M
Genere:
Thriller
Regia: Lee Myung-se
Cast: Gang Dong-weon, Lee Yeon-hee, Gong Hyo-jin
Paese: Corea
Anno: 2007
Durata: 110 minuti
Min-woo
Han, uno scrittore di best-seller, attraversa un periodo di
crisi: soffre d’ansia, non riesce a dormire ed ha ricorrenti
episodi di deja-vu. Inoltre non riesce a concludere il suo ultimo
libro, per cui ha già ricevuto un sostanzioso anticipo.
In perenne stato confusionale, intreccia una relazione con una
misteriosa ragazza che lo segue insistentemente, suscitando
le gelosie della sua fidanzata Eun-hye. Ben presto non riuscirà
più a distinguere tra realtà e sogno, e lentamente
inizieranno ad emergere ricordi del suo primo amore, Mimi, che
Min-woo aveva completamente dimenticato.
Lee Myung-se ha dichiarato che Hitchcock gli è apparso
in sogno mostrandogli un libro che si intitolava “M”,
ma ci auguriamo che si tratti di una “boutade”.
In realtà l’enigmatica M del titolo nasconde una
pluralità di significati: M sta per Min-woo, il nome
di Han, ma anche per Mimi, per “Mist”, una canzone
molto popolare in Corea alla fine degli anni ’60, che
Mimi canterà ad Han ad un certo punto innescando il flusso
dei ricordi e, naturalmente, per “memories”. Min-woo
si renderà conto infatti che la ragazza non è
altri che il fantasma di Mimi, morta anni addietro, e si riapproprierà
del suo passato in un luogo dove i tempi coesistono, ovvero
al Club “Lupin”, smaccata ma divertita citazione
del bar dell’Overlook Hotel, barista compreso. Né
questa è l’unica citazione dal capolavoro kubrickiano,
dato che Min-woo, afflitto dal blocco dello scrittore proprio
come Jack Torrance, riempie le schermate del suo computer di
parole ossessivamente ripetute.
“M” è interamente giocato su tre ambienti
totalizzanti e giustapposti: il Club “Lupin”, che
è il luogo della memoria, l’incredibile casa hi-tech
di Min-woo e Eun-ye, luogo dell’impasse creativa e dello
stallo emozionale, ed il ristorante, luogo dell’alienazione,
delegato ad una gestione dei rapporti sociali alquanto surreale.
E’ inoltre strutturato su tre diversi piani di realtà,
quello onirico, quello della memoria e quello della quotidianità.
Il regista li rimescola tutti con grande libertà espressiva
ed altrettanto sprezzo del pericolo, in un incastro escheriano
di geometrica perfezione che rasenta alle volte la stucchevolezza.
Lee Myung-se è un formalista, come ha ampiamente dimostrato
nei precedenti “Nowhere to hide” e “The Duelist”,
o lo si ama o lo si detesta profondamente, e non sono possibili
vie di mezzo. Tecnicamente dotatissimo, infila talmente tante
inquadrature, tutte indovinate ed originali, e tagli di montaggio
in cinque minuti che ad un altro regista (soprattutto italiano)
basterebbero per dieci film interi. Con una sensibilità
fortemente grafica, satura i colori, sovraespone l’immagine,
stupisce con freeze, dissolvenze, ralenti ed accelerazioni repentine,
ma tutto questo tour de force stilistico è a forte rischio
di inconsistenza, sempre sull’orlo dell’esibizionismo
e della vacuità espressiva. A tanta abilità registica
non corrisponde purtroppo la capacità di infondere un
barlume di vita nei personaggi. Se nel caso dei coreografici
spadaccini di “The Duelist” si poteva soprassedere,
non si può fare altrettanto con “M”, che
vorrebbe essere una sorta di thriller psicologico. Dato che
Min-woo e Mimi non acquistano mai abbastanza forza da essere
di carne e sangue, né tantomeno appaiono forniti di una
psicologia di qualche tipo, la scommessa appare persa in partenza.
La tensione drammatica è completamente assente, ed anche
il melanconico finale che suggella questa romantica storia d’amore
soprannaturale lascia del tutto indifferenti. Non che questo
sia brutto cinema, intendiamoci, è solo cinema onanistico,
autoreferenziale ed anche un po’ irritante, considerata
la dose di talento inutilmente sprecato.
