Intervista a Giorgio Grasso

regista del film "Replay"

 

 

Abbiamo incontrato per la prima volta Giorgio Grasso all’ultima edizione del Festival del Cinema Indipendente di Foggia, svoltasi alcuni mesi fa nel capoluogo pugliese. Grasso è un giovane regista e sceneggiatore indipendente di Roma che sta promuovendo la sua seconda opera, “Replay”: una curiosa miscela di dramma sentimentale e noir, ben narrata e recitata, che ha destato molto interesse ed entusiasmo nel pubblico. Anche da parte nostra.
A distanza di alcuni mesi, abbiamo contattato il regista romano per parlarci del suo film e della sua esperienza come autore di cinema indipendente ed a low budget.

 

Parliamo subito del tuo film: cosa racconta?

Il film non è facile da spiegare, perché la trama, come sai, vuole dare una determinata apparenza di cui non svelerei troppo...
E’ comunque la storia di due ragazzi e del loro amore che finisce. Inizia proprio così, con la fine, silenziosa, della loro storia. Da quel momento viene mostrata la vita di entrambi in parallelo. La disperazione dell’innamorato Stefano, che nei giorni immediatamente successivi cerca di distrarsi senza buon esito, e il ritorno alla vita normale e spensierata di Laura, che lo ha lasciato ed è ben contenta di essere nuovamente libera. Finché la stessa Laura non s’innamorerà di una terza persona...
Il film tratta di conflitti interni e relazioni instabili, del problema del rispetto e della difficoltà di saper amare veramente. Con la scusa di un colpo di scena, che modifica completamente le prospettive dei tre protagonisti durante il corso del film, ho cercato di parlare dei rapporti di coppia in modo approfondito e, spero, coinvolgente.


Proprio riguardo al colpo di scena (che non sveliamo), con cui la trama dai toni drammatico-sentimentali, a sorpresa, svolta su quelli decisamente noir, come ti è venuta l’idea di questo percorso narrativo?

Io mi diverto molto a scrivere. Mi stimola, mi eccita, mi piace. E magari l’idea mi viene mentre sto in macchina e osservo qualcuno, o qualcosa che fa. Quello per associazione spesso mi porta da qualche altra parte con la testa e mi fa dire a me stesso: “Immagina se succedesse questa cosa...” Io sono un Gemelli e quindi molto curioso, forse anche troppo, e mi piace essere sorpreso. Di conseguenza credo che sia bello riuscire a sorprendere e stimolare al tempo stesso la curiosità delle persone, per questo amo scrivere storie che difficilmente gli spettatori possono aver vissuto e che scatenino la voglia di sapere cosa accade in situazioni simili. Quando mi è venuta l’idea riguardo proprio quel colpo di scena di cui parli ho pensato fosse un’occasione per scrivere una storia originale cercando però di costruirci intorno dei dialoghi che trattassero il tema affettivo in più aspetti possibile.


Nel film hai adottato una narrazione introspettiva e non concitata, con una regia molto asciutta, quasi documentaristica. Come sei arrivato a ciò?

Nello specifico di scelte stilistiche, si, devo dire che la regia è asciutta ma proprio perché io adoro (che si disponga di budget elevati o meno) il cavalletto e la semplice macchina fissa, tranne in determinati casi in cui la macchina a mano permette di trasmettere un senso di inquietudine e tensione, dinamicità oppure (come nel caso della scena in treno in cui la macchina a mano “sbatte” in continuazione sul volto del personaggio di Walter mentre cerca di sedurre una ragazza) per mostrare “l’animale in azione”, ossia il personaggio visto da vicinissimo, in primissimo piano, studiando ogni movimento facciale ripreso nei minimi dettagli.
Credo con convinzione che la lentezza delle immagini, se sono belle, non pesi. E se uno non crede di poter girare belle immagini, che ci riesca o meno, tradisce quello che fa e chi gli da fiducia. Beh, si, hai capito... è un modo per dire che ci sono delle scene lente nel film, ma che chiedevano di esserlo. Mostrare la sofferenza di qualcuno che ama e rimane solo non si può fare velocemente. Bisogna stare vicino al personaggio ed essergli quasi amico, vicino, tu come regista e gli altri come spettatori. E per essergli vicino bisogna sacrificarsi un po’ per lui e osservarlo anche mentre fuma una sigaretta solo in casa, perché i momenti d’intimità sono quelli più assoluti e puri di un personaggio, soprattutto se, come Stefano, soffre molto. Sono scene che contrastano decisamente con la seconda parte del film, più ritmata e, per certi versi, non solo noir come dicevi tu prima, ma a mio avviso proprio inquietante.


Abbiamo trovato i dialoghi molto realistici. Ti sei ispirato a fatti o persone vere?

