SAMSUNG KOREA FILM FEST 2008

Uno Sguardo al Cinema Coreano

 

 

Il “Samsung Korea Film Fest”, consueto appuntamento primaverile con la cinematografia sud-coreana, è quest’anno alla sua sesta edizione. Il Festival (organizzato dall’associazione Taegukgi diretta da Riccardo Gelli, con la partnership della Samsung Electronics Italia e in collaborazione con Mediateca Regionale Toscana Film Commission) si è tenuto a Firenze dal 7 al 15 marzo all’Auditorium Stensen, con ben 30 film in calendario. Il tema predominante delle pellicole proiettate è stato quello del disagio esistenziale, con anche alcune incursioni in generi come la commedia e il noir.

Assolutamente da segnalare la presenza di Kim Dong-ho, direttore del Pusan International Film Festival, ovvero il più importante tra gli appuntamenti cinematografici asiatici, nell’ambito di un progetto culturale che vede impegnati la Regione Toscana e l’assessorato agli scambi culturali, per portare il cinema italiano in Corea. Protagonisti quasi assoluti di questa edizione del Festival sono stati i due i registi Lee Myung-se e Lee Yoon-ki, entrambi presenti alla manifestazione che hanno partecipato a dibattiti, incontri con stampa e pubblico e, soprattutto, alle proiezioni di alcuni loro film.

 

Nato nel 1957, Lee Myung-se è uno dei registi più innovativi della Corea attuale.
Dopo essersi laureato all'Institute of Arts di Seul ed aver lavorato come aiuto regista di Bae Chang-ho, ha diretto Gagman, una malinconica commedia sul contrasto fra sogni e realtà. Oggi, con sei lungometraggi alle spalle, è considerato uno dei maggiori registi del suo paese.
Quattro i film del regista proiettati al Festival: “M”, “Duelist”, “Nowhere to hide”, “First Love”.
Tra questi sicuramente il più interessante è risultato “M”, presentato per la prima volta in Italia alla presenza del regista. Si tratta di un’opera ambiziosa, incentrata sugli incontri tra uno scrittore in crisi ed un’avvenente fanciulla, che avvengono in un luogo altro, vagamente ispirato al bar dell’Overlook Hotel dello “Shining” di Kubrick. Molto accurato sul piano stilistico risulta alla fine prevalentemente un bellissimo esercizio di stile, pratica alla quale il regista è già avvezzo sin dai suoi primi lavori. In conferenza stampa, a chi gli chiedeva i motivi del fatto, dato per certo in Corea, che i suoi film hanno un pubblico prevalentemente femminile, Lee Myung-se ha risposto che come spesso accade le donne privilegiano la rappresentazione, mentre gli uomini preferiscono i contenuti, motivo per cui un film curato esteticamente è molto apprezzato soprattutto dalle donne.

“This charming girl”, “Love talk”, “The hard goodbye” e “Ad.Lib night” sono invece i quattro film di Lee Yoon-ki presentati al Festival.
Dopo una formazione di studio occidentale e una breve esperienza come produttore di cortometraggi, il regista esordisce nel lungometraggio con “This Charming Girl”, racconto rarefatto di solitudine femminile, che gli vale premi al Pusan Film Festival, al Sundance Film Festival e a Berlino. Progressivamente allarga l’ottica del suo cinema per accogliere un pubblico sempre più ampio, fino a sperimentare la regia del dramma televisivo con “The hard goodbye”.
Tra questi sicuramente il più debole è risultato essere “The Hard goodbye” in primo luogo perché risente molto del fatto di essere stato pensato per la televisione, e poi per l’assoluta incomprensibilità dei motivi del gelo interiore della protagonista. Nel più riuscito “This Charming Girl” le motivazioni erano il punto centrale del racconto e per lo spettatore era molto più facile identificarsi o, per o meno capire le scelte della protagonista.