Nicola Picchi
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DUELIST
Genere:
Azione
Regia: Myung-se Lee
Cast: Joong-hoon Park, Ji-won Ha, Dong-won Kang , Choi Ji-woo,
Sung-kee Ahn
Paese: Corea
Anno: 2005
Durata: 111 minuti
“Duelist”
è una versione ridotta della serie televisiva coreana
“Damo” (2004), a sua volta tratta da un fumetto
di Bang Hak-gi, da cui eredita anche la protagonista femminile,
Ji-won Ha.
Ambientato durante l’epoca Chosun, nel XVII secolo, racconta
la storia di Namsoon e Ahn, due agenti del governo sotto copertura
che indagano su un traffico di denaro falso, che rischia di
destabilizzare l’economia del paese. Implicati nella cospirazione
sembrano essere il Ministro della Difesa Song, che sta progettando
un colpo di stato, ed un misterioso spadaccino mascherato soprannominato
“Sad Eyes”, di cui la bella Namsoon si innamorerà
perdutamente non appena avrà modo di incrociare la spada
con la sua.
In “Duelist” si ritrovano i pregi e i difetti del
cinema di Myung-se Lee, anche se il film è comunque un
passo avanti rispetto a “Nowhere to hide”. Si conferma
la sua assoluta incapacità a raccontare una storia e
ritorna, accentuata in maniera esponenziale, la sua vocazione
al frammento autoreferenziale, con abbondanza di siparietti
assolutamente superflui, come la storia raccontata dal fabbro
nel prologo o le scenette accelerate in stile slapstick, che
risultano dispersivi e deleteri all’integrità dell’opera.
I presunti intrighi politici e la concatenazione degli eventi
restano confusi e la sceneggiatura, firmata dallo stesso regista
e da Hae-gyeong Lee, è incongruente e piena di salti
logici ai confini con l’improbabilità, ma su questo
si potrebbe sorvolare, visto il disinteresse più volte
manifestato dall’autore verso questo aspetto, probabilmente
considerato passatista e molto poco New Wave. Il problema è
che quello che dovrebbe essere il punto nodale del film, ovvero
l’amore inconfessato e impossibile tra Namsoon e “Sad
Eyes”, resta sempre nei limiti della cotta adolescenziale,
affidato com’è alla insopportabile mimica di Ji-won
Ha e confinato nelle scene di combattimento tra i due personaggi.
L’unico modo di amarsi dei due è infatti attraverso
il duello, un duello evidentemente seduttivo e pieno di sottotesti
sessuali, un corteggiamento ritualizzato dove Myung-se Lee offre
il meglio (o il peggio, a seconda dei gusti) di sé, tra
lame che balenano nel buio ed un gran sventolare di drappi rossi,
neve e foglie morte. Gli ipercoreografati duelli sono dei meravigliosi
balletti, danza allo stato puro dove il montaggio è calibrato
al millimetro sulla ritmica del suono (uno struggente tango
melodico), come nei videoclip. C’è un ossessivo
lavoro sull’illuminazione e sui contrasti di luce ed ombra,
anche per merito della bellissima fotografia di Kwang-suk Chung,
densa di eccitanti cromatismi. Purtroppo tanta perizia non porta
da nessuna parte e, una volta passata la sbornia, ci si rende
conto che, se proprio sentiamo il bisogno di goderci una serio
ripensamento sul genere wuxia unito ad una sperimentazione non
sterile e ad una straordinaria bellezza formale, forse è
il caso di rivedere “Ashes of Time” e di lasciar
perdere “Duelist”. L’inversione dei ruoli
(Namsoon è una figura androgina, “Sad Eyes”
tendenzialmente femminile), che poteva suggerire spunti interessanti,
è appena abbozzata, e la combinazione di commedia e melodramma
risulta scarsamente bilanciata, anche per colpa della recitazione
eccessiva e farsesca di Ji-won Ha nel ruolo di Namsoon, mentre
“Sad Eyes” (Dong-won Kang) è poco più
di un’inconsistente silhouette ballerina, per tacere dell’incomprensibile
coinvolgimento di un attore di lungo corso come Sung-kee Ahn
(“May 18”, “Radio Star”, “Musa
the Warrior”) in un ruolo del tutto marginale. Il regista
sembra non capire che lo stile, se disgiunto dalla sostanza,
non è tutto, e certamente lo Zhang Ymou di “Hero”
e “La Foresta dei Pugnali Volanti” può dormire
sonni tranquilli, certo che Myung-se Lee non insidierà
il suo trono, o almeno non con questo “Duelist”,
film freddo come la nevicata che lo conclude.
