Cult Fantascienza - 1

"RITORNO AL FUTURO"

 

 

Chi non ricorda di voi il fantastico viaggio nel tempo a bordo della leggendaria macchina Delorean con la quale il giovane Marty McFly, in compagnia del suo strambo amico ed inventore “Doc” Emmett Brown, esplorava prima gli anni ’50, poi il futuro ed infine il vecchio West?
Iniziata nel 1985 e conclusasi 5 anni dopo, nel 1990, quella di RITORNO AL FUTURO è stata una trilogia di grande successo: una delle migliori saghe-giocattolo degli anni ’80, divertente e plurimiliardaria (solo il primo episodio incassò qualcosa come 500 milioni di dollari) che ha proposto un’avventura ricca di espedienti, alla ricerca del tempo perduto lungo la storia e la mitologia americana dell’ultimo secolo.

 

LA GENESI DI RITORNO AL FUTURO

Il progetto della trilogia nasce nel 1980, quando il regista Robert Zemeckis ed il fidato amico e sceneggiatore Bob Gale, dopo il fiasco del loro primo film “Used Cars”, stavano cercando un’idea per un nuovo progetto cinematografico. Sfogliando l’album delle foto scolastiche dei loro genitori, cominciarono a pensare a che cosa sarebbe accaduto ad un adolescente se, viaggiando attraverso il tempo, avesse potuto incontrare il padre e la madre quando avevano la sua stessa età e che conseguenze ci sarebbero potute essere sul suo presente.
Per volontà degli stessi autori, il film doveva concentrarsi prevalentemente sui personaggi piuttosto che sul viaggio nel tempo, raccontando il rapporto che un adolescente può instaurare con i suoi genitori: di cosa avrebbe parlato con loro? Sarebbe potuto andare d’accordo?
Il viaggio nel tempo non era l’origine, bensì la giustificazione narrativa per creare l’incontro.
Lo sviluppo della storia ha poi subito diverse influenze da parte del film di George Pal “The Time Machine” del 1961, oltre ad alcuni episodi della serie televisiva “The Twiligh Zone” e diversi numeri dei fumetti di Superman.

Le prime due bozze di sceneggiatura furono iniziate ad essere scritte nel settembre 1980 e per diversi anni Zemeckis e Gale hanno proposto inutilmente a varie major di finanziare la storia, ritenuta da tutti troppo “soft” e poco commerciale, visto che nei primi anni ’80 i film su e con gli adolescenti erano commediole scollacciate vietate ai minori perché a base di droga, alcol e sesso (vedi “Animal House”, “Porky’s”, “Fast Times”), che incredibilmente incassavano cifre stratosferiche. A questo si aggiungeva la situazione che Zemeckis e Gale erano due assoluti sconosciuti, aggravata dal fatto che i loro primi due film erano stati entrambi dei flop ai botteghini.
Solo quattro anni dopo, nel 1984, grazie al grande successo del film “All’inseguimento della Pietra Verde”, i due poterono realizzare il film alla cui produzione divennero interessate tutte le major cinematografiche di Hollywood. Zemeckis e Gale, comunque, si rivolsero solo a Steven Spielberg, il quale fu il primo a credere in loro anni prima dopo aver letto la prima stesura della sceneggiatura. Il film fu prodotto dal regista di “E.T.” attraverso la sua compagnia Amblin Entarteinment, mentre la Universal ne curò la distribuzione.
Gli incassi astronomici del primo “Ritorno al Futuro” furono davvero una sorpresa per tutti.

Come protagonista del film fu scelto in un primo momento –proprio su segnalazione di Spielberg- il 23enne Michael J. Fox che, all’epoca, recitava nella famosa sit-com “Family Lies/Casa Keaton” e per gli impegni con il serial non poté essere disponibile.
Furono fatti molti provini che portarono alle candidature dei giovani C. Thomas Howell (“The Hitcher”) ed Erik Stoltz (“Dietro la Maschera”) con quest’ultimo ad essere poi scelto. Zemeckis però non fu soddisfatto dell’approccio interpretativo di Stoltz e, nonostante l’inizio delle riprese ed alcune scene già girate, decise di sospendere la lavorazione del film e sostituire l’attore insistendo ancora –tramite Spielberg- con l’agente di Michael J. Fox per averlo come interprete. Dopo aver letto il copione, Michael J. Fox accettò con entusiasmo e fu trovato un accordo con la BBC che produceva la sit-com, dividendosi tra il set televisivo e quello cinematografico.