Leggi_le_Recensioni_di_“M”,“Duelist”,“Nowhere_to_Hide”,“This_Charming Girl” e “Ad.Lib night”

 

La sezione dedicata alle donne, dal titolo “Women film directors”, ha portato quattro film diretti da altrettante registe donne: “Ardor” di Byun Young-joo, “Take care of my Cat” di Jeong Jae-eun, “Waikiki Brothers” di Yim Soonrye e “Bus L’abri” di Lee Mi-yeon. Quattro modi diversi di fare cinema al femminile, che rispecchiano profili molto eterogenei fra loro:

Byun Young-joo è una delle più importanti documentariste a livello internazionale, che ha dedicato la sua carriera a raccontare la condizione della donna nella società coreana, e che esordisce nel lungometraggio con una torrida storia d’amore e d’erotismo;
Jeong Jae-eun ha studiato cinema alla Korean National University of Arts, e dopo aver diretto numerosi cortometraggi, ha debuttato nel lungometraggio con “Take Care of My Cat”;
Yim Soonry è laureata in letteratura inglese all’Università Han Yang di Seul, ha studiato teoria cinematografica all’Università di Parigi VIII, e prima di Waikiki Brothers ha girato Three Friends, premiato al Festival di Pusan;
Lee Mi-yeon è la prima donna nel sistema coreano ad acquistare notorietà e rispetto come produttrice (“The Quiet Family”, “The Foul King”), ed esordisce alla regia nel 2001 con una romantica e dolente storia d’amore e di consolazione tra un professore trentenne e una studentessa diciassettenne.


Sia “Ardor” che “Take Care of My Cat” sono dei bei lavori molto riusciti. Il primo racconta di una donna la cui pace familiare viene turbata dal tradimento del marito, che sarà causa del suo crollo psicologico e della successiva storia, che ella intreccerà col medico della cittadina in cui la coppia si è rifugiata dopo i fatti avvenuti nel prologo. Nel secondo abbiamo un bellissimo spaccato della vita di cinque ragazze, compagne di scuola che si incontrano periodicamente, per raccontarsi le loro esperienze di vita. Intenso ritratto della società coreana, “Take Care of My Cat” usa come testimone dei tentativi, in parte falliti di riuscire da parte delle giovani protagoniste, un cucciolo di gatto che verrà passato da una all’altra nel momento di maggior tensione che ciascuna si troverà a fronteggiare.
Accanto a questi esempi di cinema femminile coreano, citiamo un lavoro sulle donne viste dal punto di vista maschile come “Soffio” (“Breath”), l’ultimo film diretto da Kim Ki duk ed arrivato anche nei cinema italiani. Si tratta di un lavoro perfetto dal punto di vista stilistico che racconta, nel tipico stile del grande regista, la storia di una donna frustrata a causa dei tradimenti del marito che decide di far visita ad un detenuto in attesa dell’esecuzione e reduce da un tentativo di suicidio.
Segnaliamo inoltre due pellicole aventi per tema il mondo dei giovani, quali “Boys of Tomorrow” e “Attack on the Pin-Up Boys”: il primo è un’opera interessante, anche se non del tutto riuscita, che racconta una storia drammatica di amicizia con taglio realistico ed attento ad evitare i cliché; il secondo è invece una commedia scorrettissima con un’ambientazione scolastica colorata, pop e cartoonesca, che propone una serie di trovate ironiche e divertenti, graficamente molto suggestive.

Leggi_le_Recensioni di Ardor”,_“Take_Care_of_My_Cat”,“Soffio”,_“Boys of Tomorrow”, “Attack on the Pin-Up Boys”

 