Nicola
Picchi
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Genere:
Azione
Regia: Myung-se Lee
Cast: Park Joong-hoon, Ahn Sung-ki, Jang Dong-gun, Choi Ji-wu,
Shim Cheol-jong, Lee Won-jong, Do Yong-koo
Paese: Corea
Anno: 1999
Durata: 110 minuti
Presentato
al Samsung Korean Film Fest di Firenze durante la retrospettiva
dedicata a Myung-se Lee, “Nowhere to hide” è
anche l’unico dei suoi film ad essere stato distribuito
in Italia, direttamente in DVD.
Dopo un omicidio, i detective Woo e Kim, si mettono sulle tracce
di Chan Sung-min, il presunto killer. Comincia così una
caccia che si snoda attraverso le quasi due ore del film, dove
i due antagonisti giocano alternativamente le parti del gatto
e del topo, fino alla prevedibile conclusione. Pur utilizzando
una trama convenzionale ridotta ai minimi termini, Myung-se Lee
scompagina le carte facendo implodere la narrazione e spezzandola
in tanti piccoli frammenti autoconclusivi, con effetti discontinui
ma interessanti, a patto che si sia disposti ad accontentarsi.
Il regista ha dichiarato che “La storia e i personaggi non
sono il punto principale del film. Il punto principale è
il movimento”, e si comporta, molto coerentemente, di conseguenza.
“Nowhere to hide” è una rivisitazione dell’action-thriller
affrontata con taglio aggressivo e parodistico, quasi fumettistico,
e strutturata sull’esasperazione dei toni, più interessata
a sperimentare con presunte bellurie, che appaiono già
vertiginosamente sorpassate e ormai di modernariato, che non a
dedicarsi all’approfondimento dei personaggi. Quella di
Myung-se Lee è pura energia cinetica allo stato brado,
che va sempre avanti a testa bassa senza chiedersi mai dove stia
andando, utilizzando cambi di registro continui, sia musicali
che di genere. La colonna sonora spazia dai Bee Gees, la cui musica
sottolinea l’omicidio iniziale, all’Heavy Metal al
Trip Hop, mentre la costruzione delle sequenze contamina noir,
western urbano e persino le vecchie comiche del cinema muto, senza
tralasciare un umoristico sbeffeggiamento dei canoni nonché
qualche insospettabile cedimento ai luoghi comuni, sfruttati esclusivamente
ai fini della riuscita estetica dell’immagine: la pioggia
continua e martellante fa molto “noir”, mentre la
neve scende a cascata nelle sequenze più malinconiche ed
introspettive. L’estetica del frammento da videoclip regna
sovrana, a scapito della totale assenza di pathos e della vacuità
dei protagonisti, Woo e Sung-min, nonostante l’ottima prova
di Park Joong-hoon nella parte del brutale detective Woo. Tale
ablazione, volontaria ma non per questo meno deleteria sul piano
dell’incisività, rende il film una prova ancora immatura,
mutilata e barcollante, una superficie smaltata che riflette il
vuoto. Nonostante non si possano negare al regista una forte sensibilità
pittorica ed una grande abilità nella costruzione dell’inquadratura,
il tutto resta confinato nei limiti dell’esercizio di stile
fine a se stesso intriso di autoindulgenza fino al midollo, che
potrà forse piacere ad alcuni cinefili oltranzisti, che
non si lasciano scoraggiare dall’abuso di freeze e di slow-motion
reiterati fino all’estenuazione. Senza scomodare maestri
del cinema coreano come Park Chan-wook o Kim Ki-duk, si potrebbe
suggerire a Myung-se Lee di rivedersi con attenzione i film di
Kim Jee-woon (“A tale of two sisters”, “A bittersweet
life”), regista anch’esso molto attento all’estetica,
ma che non permette mai che quest’ultima prenda il sopravvento,
cannibalizzando l’opera nel suo complesso. Purtroppo gli
stessi difetti di fondo si possono riscontrare anche nel successivo
film di Myung-se Lee (“Duelist”), che solo con l’ultimissimo
“M” sembra pervenuto a risultati più convincenti,
anche se minati alla base dalla medesima inconsistenza di fondo.
Nicola
Picchi
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THIS
CHARMING GIRL
Titolo
originale: Yeoja, Jeong-hye
Genere: Drammatico
Regia: Lee Yoon-ki
Cast: Kim Ji-su, Hwang Jeong-min, Kim Hye-ok, Lee Dae-yeon,
Seo Dong-won, Kim Kkot-bi, Kim Mi-seong
Paese: Corea del Sud
Anno: 2004
Durata: 99 min.
