: Corea
Anno: 2002
Durata: 109 minuti
Mi-heun
ha una vita idilliaca: ha un marito, con cui è sposata
da otto anni, ed una figlia. Questo quadro di apparente perfezione
è destinato ad incrinarsi il giorno di Natale, quando
una giovane donna la aggredisce brutalmente svelandole il tradimento
del marito e colpendola alla testa. Sei mesi dopo, Mi-heun e
la sua famiglia lasciano Seoul e si trasferiscono in campagna,
nella speranza di lasciarsi alle spalle il passato e di ricominciare
una nuova vita. Qui la donna intreccia una relazione con In-gyu
Choi, il medico del paese, un rapporto che, nelle intenzioni
di In-gyu, dovrebbe essere un semplice “gioco” erotico
destinato a finire qualora uno dei due cominciasse a sentirsi
coinvolto sentimentalmente.
“Ardor” è il primo film di fiction di Byun
Young-joo, una documentarista che ha sempre indagato e denunciato
la condizione della donna, dedicando il suo primo documentario
al commercio sessuale in Asia e tre film alle donne coreane
ridotte in schiavitù dagli occupanti giapponesi durante
la II Guerra Mondiale e costrette a prostituirsi. Indagini sui
rapporti di potere fra i sessi, dunque, e sul ruolo tradizionalmente
passivo riservato alle donne nella cultura asiatica.
Il suo film d’esordio, nei modi del melodramma al femminile,
è una storia di liberazione e di appropriazione di un’identità
personale, un’identità culturalmente negata, acquisita
e rafforzata non solo attraverso la riscoperta della propria
sessualità, ma anche attraverso il dolore e la separazione.
Non a caso il film si apre su Mi-heun che nuota sott’acqua,
trattenendo forzatamente il fiato, per poi risalire verso la
superficie con un colpo di reni, mentre si chiude significativamente
su di lei in posa per la sua prima fotografia, ormai una donna
che ha conquistato una sua individualità ed in grado
di definirsi come essere umano completo.
Impaginato con grazia cristallina, “Ardor” ha un
inizio emotivamente contundente, preannunciato da piccoli segnali
(la bandiera coreana capovolta). Questa traumatica violazione
del proprio spazio interiore, sia domestico che sentimentale,
porterà Mi-heun ad un completo crollo emotivo, costringendola
a ricorrere agli psicofarmaci. Sentendosi definita esclusivamente
attraverso la sua aderenza ad un ruolo socialmente accettato,
ovvero quello di moglie e madre, collassa e perde tutti i suoi
punti di riferimento. Combattuta tra l’obbligo di perdonare
il marito e la sua impossibilità di farlo, trova una
via d’uscita a questa impasse emotiva nella sua relazione
con In-gyu, personaggio inizialmente di grande e dichiarata
freddezza. Forse in uno spazio totalmente altro come quello
rurale, così intimamente legato alla terra, rinascere
è davvero possibile.
Byun Young-joo usa movimenti di macchina morbidi e avvolgenti,
quasi sensuali, sia quando filma con vibrante sensibilità
la campagna di Namhae che nelle scene erotiche tra Mi-heun e
In-gyu, spesso in campo lungo per inibire un facile coinvolgimento
voyeuristico dello spettatore. Sebbene l’intera operazione
fosse a forte rischio di deja-vu, musica di Brahms e Vivaldi
compresa, la regista contiene miracolosamente il versante melò
della situazione, anche grazie alla straordinaria, sottile ed
umbratile interpretazione di Yoon-Jin Kim (“Shiri”,
“Lost”), giustamente insignita di un meritatissimo
Blue Dragon Award come miglior attrice, che ci regala un ritratto
femminile a tutto tondo.
Una riuscitissima variazione su un tema fin troppo abusato,
condotta senza mai farsi costringere nei soffocanti limiti del
film a tesi.
Nicola
Picchi
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TAKE
CARE OF MY CAT
Titolo
originale: Goyangileul butaghae
Genere: Drammatico
Regia: Jae-eun Jeong
Cast: Du-na Bae, Yu-won Lee, Ji-young Ok, Eung-sil Lee, Eung-ju
Lee, Jung-Hee Moon, Tae-kyung Oh
Nazione: Corea del Sud
Anno: 2001
Durata: 112 min.
