SAMSUNG KOREA FILM FEST 2008

Recensioni Film - 1

 

 

 

M

Genere: Thriller
Regia: Lee Myung-se
Cast: Gang Dong-weon, Lee Yeon-hee, Gong Hyo-jin
Paese: Corea
Anno: 2007
Durata: 110 minuti

Min-woo Han, uno scrittore di best-seller, attraversa un periodo di crisi: soffre d’ansia, non riesce a dormire ed ha ricorrenti episodi di deja-vu. Inoltre non riesce a concludere il suo ultimo libro, per cui ha già ricevuto un sostanzioso anticipo. In perenne stato confusionale, intreccia una relazione con una misteriosa ragazza che lo segue insistentemente, suscitando le gelosie della sua fidanzata Eun-hye. Ben presto non riuscirà più a distinguere tra realtà e sogno, e lentamente inizieranno ad emergere ricordi del suo primo amore, Mimi, che Min-woo aveva completamente dimenticato.
Lee Myung-se ha dichiarato che Hitchcock gli è apparso in sogno mostrandogli un libro che si intitolava “M”, ma ci auguriamo che si tratti di una “boutade”. In realtà l’enigmatica M del titolo nasconde una pluralità di significati: M sta per Min-woo, il nome di Han, ma anche per Mimi, per “Mist”, una canzone molto popolare in Corea alla fine degli anni ’60, che Mimi canterà ad Han ad un certo punto innescando il flusso dei ricordi e, naturalmente, per “memories”. Min-woo si renderà conto infatti che la ragazza non è altri che il fantasma di Mimi, morta anni addietro, e si riapproprierà del suo passato in un luogo dove i tempi coesistono, ovvero al Club “Lupin”, smaccata ma divertita citazione del bar dell’Overlook Hotel, barista compreso. Né questa è l’unica citazione dal capolavoro kubrickiano, dato che Min-woo, afflitto dal blocco dello scrittore proprio come Jack Torrance, riempie le schermate del suo computer di parole ossessivamente ripetute.
“M” è interamente giocato su tre ambienti totalizzanti e giustapposti: il Club “Lupin”, che è il luogo della memoria, l’incredibile casa hi-tech di Min-woo e Eun-ye, luogo dell’impasse creativa e dello stallo emozionale, ed il ristorante, luogo dell’alienazione, delegato ad una gestione dei rapporti sociali alquanto surreale. E’ inoltre strutturato su tre diversi piani di realtà, quello onirico, quello della memoria e quello della quotidianità. Il regista li rimescola tutti con grande libertà espressiva ed altrettanto sprezzo del pericolo, in un incastro escheriano di geometrica perfezione che rasenta alle volte la stucchevolezza.
Lee Myung-se è un formalista, come ha ampiamente dimostrato nei precedenti “Nowhere to hide” e “The Duelist”, o lo si ama o lo si detesta profondamente, e non sono possibili vie di mezzo. Tecnicamente dotatissimo, infila talmente tante inquadrature, tutte indovinate ed originali, e tagli di montaggio in cinque minuti che ad un altro regista (soprattutto italiano) basterebbero per dieci film interi. Con una sensibilità fortemente grafica, satura i colori, sovraespone l’immagine, stupisce con freeze, dissolvenze, ralenti ed accelerazioni repentine, ma tutto questo tour de force stilistico è a forte rischio di inconsistenza, sempre sull’orlo dell’esibizionismo e della vacuità espressiva. A tanta abilità registica non corrisponde purtroppo la capacità di infondere un barlume di vita nei personaggi. Se nel caso dei coreografici spadaccini di “The Duelist” si poteva soprassedere, non si può fare altrettanto con “M”, che vorrebbe essere una sorta di thriller psicologico. Dato che Min-woo e Mimi non acquistano mai abbastanza forza da essere di carne e sangue, né tantomeno appaiono forniti di una psicologia di qualche tipo, la scommessa appare persa in partenza. La tensione drammatica è completamente assente, ed anche il melanconico finale che suggella questa romantica storia d’amore soprannaturale lascia del tutto indifferenti. Non che questo sia brutto cinema, intendiamoci, è solo cinema onanistico, autoreferenziale ed anche un po’ irritante, considerata la dose di talento inutilmente sprecato.