Jeong-hae
è una graziosa ragazza che lavora in un ufficio postale.
Dopo il lavoro la vediamo occuparsi della sua casa e delle piante,
con una dedizione quasi totalizzante. La sua vita sembra consistere
unicamente in queste normali incombenze e nelle serate trascorse
davanti alla televisione, perennemente accesa. Ma a mano a mano
che la telecamera la segue scopriremo parte del suo passato
e il motivo del suo apparente gelo interiore.
Jeong-hae ricorda da vicino la superficie di un lago, le increspature
visibili a chi si sofferma a guardare non ci dicono nulla delle
correnti sotterranee, dove si intuisce un movimento di cui scopriremo
pochissimo, e solo alla fine del cammino. La sua giornata è
scandita dal ritmo lento del lavoro, dei pranzi con le colleghe,
e da quello quasi immobile delle pulizie di casa, la cura delle
piante e la televisione in perenne sottofondo. Un giorno prova
persino a prendere un gattino, col quale condividere il suo
tempo solitario. Ma l’incapacità della donna di
stabilire relazioni di natura affettiva con chiunque renderà
impossibile persino il contatto col piccolo animale. Jeong-hae
non vive nel presente, ma è costantemente insidiata dai
ricordi della sua vita passata, ed è in questi flash
back che la conosceremo davvero. Un matrimonio da cui è
fuggita sarà solo una parte del suo oscuro passato, altri
saranno i momenti inconfessabili che ella porta con se avvelenandole
l’esistenza.
La storia è tutta nei ricordi e nelle reazioni al presente
che noi intuiamo causate dai passati momenti di una vita avvelenata.
Ed è con la comprensione che solitamente riserviamo alle
vittime, che la vediamo prendere un coltello, ma sarà
con il sollievo di chi si augura un finale migliore, che invece
la accompagneremo nella fuga dai propositi di vendetta, che
le hanno per un attimo offuscato la mente. Unico segnale di
speranza sarà il dialogo con il giovane che ha conosciuto
all’ufficio postale, in un finale praticamente fuori campo,
dove potremo solo sperare che lei abbia finalmente superato
il suo dolore per consentirsi una vita nuova.
Opera prima del regista Lee Yoon-ki questo intenso spaccato
di una vita ferita cattura per la semplicità della rappresentazione
e per l’aspetto minimale del suo contenuto. Vincitore
di ben tre premi: Berlin International Film Festival, Pusan
International Film Festival e quello della giuria al Sundance
Film Festival, questo delicatissimo lavoro resta in mente più
che per la storia, per la modalità con cui avvince lo
spettatore circa la sorte di una persona, che ci viene svelata
talmente per gradi da risultare ancora sconosciuta fino a pochi
fotogrammi dal finale, intriso solo di una tenue speranza.
La vita di Jeong-hae ci viene raccontata a sprazzi, e la sua
mancanza di emozioni e persino di reazioni, motivata solo in
parte. La figura che attraversa l’intero racconto è
quella sottile di uno spettro, che vive nel passato, reagendo
di rado e a sproposito agli stimoli che la vita offre. Lentamente
la vedremo vivere in superficie, come fosse un’altra incombenza
da sbrigare, e manifestare amore solo per gli oggetti inanimati.
La seguiremo mentre incassa con gelo l’annuncio del matrimonio
del suo ex e mentre reagisce con stizza alle attenzioni di un
commesso troppo solerte. Ma quello che nuota in silenzio sotto
la superficie di una vita calma e monotona ci viene portato
alla coscienza in maniera velocissima, in netta contrapposizione
con la lentezza del racconto del presente: il passato è
un flash continuo e luminoso che offusca ogni possibilità
di una reazione al quotidiano che sia spontanea e naturale.
In tutto questo la modalità di rappresentazione è
l’elemento che esalta al meglio una storia per molti versi
comune, e la recitazione misurata regala una condivisione possibile
solo a chi decide di seguire i ritmi interiori di cui il film
si fa portatore.
La fotografia e le luci, accurate e minimali, esaltano al meglio
la sobrietà di una regia che segue con amore l’ennesima
storia di una vita ferita.