Nella
città portuale di Icheon, cinque giovani ragazze che
hanno frequentato la stessa scuola si incontrano periodicamente
in occasione di compleanni e ricorrenze. Questa pratica sarà
il loro unico legame coi sogni che le avevano animate in precedenza
e con il passato ormai lontano in cui erano amiche.
Opera prima di una regista che successivamente si è fatta
notare per l’ottimo lavoro svolto nel progetto collettivo
“If you were me”, questo “Take care of my
cat” mantiene costante l’interesse dello spettatore
con il semplice accorgimento di una rappresentazione minimale
e di un sguardo onesto e disincantato alla odierna realtà
sociale in Corea.
Le cinque protagoniste, diverse per sogni, aspirazioni, stato
sociale e possibilità, brillano per la loro assoluta
credibilità in quella che è raccontata, senza
fronzoli, come una società competitiva e povera allo
stesso tempo. La Corea di Jae-eun Jeong non è un posto
lontano dalle nostre città, anch’essa è
piena di persone che non riescono a trovare lavoro, di impiegati
che aspirano ad una posizione che in realtà non raggiungeranno
mai e di poveri che non hanno neanche un posto dove stare. E
il racconto ha un unico filo conduttore, un cucciolo di gatto
che verrà passato dall’una all’altra come
un testimone dei sogni non realizzati di ciascuna e delle possibilità
che solo in parte verranno colte.
Inizialmente la narrazione è incentrata sulle ragazze
e sulle loro aspirazioni, ma progressivamente l’ottica
si allarga e veniamo in contatto con le possibilità reali
di ciascuna di realizzare i propri progetti. Infine, quando
avremo aperto gli occhi insieme alle protagoniste sulla realtà
di una società rigidamente preordinata, dove chi non
ha soldi non riuscirà mai ad averne, le seguiremo da
vicino nella disillusione e poi fino all’epilogo che ciascuna
costruirà per la propria favola.
Quello che all’inizio era solo un gruppo di studentesse
giovani che tende con ottimismo alla realizzazione personale
e professionale, diverrà quasi da subito una metafora
delle possibilità che toccano in sorte a chi, al momento
in Corea, vuole più di quello che può avere per
diritto di nascita.
C’è chi lavora in un ufficio, sognando un posto
da dirigente, nell’illusione di sopperire con il lavoro
alla mancanza di una laurea, o chi si dedica al volontariato
per predisposizione naturale all’altruismo e che finisce
inevitabilmente sfruttata, o anche chi vive in una baracca e
non trova lavoro se non come cameriera.
Il cambiamento per ciascuna passa attraverso la dolorosa presa
di coscienza delle illusioni che costituivano il fondamento
delle aspirazioni che erano sembrate realizzabili da studentesse,
e poi a mano a mano che ciascuna si accorgerà di non
poter provvedere né a se stessa né al piccolo
gatto che ha adottato in precedenza, ognuna troverà il
modo di reagire alla situazione e di provare a cambiare le cose.
Non tutte ci riusciranno ovviamente, come nella vita non sempre
le cose vanno come si vorrebbe, ma chi ha mantenuto saldo il
proprio proposito, anche nella tempesta della disillusione,
troverà più facile ricominciare.
Tutto questo è raccontato semplicemente, con una regia
pulita e col chiaro intento di sottolineare, piuttosto che di
denunciare, una situazione sociale difficile. Le ragazze sono
tutte perfette, sia nell’illusione che nel dolore della
consapevolezza, e tutte hanno un modo di rappresentare la propria
storia che diviene realistico nel momento in cui consente la
chiara identificazione coi personaggi di un dramma che non ha
confini territoriali né culturali.
Unico reale segnale di speranza è nel finale, nelle due
ragazze che andranno via insieme, dopo che la prima ha perso
tutto quello che aveva e la seconda ha capito di essere stata
sfruttata per anni dal proprio padre, come a segnalare che le
possibilità di sopravvivenza sono altrove e vanno cercate
più lontano.
