Il
“Samsung Korea Film Fest”, consueto
appuntamento primaverile con la cinematografia sud-coreana,
è quest’anno alla sua sesta edizione. Il Festival
(organizzato dall’associazione Taegukgi diretta da
Riccardo Gelli, con la partnership della Samsung Electronics
Italia e in collaborazione con Mediateca Regionale Toscana Film
Commission) si è tenuto a Firenze dal 7 al 15 marzo
all’Auditorium Stensen, con ben 30 film in calendario.
Il tema predominante delle pellicole proiettate è stato
quello del disagio esistenziale, con anche alcune incursioni
in generi come la commedia e il noir.
Assolutamente
da segnalare la presenza di Kim Dong-ho, direttore
del Pusan International Film Festival, ovvero il più
importante tra gli appuntamenti cinematografici asiatici, nell’ambito
di un progetto culturale che vede impegnati la Regione Toscana
e l’assessorato agli scambi culturali, per portare il
cinema italiano in Corea. Protagonisti quasi assoluti di questa
edizione del Festival sono stati i due i registi Lee
Myung-se e Lee Yoon-ki, entrambi presenti
alla manifestazione che hanno partecipato a dibattiti, incontri
con stampa e pubblico e, soprattutto, alle proiezioni di alcuni
loro film.
Nato
nel 1957, Lee Myung-se è uno dei registi
più innovativi della Corea attuale.
Dopo essersi laureato all'Institute of Arts di Seul ed aver
lavorato come aiuto regista di Bae Chang-ho, ha diretto Gagman,
una malinconica commedia sul contrasto fra sogni e realtà.
Oggi, con sei lungometraggi alle spalle, è considerato
uno dei maggiori registi del suo paese.
Quattro i film del regista proiettati al Festival: “M”,
“Duelist”, “Nowhere
to hide”, “First Love”.
Tra questi sicuramente il più interessante è risultato
“M”, presentato per la prima volta
in Italia alla presenza del regista. Si tratta di un’opera
ambiziosa, incentrata sugli incontri tra uno scrittore in crisi
ed un’avvenente fanciulla, che avvengono in un luogo altro,
vagamente ispirato al bar dell’Overlook Hotel dello “Shining”
di Kubrick. Molto accurato sul piano stilistico risulta alla
fine prevalentemente un bellissimo esercizio di stile, pratica
alla quale il regista è già avvezzo sin dai suoi
primi lavori. In conferenza stampa, a chi gli chiedeva i motivi
del fatto, dato per certo in Corea, che i suoi film hanno un
pubblico prevalentemente femminile, Lee Myung-se ha risposto
che come spesso accade le donne privilegiano la rappresentazione,
mentre gli uomini preferiscono i contenuti, motivo per cui un
film curato esteticamente è molto apprezzato soprattutto
dalle donne.
“This
charming girl”, “Love talk”,
“The hard goodbye” e “Ad.Lib
night” sono invece i quattro film di Lee Yoon-ki
presentati al Festival.
Dopo una formazione di studio occidentale e una breve esperienza
come produttore di cortometraggi, il regista esordisce nel lungometraggio
con “This Charming Girl”, racconto
rarefatto di solitudine femminile, che gli vale premi al Pusan
Film Festival, al Sundance Film Festival e a Berlino. Progressivamente
allarga l’ottica del suo cinema per accogliere un pubblico
sempre più ampio, fino a sperimentare la regia del dramma
televisivo con “The hard goodbye”.
Tra questi sicuramente il più debole è risultato
essere “The Hard goodbye” in primo
luogo perché risente molto del fatto di essere stato
pensato per la televisione, e poi per l’assoluta incomprensibilità
dei motivi del gelo interiore della protagonista. Nel più
riuscito “This Charming Girl” le
motivazioni erano il punto centrale del racconto e per lo spettatore
era molto più facile identificarsi o, per o meno capire
le scelte della protagonista.