Anna
Maria Pelella
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AD
LIB NIGHT
Titolo
originale: A-joo Teuk-byeol-han Son-nim
Genere: Drammatico
Regia: Lee Yoon-ki
cast: Han Hyo-ju, Kim Young-min, Kim Jung-ki, Choi Il-hwa
Nazione: Corea del Sud
Anno: 2006
Durata: 98 minuti
Bo-kyung
è una ragazza che vive da sola a Seul e mentre aspetta
una persona viene fermata da Ki-yong, rimasto colpito dalla
somiglianza della giovane con una ragazza sulle cui tracce lui
era giunto in città. Così le chiede di seguirlo
e di fingersi lei, per incontrare un uomo anziano in punto di
morte, che come ultimo desiderio aveva chiesto di rivedere sua
figlia, la quale anni addietro se ne andò via di casa
senza lasciare tracce. Dopo l'esitazione iniziale, la ragazza
accetta e, arrivata a casa dell’uomo, entra in contatto
con la sua famiglia.
Bo-kyung somiglia ad un’altra, la quale a sua volta è
venuta in città dalla provincia e non ha più dato
notizie di sé alla famiglia. Ki-yong è un volenteroso
giovanotto che si è messo in cerca della sua vecchia
compagna di scuola per portarla al capezzale del padre, malato
terminale di cancro. La base di riflessione su cui è
incentrato questo film è tutta qua: è lecito mentire
ad un uomo in punto di morte, sia pure per farlo felice? E le
persone che si arrogano il diritto di prendere una tale decisione,
per quale motivo lo fanno?
La colpa non sembra estranea a questo processo, così
come l’avidità non è molto lontana dalle
motivazioni dei familiari di un uomo che resterà incosciente
per l’intera durata del film. La morte poi, avvenuta senza
che l’uomo avesse modo di vedere realmente la presunta
figlia, non farà altro che esacerbare le tensioni tra
i membri di una famiglia che ci viene raccontata senza fronzoli
ed abbellimenti: una famiglia come ce ne sono tante.
Basato sulla storia breve “A Wonderful Day” di Azuko
Taira, questo film fornisce un’occasione di riflessione
circa l'importanza dei legami di sangue e dei rapporti con la
famiglia. Bo-kyung vive un silenzioso conflitto, in realtà
ella decide di andare anche per sfuggire ad una situazione personale
difficile e, addentrandosi nelle dinamiche di una famiglia che
praticamente la noleggia, scopre un sentimento di smarrimento.
Il suo è un dolore per un'incomunicabilità di
natura mentale più che reale. Alla fine della notte ella
farà i conti con la sua sensazione di abbandono, che
altro non è che l’altra faccia della libertà
che la sua gemella aveva inseguito.
Lei vive l'indipendenza come un abbandono da parte della famiglia,
identificandosi nel ruolo richiestole solo per sfuggire ad un'appuntamento
al buio che sarebbe potuto diventare la sua prima esperienza
di prostituzione, una scelta che avrebbe cambiato la sua vita
e che finirà per essere soppiantata da un altra che ugualmente
la segnerà.
In seno alla famiglia dell’uomo, Bo-kyung scoprirà
che la rappresentazione degli affetti spesso sostituisce la
reale consistenza degli stessi e che il dolore viene rappresentato
per meglio recitare un ruolo agli occhi dei familiari. Durante
la notte, a mano a mano che il tasso alcolico salirà,
si scopriranno le motivazioni e gli intrighi di ciascuno; gli
altarini scoperti al capezzale di un morente altro non sono
che l'occasione per urlare il proprio astio nei confronti dei
concorrenti ad un'eventuale eredità.
Duro come la realtà, questo film -terza opera di Lee
Yoon-ki- è una dolorosa parabola incentrata sul concetto
di etica, spesso inconsapevolmente calpestata in nome di intenti
nobili che nascondono a volte l’egoismo di chi non vede
oltre il proprio interesse.
I personaggi brillano per caratterizzazione accurata e la regia
li segue stancamente nel racconto di violenze domestiche, gravi
perché mai riconosciute come tali. Il tutto si svolge
in una sola notte; le ore verranno scandite dai battibecchi
e dalle piccole cattiverie consumate in solitudine da ciascun
membro della famiglia e Bo-kyung al mattino scoprirà
in sé un sentimento e un legame che credeva perduto.
Il tema della solitudine e della violenza familiare, già
centrale in “This Charming Girl”, qua viene ricondotto
ad una parte del percorso di ciascuno piuttosto che ad elemento
frenante della crescita dell’individuo. Ed è col
dolore della consapevolezza che vediamo compiersi i fatti, che
nella loro sostanza non saranno neanche particolarmente importanti,
ma che costituiscono la gran parte del vivere quotidiano di
ciascuno di noi molto più di quel che ci piacerebbe vedere.
Anna
Maria Pelella
(Aprile
2008)
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