Anna
Maria Pelella
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Titolo
Originale: Soom
Genere: Drammatico
Regia: Kim Ki-duk
Cast: Chen Chang, Ji-A Park, Jung-Woo Ha, Ki-Duk Kim
Paese: Corea Del Sud
Durata: 84 Minuti
Yeon
è una donna triste e frustrata per i continui tradimenti
del marito. Dopo un duro confronto con l’uomo, sente parlare
di un condannato a morte che ha tentato il suicidio e, spacciandosi
per una sua ex, va a trovarlo in carcere. Là incontra l’uomo
che a causa di una ferita alla gola non può parlare, ma
che è dispostissimo ad ascoltarla e a mano a mano la situazione
si stratifica, fino a che il marito di lei si accorge dell’accaduto
e tenta un recupero.
Kim Ki-duk è un regista particolarissimo, questo si sa
già, ma quello che non tutti sanno è che le sue
cose migliori continuano ad essere quelle precedenti alla fama
internazionale. Probabilmente la progressiva semplificazione dei
contenuti, come anche lo stile di regia a mano a mano più
rarefatto, hanno sia causato la sua ribalta internazionale che
allontanato il regista dalla unicità per cui i suoi primi
film erano stati apprezzati. Si trattava di pellicole che non
dovevano nulla alla moda, di opere che non avevano nessuna paura
di rappresentare silenzi lunghissimi e situazioni terribili, con
originalità e nessun desiderio di compiacere il pubblico
rispetto alle ultime opere, che se anche perfette dal punto di
vista stilistico, nulla aggiungono alla diluita rappresentazione
di temi cari all’autore. Detto questo e volendo evitare
il giochetto di elencare la provenienza di ciascun particolare
di questo nuovo film, non ci resta che esplorarne la rappresentazione
accantonando momentaneamente le fonti e dimenticando il piacere
che ci aveva dato la semplice visione di film come “Primavera
Estate, Autunno, Inverno...e ancora Primavera” e “Real
Fiction”, per tacere del famosissimo “Ferro 3”
e del meno famoso ma assai particolare “Bad Guy”.
Yeon è una donna che potrebbe essere l’ideale prosecuzione
dell’insicura protagonista di “Time”, che però
adesso è sposata ad un insensibile fedifrago e che invece
di tentare ancora di piacere a lui sceglie di piacere ad un altro.
Fin qua tutto normale anche per un occidentale, la faccenda assume
però connotati più complessi a mano a mano che lei
si appassiona al gioco di decostruire l’ambiente e ridefinire
la situazione, attraverso l’uso della sua arte visiva e
la padronanza dello strumento estetico. La cella diviene un mondo
altro, proiettiva rappresentazione scenografica di un posto in
cui ci si può capire senza parlare e ci si più amare
in barba ai cancelli e alle telecamere. Il regista stesso ci mostra
il suo riflesso, nel vetro del monitor e presta il volto al burattinaio
dell’intera faccenda, il direttore del carcere, così
tanto per citare un pò a caso tra mille altri precedenti.
Lo sdoppiarsi dell’immagine in un perenne contrasto interno/esterno
contrapposto a realtà/proiezione rende al meglio il messaggio
del regista, in una celebrazione metafilmica del ruolo di demiurgo
che si sceglie chi filmando scandisce il tempo dell’azione.
Azione di per sé poco incisiva nella misura in cui il reale
movimento è interno e viene tutto espresso senza altro
strumento che il mutare del volto dei protagonisti. Il finale
apparentemente consolatorio in realtà nasconde le tendenze
più rassicuranti dell’ultimo cinema di Kim Ki-duk,
che rinuncia alla confusione ed alla mancanza di prospettiva dei
suoi vecchi film, in favore di una normalità sotto cui
nuotano silenziose la rimozione e l’ipocrisia. Il soffio
del titolo, usato a più riprese come immagine di intimità
tra i due disperati amanti, manca curiosamente nel finale dove
viene sostituito da un canto che sa di respirazione forzata dopo
una prolungata apnea.
Seppure freddissime, le scenografie appaiono di una bellezza rarefatta
ed assai poetica, il gioco di filmare la decostruzione dell’ambiente
circostante ha un suo sinistro fascino e la proiezione dei contenuti
della sperduta protagonista, ricca di movimento interiore tanto
più vitale quanto compresso, ha la consistenza di cui sono
fatti i sogni. Gli attori sono assolutamente perfetti e questo
curiosamente amplifica la sensazione di freddezza che l’operazione
intera richiama alla mente. Il doppiaggio italiano uccide, come
spesso in questi casi, la poesia del silenzio/dialogo sussurrato
in originale.