Nicola Picchi

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DUELIST

Genere: Azione
Regia: Myung-se Lee
Cast: Joong-hoon Park, Ji-won Ha, Dong-won Kang , Choi Ji-woo, Sung-kee Ahn
Paese: Corea
Anno: 2005
Durata: 111 minuti

“Duelist” è una versione ridotta della serie televisiva coreana “Damo” (2004), a sua volta tratta da un fumetto di Bang Hak-gi, da cui eredita anche la protagonista femminile, Ji-won Ha.
Ambientato durante l’epoca Chosun, nel XVII secolo, racconta la storia di Namsoon e Ahn, due agenti del governo sotto copertura che indagano su un traffico di denaro falso, che rischia di destabilizzare l’economia del paese. Implicati nella cospirazione sembrano essere il Ministro della Difesa Song, che sta progettando un colpo di stato, ed un misterioso spadaccino mascherato soprannominato “Sad Eyes”, di cui la bella Namsoon si innamorerà perdutamente non appena avrà modo di incrociare la spada con la sua.
In “Duelist” si ritrovano i pregi e i difetti del cinema di Myung-se Lee, anche se il film è comunque un passo avanti rispetto a “Nowhere to hide”. Si conferma la sua assoluta incapacità a raccontare una storia e ritorna, accentuata in maniera esponenziale, la sua vocazione al frammento autoreferenziale, con abbondanza di siparietti assolutamente superflui, come la storia raccontata dal fabbro nel prologo o le scenette accelerate in stile slapstick, che risultano dispersivi e deleteri all’integrità dell’opera. I presunti intrighi politici e la concatenazione degli eventi restano confusi e la sceneggiatura, firmata dallo stesso regista e da Hae-gyeong Lee, è incongruente e piena di salti logici ai confini con l’improbabilità, ma su questo si potrebbe sorvolare, visto il disinteresse più volte manifestato dall’autore verso questo aspetto, probabilmente considerato passatista e molto poco New Wave. Il problema è che quello che dovrebbe essere il punto nodale del film, ovvero l’amore inconfessato e impossibile tra Namsoon e “Sad Eyes”, resta sempre nei limiti della cotta adolescenziale, affidato com’è alla insopportabile mimica di Ji-won Ha e confinato nelle scene di combattimento tra i due personaggi. L’unico modo di amarsi dei due è infatti attraverso il duello, un duello evidentemente seduttivo e pieno di sottotesti sessuali, un corteggiamento ritualizzato dove Myung-se Lee offre il meglio (o il peggio, a seconda dei gusti) di sé, tra lame che balenano nel buio ed un gran sventolare di drappi rossi, neve e foglie morte. Gli ipercoreografati duelli sono dei meravigliosi balletti, danza allo stato puro dove il montaggio è calibrato al millimetro sulla ritmica del suono (uno struggente tango melodico), come nei videoclip. C’è un ossessivo lavoro sull’illuminazione e sui contrasti di luce ed ombra, anche per merito della bellissima fotografia di Kwang-suk Chung, densa di eccitanti cromatismi. Purtroppo tanta perizia non porta da nessuna parte e, una volta passata la sbornia, ci si rende conto che, se proprio sentiamo il bisogno di goderci una serio ripensamento sul genere wuxia unito ad una sperimentazione non sterile e ad una straordinaria bellezza formale, forse è il caso di rivedere “Ashes of Time” e di lasciar perdere “Duelist”. L’inversione dei ruoli (Namsoon è una figura androgina, “Sad Eyes” tendenzialmente femminile), che poteva suggerire spunti interessanti, è appena abbozzata, e la combinazione di commedia e melodramma risulta scarsamente bilanciata, anche per colpa della recitazione eccessiva e farsesca di Ji-won Ha nel ruolo di Namsoon, mentre “Sad Eyes” (Dong-won Kang) è poco più di un’inconsistente silhouette ballerina, per tacere dell’incomprensibile coinvolgimento di un attore di lungo corso come Sung-kee Ahn (“May 18”, “Radio Star”, “Musa the Warrior”) in un ruolo del tutto marginale. Il regista sembra non capire che lo stile, se disgiunto dalla sostanza, non è tutto, e certamente lo Zhang Ymou di “Hero” e “La Foresta dei Pugnali Volanti” può dormire sonni tranquilli, certo che Myung-se Lee non insidierà il suo trono, o almeno non con questo “Duelist”, film freddo come la nevicata che lo conclude.