 

ANALISI DI UN FENOMENO

La saga di RITORNO AL FUTURO è una macchina spettacolare in tre capitoli che ha dissimulato, dietro la frenesia degli effetti speciali, la galleria degli stereotipi e la sapienza calcolata di tecnologia e tecniche di marketing, una vertiginosa e raffinata riflessione su 130 anni di cultura popolare americana strutturata in fiaba cinematografica. I tre film rappresentano un complesso e concitato percorso di andata e ritorno dal 1985 al 1955 e
poi dal 2015 al 1885 che, nelle forme svagate di un gigantesco videogame (in cui tutti gli elementi devono essere raccolti e messi a posto per poter proseguire), omaggia diversi miti collettivi americani.

Stilisticamente i punti di forza della saga, al di là degli effetti speciali, sono principalmente tre:
Il primo è lo sviscerare in maniera chiara e non arzigogolata gli ipotetici meccanismi del viaggio nel tempo con relative conseguenze e paradossi.
Il secondo è che i personaggi, pur muovendosi nel futuro o nel passato, non ne vengono stravolti restando fedeli a sé stessi e quindi credibili. Gli spettatori possono, così, identificarsi con i protagonisti in misura maggiore chiedendosi cosa avrebbero fatto al posto loro.
Il terzo, molto importante e che ha fatto poi la differenza con altri film del genere, è che la storia di RITORNO AL FUTURO nonostante una certa tensione emotiva, si mantiene sempre in bilico tra commedia e fantascienza.

Ancora un altro fattore di grossa importanza della trilogia è che, a differenza di altre saghe, quella di RITORNO AL FUTURO è composta da film strettamente collegati tra loro e propone un arzigogolato percorso su e giù nel tempo con continui rimandi logici e di continuità tra l’uno e l’altro film: se, infatti, per altre trilogie di successo come quelle di Indiana Jones o di Guerre Stellari, il non aver visto l’episodio precedente non costituiva poi un grosso handicap, per RITORNO AL FUTURO invece è tutto il contrario visto che il secondo ed il terzo episodio rimandano marcatamente al primo per il loro sviluppo, con trame che si snodano parallele alla storia principale costruendo poi ulteriori nuove vicende per il giovane viaggiatore del tempo. Il gioco non è eterno, ma l’autore e lo sceneggiatore scherzano alla fine con un pubblico affezionato alla saga che ormai conosce le regole del gioco.

 

VIAGGIANDO NEL TEMPO

L’odissea di Marty McFly porta lo spettatore attraverso gli anni ’50, in cui la rivoluzione tecnologica, il Rock’n ‘roll ed il cambiamento dei costumi segnano l’inizio della cultura adolescenziale, la culla del mito dei teen-agers americani; poi ci si proietta nel futuro del nuovo millennio, con le sue infinite possibilità tecnologiche che sconfinano nel “colore” ed, infine, si torna ancora indietro nel tempo chiudendo il cerchio della trilogia con le origini della storia americana e cioè un’ultima avventura nel vecchio, selvaggio West di frontiera.

Spostandosi suo malgrado avanti ed indietro nel tempo, incontrando i genitori quand’erano teen agers e cambiando un destino già scritto, il protagonista Marty McFly fa divertire gli spettatori grazie soprattutto a due fattori: le problematiche dei viaggi temporali che deve affrontare e le dinamiche che si scatenano a causa del suo “gap” cultural-temporale con l’epoca in cui è stato catapultato. Interpretato dall’attore televisivo Michael J.Fox, che divenne istantaneamente un divo in tutto il mondo, Marty colpisce l’attenzione del pubblico perché non è assolutamente un eroe: è un ragazzo normale come tanti, o meglio, come tanti vorrebbero essere visto che è coraggioso, intraprendente e molto “cool” nel vestire (vedi i tormentoni sul suo giubbotto o i jeans Levi-Strauss), per non parlare della sua passione per lo skateboard/overboard che darà luogo ad irresistibili sequenze d’azione nei primi due episodi.
Marty è quindi un personaggio in cui il pubblico si identifica immediatamente, anche perché è proiettato in una situazione più grande di lui ed apparentemente senza via di uscita: avere usato inavvertitamente la macchina del tempo inventata dall’amico scienziato ed essere sbalzato nel 1955 senza possibilità di ritorno, visto che l’auto ha le batterie scariche impossibili da sostituire (la macchina è alimentata da energia nucleare).