Non ci resta che augurarci che il regista, come la sua protagonista
che distrugge l’opera perfetta che ha inseguito durante
tutta la durata del film, appagato nei suoi tentativi narcisistici
di raggiungere lo zenit della regia, torni con la nostra stessa
nostalgia al calore ed all’originalità dei suoi passati
lavori, che se non perfetti hanno di certo il dono di essere veri.
Anna
Maria Pelella
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BOYS
OF TOMORROW
Genere:
Drammatico
Regia: Dong-seok Noh
Cast: Ah-in Yu, Byeong-seok Kim, Jae-sung Choi, Dong-ho Lee
Paese: Corea
Anno: 2006
Durata: 93 Minuti
“Boys
of Tomorrow” segue le vicende di Ki-Su e Jong-Dae, due
ragazzi alle soglie dell’età adulta che sono cresciuti
insieme quasi come fratelli. Entrambi provengono da famiglie
povere e da un ambiente sociale degradato, ed entrambi inseguono
il loro personalissimo sogno: Ki-Su, costretto a prendersi cura
del nipote Yohan, insegue il sogno di una vita normale, che
vede sfumare in lontananza come un miraggio, mentre l’unico
desiderio di Jong-Dae, che lavora in un autolavaggio, è
quello di possedere una pistola, l’unica cosa che sembra
in grado di placare le sue insicurezze, ed in cui vede la soluzione
a tutti i suoi problemi. Jong-Dae trova un lavoro presso un
gangster locale, ritrovandosi ben presto in una brutta situazione,
da cui l’amico Ki-Su tenterà di tirarlo fuori.
Seconda opera di Dong-seok Noh dopo “My Generation”
(2004), il film ha un taglio realistico ed attento ad evitare
i cliché, ma sconta una programmaticità eccessiva
nonché un certo didascalismo di fondo, che gli impediscono
di decollare. In un universo di famiglie disgregate, dove gli
adulti sono assenti (emblematico uno dei flashback, dove il
volto della figura paterna è tagliato dall’inquadratura)
o farneticanti (la madre di Jong-Dae, raffigurata come una fanatica
religiosa), i due ragazzi cercano di costituire una famiglia
sostitutiva, che gli permetta di sopravvivere alle durezze del
mondo che li circonda. Ki-Su è tormentato dal senso di
colpa perché, da piccolo, ha sferrato un calcio a Jong-Dae,
facendogli perdere un testicolo e rendendolo impotente, mentre
Jong-Dae vede nella pistola un feticcio della virilità
perduta, espediente che delinea il personaggio in maniera un
po’ troppo risaputa e meccanica. Sessualmente frustrato,
Jong-Dae instaura una sorta di relazione con una delle ragazze
del salone di massaggi in cui lavora come cameriere, ed è
proprio lui il personaggio più interessante del film,
l’unico che lasci trapelare degli squarci di verità
che sfuggano alla rigidità del teorema che si cerca di
dimostrare.
L’attore Ah-in Yu, che ha vinto recentemente il Best New
Actor Award al Pusan International Film Festival del 2007 per
la sua interpretazione, delinea un personaggio che scivola sempre
più verso un’autodistruttività nichilista
e che risulta assai più realistico dell’anodino
Ki-Su, a cui è affidata la poco convincente nota di speranza
che suggella il film. Per il regista questo sofferto raggiungimento
dell’età adulta passa attraverso l’assunzione
di responsabilità: Ki-Su diventa una figura paterna sia
per il piccolo Yohan che per Dong-Jae, sebbene nel finale del
film si trovi costretto ad abbandonarlo a se stesso, promettendo
al nipote di diventare un “bravo ragazzo”.
Dong-seok Noh gira in digitale, con uno stile naturalistico,
cupo e oppressivo, memore dei primi lavori di Scorsese (“Mean
Streets”) e lavora sulla sottrazione e sull’omissione
deliberata, delegando ai numerosi, desolanti flashback il compito
di chiarire i punti rimasti oscuri e di delineare il rapporto
tra i due protagonisti. E qui il regista cede al lato melodrammatico
della situazione, un melodramma che però non riesce mai
a coinvolgere emotivamente perché troppo trattenuto,
oltre che evidentemente studiato a tavolino.