Leggi_le_Recensioni_di_“M”,“Duelist”,“Nowhere_to_Hide”,“This_Charming
Girl” e “Ad.Lib night”
La
sezione dedicata alle donne, dal titolo “Women
film directors”, ha portato quattro film diretti
da altrettante registe donne: “Ardor”
di Byun Young-joo, “Take care of my Cat”
di Jeong Jae-eun, “Waikiki Brothers”
di Yim Soonrye e “Bus L’abri” di
Lee Mi-yeon. Quattro modi diversi di fare cinema al femminile,
che rispecchiano profili molto eterogenei fra loro:
Byun
Young-joo è una delle più importanti
documentariste a livello internazionale, che ha dedicato la
sua carriera a raccontare la condizione della donna nella società
coreana, e che esordisce nel lungometraggio con una torrida
storia d’amore e d’erotismo;
Jeong Jae-eun ha studiato cinema alla Korean
National University of Arts, e dopo aver diretto numerosi cortometraggi,
ha debuttato nel lungometraggio con “Take Care of My Cat”;
Yim Soonry è laureata in letteratura
inglese all’Università Han Yang di Seul, ha studiato
teoria cinematografica all’Università di Parigi
VIII, e prima di Waikiki Brothers ha girato Three Friends, premiato
al Festival di Pusan;
Lee Mi-yeon è la prima donna nel sistema
coreano ad acquistare notorietà e rispetto come produttrice
(“The Quiet Family”, “The Foul King”),
ed esordisce alla regia nel 2001 con una romantica e dolente
storia d’amore e di consolazione tra un professore trentenne
e una studentessa diciassettenne.
Sia “Ardor” che “Take
Care of My Cat” sono dei bei lavori molto riusciti.
Il primo racconta di una donna la cui pace familiare viene turbata
dal tradimento del marito, che sarà causa del suo crollo
psicologico e della successiva storia, che ella intreccerà
col medico della cittadina in cui la coppia si è rifugiata
dopo i fatti avvenuti nel prologo. Nel secondo abbiamo un bellissimo
spaccato della vita di cinque ragazze, compagne di scuola che
si incontrano periodicamente, per raccontarsi le loro esperienze
di vita. Intenso ritratto della società coreana, “Take
Care of My Cat” usa come testimone dei tentativi,
in parte falliti di riuscire da parte delle giovani protagoniste,
un cucciolo di gatto che verrà passato da una all’altra
nel momento di maggior tensione che ciascuna si troverà
a fronteggiare.
Accanto a questi esempi di cinema femminile coreano, citiamo
un lavoro sulle donne viste dal punto di vista maschile come
“Soffio” (“Breath”),
l’ultimo film diretto da Kim Ki duk ed arrivato anche
nei cinema italiani. Si tratta di un lavoro perfetto dal punto
di vista stilistico che racconta, nel tipico stile del grande
regista, la storia di una donna frustrata a causa dei tradimenti
del marito che decide di far visita ad un detenuto in attesa
dell’esecuzione e reduce da un tentativo di suicidio.
Segnaliamo inoltre due pellicole aventi per tema il mondo dei
giovani, quali “Boys of Tomorrow”
e “Attack on the Pin-Up Boys”:
il primo è un’opera interessante, anche se non
del tutto riuscita, che racconta una storia drammatica di amicizia
con taglio realistico ed attento ad evitare i cliché;
il secondo è invece una commedia scorrettissima con un’ambientazione
scolastica colorata, pop e cartoonesca, che propone una serie
di trovate ironiche e divertenti, graficamente molto suggestive.
Leggi_le_Recensioni
di Ardor”,_“Take_Care_of_My_Cat”,“Soffio”,_“Boys
of Tomorrow”, “Attack on the Pin-Up Boys”
Per
quanto riguarda le altre proiezioni, quest’anno il Samsung
Korea Film Fest ha dato spazio ad alcune pellicole indipendenti
di indubbio valore, con l’intento di aprire una finestra
sul fenomeno definito “New Korean Cinema”.
“Radio Star” di Jun-ik Lee, ad
esempio, è stato il film d’apertura del Festival:
una commedia molto riuscita che, con sprazzi di leggera malinconia
abbinati a momenti davvero esilaranti, racconta la storia di
un cantante rock sul viale del tramonto che diventa Dj radiofonico.
Un film irresistibile, con ottimi attori, una regia pulita e
diverse citazioni musicali occidentali (ad esempio sui Beatles).
“A Shark”, invece, è una
realistica storia di personaggi che intrecciano i propri destini
in una calda giornata estiva. Tutti i protagonisti sono dei
perdenti con poche possibilità di riscatto. Le loro situazioni
sono difficili e saranno solo in parte risolte, alla fine della
giornata, nella quale ognuno aveva cercato di sfuggire al proprio
triste destino.
“Fantastic Parasuicides” è
un ottimo esempio di film ad episodi, che usa il tema del mancato
suicidio come base di riflessione. Il tono di tutti gli episodi
è piuttosto ironico e i personaggi sono molto ben caratterizzati.