Nicola Picchi

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NOWHERE TO HIDE

Genere: Azione
Regia: Myung-se Lee
Cast: Park Joong-hoon, Ahn Sung-ki, Jang Dong-gun, Choi Ji-wu, Shim Cheol-jong, Lee Won-jong, Do Yong-koo
Paese: Corea
Anno: 1999
Durata: 110 minuti

Presentato al Samsung Korean Film Fest di Firenze durante la retrospettiva dedicata a Myung-se Lee, “Nowhere to hide” è anche l’unico dei suoi film ad essere stato distribuito in Italia, direttamente in DVD.
Dopo un omicidio, i detective Woo e Kim, si mettono sulle tracce di Chan Sung-min, il presunto killer. Comincia così una caccia che si snoda attraverso le quasi due ore del film, dove i due antagonisti giocano alternativamente le parti del gatto e del topo, fino alla prevedibile conclusione. Pur utilizzando una trama convenzionale ridotta ai minimi termini, Myung-se Lee scompagina le carte facendo implodere la narrazione e spezzandola in tanti piccoli frammenti autoconclusivi, con effetti discontinui ma interessanti, a patto che si sia disposti ad accontentarsi. Il regista ha dichiarato che “La storia e i personaggi non sono il punto principale del film. Il punto principale è il movimento”, e si comporta, molto coerentemente, di conseguenza.
“Nowhere to hide” è una rivisitazione dell’action-thriller affrontata con taglio aggressivo e parodistico, quasi fumettistico, e strutturata sull’esasperazione dei toni, più interessata a sperimentare con presunte bellurie, che appaiono già vertiginosamente sorpassate e ormai di modernariato, che non a dedicarsi all’approfondimento dei personaggi. Quella di Myung-se Lee è pura energia cinetica allo stato brado, che va sempre avanti a testa bassa senza chiedersi mai dove stia andando, utilizzando cambi di registro continui, sia musicali che di genere. La colonna sonora spazia dai Bee Gees, la cui musica sottolinea l’omicidio iniziale, all’Heavy Metal al Trip Hop, mentre la costruzione delle sequenze contamina noir, western urbano e persino le vecchie comiche del cinema muto, senza tralasciare un umoristico sbeffeggiamento dei canoni nonché qualche insospettabile cedimento ai luoghi comuni, sfruttati esclusivamente ai fini della riuscita estetica dell’immagine: la pioggia continua e martellante fa molto “noir”, mentre la neve scende a cascata nelle sequenze più malinconiche ed introspettive. L’estetica del frammento da videoclip regna sovrana, a scapito della totale assenza di pathos e della vacuità dei protagonisti, Woo e Sung-min, nonostante l’ottima prova di Park Joong-hoon nella parte del brutale detective Woo. Tale ablazione, volontaria ma non per questo meno deleteria sul piano dell’incisività, rende il film una prova ancora immatura, mutilata e barcollante, una superficie smaltata che riflette il vuoto. Nonostante non si possano negare al regista una forte sensibilità pittorica ed una grande abilità nella costruzione dell’inquadratura, il tutto resta confinato nei limiti dell’esercizio di stile fine a se stesso intriso di autoindulgenza fino al midollo, che potrà forse piacere ad alcuni cinefili oltranzisti, che non si lasciano scoraggiare dall’abuso di freeze e di slow-motion reiterati fino all’estenuazione. Senza scomodare maestri del cinema coreano come Park Chan-wook o Kim Ki-duk, si potrebbe suggerire a Myung-se Lee di rivedersi con attenzione i film di Kim Jee-woon (“A tale of two sisters”, “A bittersweet life”), regista anch’esso molto attento all’estetica, ma che non permette mai che quest’ultima prenda il sopravvento, cannibalizzando l’opera nel suo complesso. Purtroppo gli stessi difetti di fondo si possono riscontrare anche nel successivo film di Myung-se Lee (“Duelist”), che solo con l’ultimissimo “M” sembra pervenuto a risultati più convincenti, anche se minati alla base dalla medesima inconsistenza di fondo.

Nicola Picchi

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THIS CHARMING GIRL

Titolo originale: Yeoja, Jeong-hye
Genere: Drammatico
Regia: Lee Yoon-ki
Cast: Kim Ji-su, Hwang Jeong-min, Kim Hye-ok, Lee Dae-yeon, Seo Dong-won, Kim Kkot-bi, Kim Mi-seong
Paese: Corea del Sud
Anno: 2004
Durata: 99 min.