“Boys of Tomorrow” rimane comunque un’opera
interessante, anche se non del tutto riuscita, e vanta al suo
attivo l’ottima interpretazione di Ah-in Yu e la fotografia
di Sang-yoon Cho, premiato con la Menzione speciale al 60º
Festival di Locarno.
Nicola
Picchi
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ATTACK
ON THE PIN-UP BOYS
Genere:
Commedia
Regia: Gwon Lee
Cast: Dong-hae Lee, Ki-bum Kim, Si-won Choi, Hee-chul Kim , Young-woon
Kim
Produzione: Corea
Anno: 2007
Durata: 80 Minuti
Il
14 di ogni mese i ragazzi più affascinanti e popolari delle
High-School coreane vengono bersagliati da una busta piena di
escrementi: la prima vittima è Sung-min, abituato a fare
strage di cuori nella sua scuola; in seguito toccherà a
Han-geng, giocatore di basketball, poi a Ye-sung, leader di una
rock band della Nadam High School, subire la stessa sorte. Tutte
le aggressioni seguono lo stesso modus operandi e presto tra i
ragazzi si scatena la curiosità. Chi sarà il prossimo?
L’occhialuto Kim Ki-bum, della Neul Paran High School, teorizza
sul suo blog che la prossima vittima sarà della sua scuola,
ed individua tre possibili bersagli: il ballerino Hee-chul, il
campione di judo Kang-in e l’intelligentissimo, nonché
dotato di poteri paranormali, Si-won. Il fatto è che l’evento
ha portato alle vittime una grande notorietà mediatica,
con tanto di apparizioni sulle riviste o in televisione e i tre
ragazzi della Neul Paran non vedono l’ora di subire la stessa
sorte.
Commedia scorrettissima, “Attack on the Pin-Up Boys”
schiera al gran completo (meno Kyu-hyun Cho, rimasto infortunato
in un incidente) i componenti della pop band coreana “Super
Junior”, chiarificando così di rivolgersi principalmente
ad un pubblico di adolescenti, magari femminile come quello degli
shojo manga. Eppure il film funziona, anche se, come spesso succede,
esaurisce tutte le frecce al proprio arco nel primo quarto d’ora.
Coloratissimo, pop e cartoonesco, parte con un fuoco di fila di
trovate ironiche e divertenti, graficamente molto suggestive.
Il regista Gwon Lee è un grande appassionato di fumetti
nonché disegnatore e il film ha un’impronta fumettistica
molto forte e riuscita, senza contare che in filigrana scorre
una satira, blanda ma spassosa, sui mezzi di comunicazione e sull’ossessione
per la visibilità mediatica, in omaggio ai quindici minuti
di celebrità teorizzati a suo tempo da Warhol. Altre tematiche,
come il desiderio di accettazione da parte degli altri o la socializzazione
via Web, sono appena accennate, ma è giusto così,
trattandosi di una commedia senza troppe pretese che è
sostanzialmente una celebrazione della pop-culture, anche se con
coordinate differenti dalle nostre, ed una divertente operazione
di marketing. Naturalmente i personaggi sono tratteggiati con
estrema rapidità, ma l’uso dello stereotipo è
assolutamente funzionale al risultato, frizzante e spensierato,
che si vuole ottenere.
I dodici “Super Junior”, ognuno identificato con il
suo vero nome per risparmiare uno stress aggiuntivo ai fans, se
la cavano bene e si muovono con naturalezza tra le bordate di
humour demenziale riservategli dalla sceneggiatura, riservandosi
un gustoso numero musicale nel gran finale del film. Per la cronaca,
Si-won Choi aveva già dato un saggio delle sue qualità
recitative in “Battle of Wits”, meditativo wuxia con
Andy Lau, tratto da un manga di successo.
Ma sarebbe ingiusto tacere del tredicesimo ed importantissimo
personaggio, ovvero il gigantesco Panda con cui Kang-in si allena
in palestra. Non solo consuma quantità industriali di bambù
che gli provocano gravi effetti collaterali, ma alla fine risulta
direttamente coinvolto nella faccenda. Occhio alla scena prima
dei titoli di coda!
Nicola
Picchi
(Aprile
2008)
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