Nel primo episodio la tematica fantascientifica della macchina del tempo viene messa in secondo piano ed il film si arricchisce di elementi di commedia slapstick-sentimentale anni ’50: gli spettatori si divertono nel vedere il conflitto tra il background futuristico-presente del protagonista ed il mondo del passato, partecipando emotivamente anche alla sua ricerca di una soluzione, che si complica quando la sua presenza interferisce con il corso degli eventi impedendo inavvertitamente l’incontro casuale tra i suoi genitori i quali, non innamorandosi, non si sposeranno neanche più in futuro mettendo in pericolo l’esistenza stessa di Marty.
Questo dà il via ad una buffissima serie di espedienti per farli innamorare, che arricchisce ulteriormente la linea narrativa principale del film in un mirabile equilibrio tra tensione e commedia, con gags ben congegnate che arrivano a sfiorare in maniera leggera e non morbosa addirittura il tema dell’incesto, pericolo in cui incappa Marty quando si accorge che la giovanissima liceale che trent’anni dopo sarà sua madre si è infatuata di lui.
Marty, quindi, si rivela tanto protagonista quanto elemento stesso del meccanismo della saga: il viaggio nel tempo, infatti, non è solo un excursus turistico/avventuroso in un’altra epoca, ma è anche un mondo alieno e sconosciuto nel quale Marty rimane intrappolato, soprattutto per quanto riguarda il flusso degli eventi, visto che non è un viaggiatore estraneo agli eventi, ma deve fare fronte in prima persona con la storia della sua stessa famiglia.

 

LA CITTADELLA DI HILL VALLEY

Il punto di partenza e di arrivo nei viaggi della saga è sempre l’anonima cittadella di Hill Valley, spettatrice passiva delle varie peripezie temporali dei protagonisti e quasi immutabile nei decenni che si inseguono e si confondono, come a voler suggerire che nel corso dei secoli cambiano i volti, ma non le radici delle nostre città né tantomeno i sentimenti che, per questi ultimi, sono rappresentati attraverso i rapporti tra genitori, antenati e discendenti dei protagonisti Marty McFly, il genialoide Doc ed il cattivo Biff Tannen.
In questa cittadina come tante (in realtà unità spaziale che dà alla trilogia una sorta di poetica compattezza) che gli autori, Robert Zemekis ed il fidato sceneggiatore Bob Gale, fanno compiere al loro giovane protagonista Martin McFly un viaggio casuale indietro nel tempo fino agli anni ’50, incontrando i suoi genitori e riuscendo a cambiare da lì alcune cose negative del suo presente, trovando pure il tempo di inventare la musica Rock; nella seconda parte, invece, che riprende il finale aperto del primo film, viaggia nel futuro per salvare propri figli non ancora nati (!!!), ma è costretto poi a tornare negli anni ‘50 perdendo però l’amico Doc, che cercherà di recuperare nella terza parte viaggiando nel passato e confrontandosi con il mito americano del West.

 

CURIOSITA’ VARIE

La macchina del tempo era stata inizialmente concepita come un mezzo statico, simile ad un frigorifero (idea accantonata per paura di atti di emulazione da parte dei bambini), ma con l’evoluzione della storia si decise di renderla mobile, in maniera da portarsela comodamente dietro. Il mezzo così divenne un’auto. Venne scelta l’automobile DeLorean per la sua linea elegante ed innovativa, modificata poi dal designer Ron Cobb che la rese una centrale nucleare su quattro ruote. Furono applicati, sia all’esterno che all’interno dell’auto, apparecchiature elettriche, luci intermittenti e circuiti lampeggianti scovate in fondi di magazzino e rivendite elettroniche della zona, oltre che a pezzi di impianti di aerazione.

Per ragioni logistiche la cittadina di Hill Valley, con i suoi negozi e locali, in realtà fu costruita nel gigantesco spiazzo del parcheggio della major Universal Pictures. Tutto è stato ricostruito con cura basandosi su foto e cataloghi dell’epoca, riviste come Life e Look e vari libri art-deco degli anni ’40 e ’50, con macchine e mezzi presi in prestito dal museo dell’auto o noleggiati da collezionisti privati.