Jeong-hae è una graziosa ragazza che lavora in un ufficio postale. Dopo il lavoro la vediamo occuparsi della sua casa e delle piante, con una dedizione quasi totalizzante. La sua vita sembra consistere unicamente in queste normali incombenze e nelle serate trascorse davanti alla televisione, perennemente accesa. Ma a mano a mano che la telecamera la segue scopriremo parte del suo passato e il motivo del suo apparente gelo interiore.
Jeong-hae ricorda da vicino la superficie di un lago, le increspature visibili a chi si sofferma a guardare non ci dicono nulla delle correnti sotterranee, dove si intuisce un movimento di cui scopriremo pochissimo, e solo alla fine del cammino. La sua giornata è scandita dal ritmo lento del lavoro, dei pranzi con le colleghe, e da quello quasi immobile delle pulizie di casa, la cura delle piante e la televisione in perenne sottofondo. Un giorno prova persino a prendere un gattino, col quale condividere il suo tempo solitario. Ma l’incapacità della donna di stabilire relazioni di natura affettiva con chiunque renderà impossibile persino il contatto col piccolo animale. Jeong-hae non vive nel presente, ma è costantemente insidiata dai ricordi della sua vita passata, ed è in questi flash back che la conosceremo davvero. Un matrimonio da cui è fuggita sarà solo una parte del suo oscuro passato, altri saranno i momenti inconfessabili che ella porta con se avvelenandole l’esistenza.
La storia è tutta nei ricordi e nelle reazioni al presente che noi intuiamo causate dai passati momenti di una vita avvelenata. Ed è con la comprensione che solitamente riserviamo alle vittime, che la vediamo prendere un coltello, ma sarà con il sollievo di chi si augura un finale migliore, che invece la accompagneremo nella fuga dai propositi di vendetta, che le hanno per un attimo offuscato la mente. Unico segnale di speranza sarà il dialogo con il giovane che ha conosciuto all’ufficio postale, in un finale praticamente fuori campo, dove potremo solo sperare che lei abbia finalmente superato il suo dolore per consentirsi una vita nuova.
Opera prima del regista Lee Yoon-ki questo intenso spaccato di una vita ferita cattura per la semplicità della rappresentazione e per l’aspetto minimale del suo contenuto. Vincitore di ben tre premi: Berlin International Film Festival, Pusan International Film Festival e quello della giuria al Sundance Film Festival, questo delicatissimo lavoro resta in mente più che per la storia, per la modalità con cui avvince lo spettatore circa la sorte di una persona, che ci viene svelata talmente per gradi da risultare ancora sconosciuta fino a pochi fotogrammi dal finale, intriso solo di una tenue speranza.
La vita di Jeong-hae ci viene raccontata a sprazzi, e la sua mancanza di emozioni e persino di reazioni, motivata solo in parte. La figura che attraversa l’intero racconto è quella sottile di uno spettro, che vive nel passato, reagendo di rado e a sproposito agli stimoli che la vita offre. Lentamente la vedremo vivere in superficie, come fosse un’altra incombenza da sbrigare, e manifestare amore solo per gli oggetti inanimati. La seguiremo mentre incassa con gelo l’annuncio del matrimonio del suo ex e mentre reagisce con stizza alle attenzioni di un commesso troppo solerte. Ma quello che nuota in silenzio sotto la superficie di una vita calma e monotona ci viene portato alla coscienza in maniera velocissima, in netta contrapposizione con la lentezza del racconto del presente: il passato è un flash continuo e luminoso che offusca ogni possibilità di una reazione al quotidiano che sia spontanea e naturale.
In tutto questo la modalità di rappresentazione è l’elemento che esalta al meglio una storia per molti versi comune, e la recitazione misurata regala una condivisione possibile solo a chi decide di seguire i ritmi interiori di cui il film si fa portatore.
La fotografia e le luci, accurate e minimali, esaltano al meglio la sobrietà di una regia che segue con amore l’ennesima storia di una vita ferita.