Girato a basso costo per una casa di produzione indipendente,
questo come anche “Driving with my wife’s
lover” che ne condivide la provenienza indipendente,
ha una freschezza ed un originalità di fondo che fanno
dimenticare di essere al cospetto di opere giudicate minori.
“The Railroad”, che era presente
anche al Torino Film Festival dove ha vinto due premi, è
il meritatissimo vincitore della sesta edizione del Samsung
Korea Film Fest. Si tratta di un bel film incentrato sulla solitudine,
che usa la metafora del binario morto per segnalare che il mancato
incontro tra i protagonisti è alla base del disagio esistenziale
che affligge le loro vite. Girato con tratto autoriale, si avvale
anche dell’intensa interpretazione di Kim Kang-woo, premiata
a Torino. Mentre il racconto rimane nel cuore dello spettatore
per il tono minimale con cui è mostrato un disagio che
travalica le barriere culturali.
Secondo posto per il riuscito “The Show must go
on”, che racconta la storia di uno sfortunato
delinquente, che per le sue attività illegali finisce
per perdere la famiglia. L’interpretazione intensa e la
regia serrata fanno di questo film un ottimo candidato all’esportazione,
dal momento che i fatti narrati potrebbero tranquillamente essere
accaduti in un qualsiasi altro posto, mentre l’emozione
che trapela nella narrazione scandita con ritmi da commedia,
rende il film un imperdibile spaccato sull’umanità
dei cosiddetti cattivi.
Leggi
le Recensioni di “Radio Star”, “A Shark”,
“Fantastic Parasuicides”, Driving with my wife’s
lover”, “The Railroad”, “The Show must
go on”
Tra gli ultimi film proiettati, segnaliamo quelle che, molto
probabilmente, sono state le due pellicole-rivelazioni del Festival,
ovvero “Beautiful Sunday” di Kwang-kyo
Jin e “Someone Behind You” di Oh
Ki-hwan. La prima è noir di derivazione occidentale,
con ottime regia e fotografia, oltre ad una trama ben congegnata
che verso la sua conclusione propone un incredibile capovolgimento
della storia. La seconda è invece decisamente una pellicola
horror, che propone una storia apparentemente semplice che mano
a mano si complica, con una regia accurata ed una tensione sottile
che alla fine culmina in varie sequenze splatter ed un finale
raggelante che ribalta quanto raccontato in precedenza allo
spettatore.
“Beyond the Years” è il
centesimo film diretto dal grande regista Im Kwon Taek, che
si rifà alle tradizioni musicali coreane raccontando
la storia di un ragazzo ed una ragazza cresciuti insieme da
un padre adottivo severissimo.
“Two Faces of My Girlfriend”, di
Lee Seok-hoon, è un’agile commedia minimalista
che sul finale svolta sul dramma psicologico. La protagonista,
interpretata da una bravissima Jeong Ryeo-won, è una
ragazza affetta da personalità multipla, con il suo alter
ego che emerge solo quando beve e che ha nome, vita e personalità
diametralmente opposte, come scoprirà con esiti tragicomici
il suo nuovo fidanzato.
“A Love” di Kwang Kyung-taek è
invece un action con sullo sfondo una storia d'amore che motiva
il racconto, con una regia accurata ed una rappresentazione
che richiama molto il cinema americano.
“Texture of Skin” di Lee Seong-Gang
propone infine una storia di passione tra due persone, raccontata
su più livelli e con una struttura circolare, linguaggio
sottile ed ermetico, arricchito da piccoli riferimenti citazionisti.
Leggi
le Recensioni di “Beautiful Sunday”, “Someone
Behind You”, “A Love”, “Texture of Skin”
Concludo questo breve resoconto augurandomi che i distributori
nostrani, finora latitanti su questo argomento, decidano finalmente
di dar voce ad un cinema assolutamente da scoprire anche per
lo spettatore italiano, che al momento è il più
penalizzato d’Europa, per quel che concerne il cinema
coreano, e asiatico in genere. Oltretutto la risposta del pubblico
sempre crescente alle proposte del festival fiorentino, lascia
intuire un desiderio da parte degli appassionati di cinema italiani
che vorrebbero forse una maggiore visibilità per un cinema
ancora poco conosciuto da noi, ma che merita senz’altro
una distribuzione migliore.
Anna
Maria Pelella
(Aprile
2008)