Per quanto riguarda le altre proiezioni, quest’anno il Samsung Korea Film Fest ha dato spazio ad alcune pellicole indipendenti di indubbio valore, con l’intento di aprire una finestra sul fenomeno definito “New Korean Cinema”.
“Radio Star” di Jun-ik Lee, ad esempio, è stato il film d’apertura del Festival: una commedia molto riuscita che, con sprazzi di leggera malinconia abbinati a momenti davvero esilaranti, racconta la storia di un cantante rock sul viale del tramonto che diventa Dj radiofonico. Un film irresistibile, con ottimi attori, una regia pulita e diverse citazioni musicali occidentali (ad esempio sui Beatles).
“A Shark”, invece, è una realistica storia di personaggi che intrecciano i propri destini in una calda giornata estiva. Tutti i protagonisti sono dei perdenti con poche possibilità di riscatto. Le loro situazioni sono difficili e saranno solo in parte risolte, alla fine della giornata, nella quale ognuno aveva cercato di sfuggire al proprio triste destino.
“Fantastic Parasuicides” è un ottimo esempio di film ad episodi, che usa il tema del mancato suicidio come base di riflessione. Il tono di tutti gli episodi è piuttosto ironico e i personaggi sono molto ben caratterizzati. Girato a basso costo per una casa di produzione indipendente, questo come anche “Driving with my wife’s lover” che ne condivide la provenienza indipendente, ha una freschezza ed un originalità di fondo che fanno dimenticare di essere al cospetto di opere giudicate minori.
“The Railroad”, che era presente anche al Torino Film Festival dove ha vinto due premi, è il meritatissimo vincitore della sesta edizione del Samsung Korea Film Fest. Si tratta di un bel film incentrato sulla solitudine, che usa la metafora del binario morto per segnalare che il mancato incontro tra i protagonisti è alla base del disagio esistenziale che affligge le loro vite. Girato con tratto autoriale, si avvale anche dell’intensa interpretazione di Kim Kang-woo, premiata a Torino. Mentre il racconto rimane nel cuore dello spettatore per il tono minimale con cui è mostrato un disagio che travalica le barriere culturali.
Secondo posto per il riuscito “The Show must go on”, che racconta la storia di uno sfortunato delinquente, che per le sue attività illegali finisce per perdere la famiglia. L’interpretazione intensa e la regia serrata fanno di questo film un ottimo candidato all’esportazione, dal momento che i fatti narrati potrebbero tranquillamente essere accaduti in un qualsiasi altro posto, mentre l’emozione che trapela nella narrazione scandita con ritmi da commedia, rende il film un imperdibile spaccato sull’umanità dei cosiddetti cattivi.

Leggi le Recensioni di “Radio Star”, “A Shark”, “Fantastic Parasuicides”, Driving with my wife’s lover”, “The Railroad”, “The Show must go on”

 

Tra gli ultimi film proiettati, segnaliamo quelle che, molto probabilmente, sono state le due pellicole-rivelazioni del Festival, ovvero “Beautiful Sunday” di Kwang-kyo Jin e “Someone Behind You” di Oh Ki-hwan. La prima è noir di derivazione occidentale, con ottime regia e fotografia, oltre ad una trama ben congegnata che verso la sua conclusione propone un incredibile capovolgimento della storia. La seconda è invece decisamente una pellicola horror, che propone una storia apparentemente semplice che mano a mano si complica, con una regia accurata ed una tensione sottile che alla fine culmina in varie sequenze splatter ed un finale raggelante che ribalta quanto raccontato in precedenza allo spettatore.
“Beyond the Years” è il centesimo film diretto dal grande regista Im Kwon Taek, che si rifà alle tradizioni musicali coreane raccontando la storia di un ragazzo ed una ragazza cresciuti insieme da un padre adottivo severissimo.
“Two Faces of My Girlfriend”, di Lee Seok-hoon, è un’agile commedia minimalista che sul finale svolta sul dramma psicologico. La protagonista, interpretata da una bravissima Jeong Ryeo-won, è una ragazza affetta da personalità multipla, con il suo alter ego che emerge solo quando beve e che ha nome, vita e personalità diametralmente opposte, come scoprirà con esiti tragicomici il suo nuovo fidanzato.
“A Love” di Kwang Kyung-taek è invece un action con sullo sfondo una storia d'amore che motiva il racconto, con una regia accurata ed una rappresentazione che richiama molto il cinema americano.
“Texture of Skin” di Lee Seong-Gang propone infine una storia di passione tra due persone, raccontata su più livelli e con una struttura circolare, linguaggio sottile ed ermetico, arricchito da piccoli riferimenti citazionisti.

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Concludo questo breve resoconto augurandomi che i distributori nostrani, finora latitanti su questo argomento, decidano finalmente di dar voce ad un cinema assolutamente da scoprire anche per lo spettatore italiano, che al momento è il più penalizzato d’Europa, per quel che concerne il cinema coreano, e asiatico in genere. Oltretutto la risposta del pubblico sempre crescente alle proposte del festival fiorentino, lascia intuire un desiderio da parte degli appassionati di cinema italiani che vorrebbero forse una maggiore visibilità per un cinema ancora poco conosciuto da noi, ma che merita senz’altro una distribuzione migliore.

Anna Maria Pelella

 

(Aprile 2008)