Anna Maria Pelella

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AD LIB NIGHT

Titolo originale: A-joo Teuk-byeol-han Son-nim
Genere: Drammatico
Regia: Lee Yoon-ki
cast: Han Hyo-ju, Kim Young-min, Kim Jung-ki, Choi Il-hwa
Nazione: Corea del Sud
Anno: 2006
Durata: 98 minuti

Bo-kyung è una ragazza che vive da sola a Seul e mentre aspetta una persona viene fermata da Ki-yong, rimasto colpito dalla somiglianza della giovane con una ragazza sulle cui tracce lui era giunto in città. Così le chiede di seguirlo e di fingersi lei, per incontrare un uomo anziano in punto di morte, che come ultimo desiderio aveva chiesto di rivedere sua figlia, la quale anni addietro se ne andò via di casa senza lasciare tracce. Dopo l'esitazione iniziale, la ragazza accetta e, arrivata a casa dell’uomo, entra in contatto con la sua famiglia.
Bo-kyung somiglia ad un’altra, la quale a sua volta è venuta in città dalla provincia e non ha più dato notizie di sé alla famiglia. Ki-yong è un volenteroso giovanotto che si è messo in cerca della sua vecchia compagna di scuola per portarla al capezzale del padre, malato terminale di cancro. La base di riflessione su cui è incentrato questo film è tutta qua: è lecito mentire ad un uomo in punto di morte, sia pure per farlo felice? E le persone che si arrogano il diritto di prendere una tale decisione, per quale motivo lo fanno?
La colpa non sembra estranea a questo processo, così come l’avidità non è molto lontana dalle motivazioni dei familiari di un uomo che resterà incosciente per l’intera durata del film. La morte poi, avvenuta senza che l’uomo avesse modo di vedere realmente la presunta figlia, non farà altro che esacerbare le tensioni tra i membri di una famiglia che ci viene raccontata senza fronzoli ed abbellimenti: una famiglia come ce ne sono tante.
Basato sulla storia breve “A Wonderful Day” di Azuko Taira, questo film fornisce un’occasione di riflessione circa l'importanza dei legami di sangue e dei rapporti con la famiglia. Bo-kyung vive un silenzioso conflitto, in realtà ella decide di andare anche per sfuggire ad una situazione personale difficile e, addentrandosi nelle dinamiche di una famiglia che praticamente la noleggia, scopre un sentimento di smarrimento. Il suo è un dolore per un'incomunicabilità di natura mentale più che reale. Alla fine della notte ella farà i conti con la sua sensazione di abbandono, che altro non è che l’altra faccia della libertà che la sua gemella aveva inseguito.
Lei vive l'indipendenza come un abbandono da parte della famiglia, identificandosi nel ruolo richiestole solo per sfuggire ad un'appuntamento al buio che sarebbe potuto diventare la sua prima esperienza di prostituzione, una scelta che avrebbe cambiato la sua vita e che finirà per essere soppiantata da un altra che ugualmente la segnerà.
In seno alla famiglia dell’uomo, Bo-kyung scoprirà che la rappresentazione degli affetti spesso sostituisce la reale consistenza degli stessi e che il dolore viene rappresentato per meglio recitare un ruolo agli occhi dei familiari. Durante la notte, a mano a mano che il tasso alcolico salirà, si scopriranno le motivazioni e gli intrighi di ciascuno; gli altarini scoperti al capezzale di un morente altro non sono che l'occasione per urlare il proprio astio nei confronti dei concorrenti ad un'eventuale eredità.
Duro come la realtà, questo film -terza opera di Lee Yoon-ki- è una dolorosa parabola incentrata sul concetto di etica, spesso inconsapevolmente calpestata in nome di intenti nobili che nascondono a volte l’egoismo di chi non vede oltre il proprio interesse.
I personaggi brillano per caratterizzazione accurata e la regia li segue stancamente nel racconto di violenze domestiche, gravi perché mai riconosciute come tali. Il tutto si svolge in una sola notte; le ore verranno scandite dai battibecchi e dalle piccole cattiverie consumate in solitudine da ciascun membro della famiglia e Bo-kyung al mattino scoprirà in sé un sentimento e un legame che credeva perduto.
Il tema della solitudine e della violenza familiare, già centrale in “This Charming Girl”, qua viene ricondotto ad una parte del percorso di ciascuno piuttosto che ad elemento frenante della crescita dell’individuo. Ed è col dolore della consapevolezza che vediamo compiersi i fatti, che nella loro sostanza non saranno neanche particolarmente importanti, ma che costituiscono la gran parte del vivere quotidiano di ciascuno di noi molto più di quel che ci piacerebbe vedere.

Anna Maria Pelella

 

(Aprile 2008)

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