Il duplice impegno con “Family Lies” e “Back to the Future” costrinse Michael J. Fox a lavorare per diverse settimane sette giorni su sette con giornate di 18-20 ore di lavoro. L’attore recitava la mattina nella serie televisiva, mentre il pomeriggio e la sera era sul set del film. Michael J. Fox ha dovuto anche prendere lezioni provate di chitarra e skateboard per alcune sequenze del film. Per il giovane attore fu un periodo di grande fatica, rischiando, come rivelò anni dopo, l’esaurimento nervoso.

L’odioso villain del film Biff Tannen (interpretato da Tom Wilson) fu ispirato alla figura del capo della produzione della Universal Ted Dannen, che “prestò” al personaggio anche il suo cognome. Il look (i capelli a raggiera) nonché la mimica concitata dello stravagante scienziato “Doc” Emmett Brown, interpretato da Christopher Lloyd, furono modellati dall’attore sulla figura del famoso direttore d’orchestra Leopold Stokowski.

Il popolare cantante pop Huey Lewis partecipò alla colonna sonora con due sue canzoni, “The Power of Love” e “Back in Time”, che rimasero in classifica di vendite per molte settimane. Lewis ha partecipato anche alle riprese del film con un breve cameo, nei panni di un rigido membro della giuria musicale del liceo che compare all’inizio del film.

Nel 1985 la sceneggiatura di Zemeckis e Gale del primo “Ritorno al Futuro” ebbe sia la nomination al premio Oscar che a quello del Golden Globe.

 

GLI EPISODI DELLA SAGA

RITORNO AL FUTURO I: narrativamente è il migliore, con una sceneggiatura perfetta che funziona con la precisione di un orologio, con toni di commedia sofisticata e rimandi al cinema di registi come Frank Capra per il ritratto, non sempre e non necessariamente lieto, della quieta provincia americana nel decennio degli anni Cinquanta. Il film ha una storia molto completa: è un’avventura di fantascienza sull’incedere del tempo ed al tempo stesso una commedia ed una storia d’amore, concepita originariamente per essere un’opera unica e non il primo capitolo di una trilogia.

RITORNO AL FUTURO II: l’episodio più complesso della trilogia, è un rebus pazzo e sregolato, cupo e negativo, con continui salti temporali che suggeriscono alla fine una consapevolezza amara che il futuro; il presente ed il passato sono uniti in un’unica dimensione in grado di trasformarsi in un incubo se vengono violate le sue regole.

RITORNO AL FUTURO III: capitolo conclusivo nonché il più leggero e scanzonato, dove vengono riproposti toni più giocosi e Zemeckis si spinge nei paraggi della parodia western, genere caro ai migliori comici del passato, dai fratelli Marx a Jerry Lewis, i quali compongono il background del regista. Nella nostalgica riscoperta delle radici, il cerchio temporale si completa ed il viaggio finisce definitivamente, nonostante uno spiritoso finale aperto che ha dato origine ad una serie a cartoni animati.

 

MORALE FINALE
La saga temporale di Robert Zemeckis si conclude con una morale, semplice e precisa: il destino non è mai scritto e ciascuno di noi può e deve costruire da sé il proprio futuro, come vuole il classico sogno americano; i mezzi profusi per dimostrare tali parole sono poi disseminati lungo tutti e tre i film: effetti speciali, paradossi temporali, viaggi avanti ed indietro nel tempo, scene ad effetto e suspense montata ad orologeria lungo la corsa sull’auto che tutti noi vorremmo, la magica DeLorean, tanto veloce da piegare il tempo.

Paolo Pugliese 2007


Scheda

Titolo Originale: Back To the Future
Genere: Commedia/Avventura/Fantascienza
Regia: Robert Zemeckis
Sceneggiatura: Bob Gale & Robert Zemeckis
Cast: Michael J. Fox, Christopher Lloyd, Emma Thompson, Crispin Glover, Tom Wilson, Billy Zane, Claudia Wells
Colonna Sonora: Alan Silvestri, Huey Lewis (due canzoni)
Produzione: Steven Spielberg & Amblin Entarteinment
Distribuzione: Universal Pictures
Paese d’origine: USA - 1985/1989/1990
Durata: 110 minuti/107 minuti/118 minuti