Per quanto riguarda i dialoghi, ho preso spunto quasi sempre da situazioni vere, soprattutto riguardo ai litigi di coppia, ma ho anche chiesto agli attori, durante i mesi in cui abbiamo provato prima delle riprese, di fare delle letture del copione aggiungendo il più possibile piccoli versi e congiunzioni sospese o un po’ “strascicate” che si usano usualmente nel linguaggio comune, che io in genere metto già nella sceneggiatura e che rendono più realistici i dialoghi ma soprattutto, inconsciamente, aiutano gli attori a recitare ancora meglio le parti più difficili. E’ stato costruttivo perché poi nascevano molte discussioni interessanti sul modo di interpretare determinate battute, facendomi riflettere su quanto l’attore si possa considerare uno strumento nelle mani del regista, da seguire alla lettera anche nella più piccola richiesta di cadenza o pronuncia, e quanto invece sia giusto in diverse occasioni lasciarlo libero di plasmare il proprio personaggio. Chiaramente alla fine ognuno proponeva la sua idea e si decideva per una soluzione che soddisfacesse sia me che l’attore in questione, con lo scambio e l’intervento anche da parte degli altri attori presenti alle prove in quelle circostanze, che proponevano il loro parere e i loro consigli al diretto interessato e a me.


Le tue scelte di regia sono state pianificate a priori oppure è stato un working in progress?

In alcuni casi, per motivi di tempo, sono stato costretto a precludermi delle scelte e in molti altri a cambiare in corso le idee precedenti e riscrivere il piano di regia poche ore prima di girare. Secondo me, anche se molte cose devono essere già in testa, uno dei metodi più stimolanti è quello di trovare una location che trasmetta automaticamente, quasi da sola, delle scelte stilistiche interessanti. L’ambiente spesso suggerisce dove e come posizionare gli attori e in che modo dirigerli, come si fa con un “trasferello”. Ma è chiaro che se si sceglie una certa location è perché c’è già un’idea di base che va di pari passo con la psicologia dei personaggi e deve avere un rapporto preciso con la loro condizione. Una delle immagini cha amo di più del film è stata girata durante la scena del parco. Io volevo assolutamente un bel viale per poter fare un campo lungo, con grande profondità, che trasmettesse un senso di solitudine e al tempo stesso incertezza rispetto al futuro. Quando l’ho trovato mi sono accorto che era perfetto, quello che volevo. Piccolo particolare: mancava la panchina sulla quale dovevano sedere i due personaggi. Poco grave, durante i primi sopralluoghi ne abbiamo posizionata una e, visto che a quel punto potevo scegliere, ho deciso di metterla davanti a un grande albero le cui foglie pendevano sulla stradina. Ma non era un particolare a cui avevo pensato prima. A quel punto l’inquadratura l’ha dettata l’ambiente stesso. Messa la macchina sul cavalletto c’è voluto poco a farla e guai a chi la toccava.


Cosa ci puoi raccontare a riguardo della produzione e realizzazione del film?

Eh, eh...qui ci sarebbe da scrivere un libro (e chissà che prima o poi non lo faccia) indipendentemente dalla fortuna che avrà questo film. Comunque bisogna partire da molto lontano: dal 2003, e da un film di 80 minuti che ho girato a scopo formativo, dal titolo “La Guerra degli Stomachi”, una commedia che spero un giorno di rigirare con i mezzi adeguati. Ho pensato che forse, facendo vedere quel film e quello che ero riuscito a fare senza soldi, con solo una troupe di 4 persone e dodici giovani attori, e facendo leggere la sceneggiatura di “Replay”, sarei riuscito a trovare dei ragazzi che volessero partecipare a un nuovo progetto, ma un pochino più ambizioso. Alla base di tutto, l’incoscienza di un 23enne ma anche l’assoluta convinzione che esistesse qualcuno disposto a partecipare come volontario per semplice passione, divertimento e voglia di fare una nuova esperienza (da poter inserire, tra l’altro, nel proprio curriculum). Ma non è così semplice. Bisognava convincere anche persone che avevano già una discreta esperienza per i ruoli principali, che magari erano tra le poche a percepire un piccolo compenso, ma che comunque dovevano essere convinti della forza del progetto, altrimenti non ne avrebbero preso parte. Inoltre era necessario vedersi spesso, anche due o tre volte a settimana, con ogni ragazzo della troupe e possibilmente farli incontrare in modo da scambiarsi pareri e fare amicizia, riuscendo in questo modo a creare feeling, per evitare che svanisse il loro interesse e abbandonassero il progetto, che prevedeva comunque di lavorare cinque settimane 10 ore al giorno in piena estate. Se gli avessi detto “Ok, ragazzi, ci vediamo tra due mesi sul set” credo si sarebbero presentati in due...


E così invece...?

Così da Gennaio a fine Marzo sono riuscito a trovare una quindicina di persone e ho iniziato i primi provini agli attori, contattando tutti principalmente attraverso Internet. Mi fa sempre piacere ricordare come l’età media tra troupe e attori toccasse i 26 anni. Gli assistenti alla regia e l’aiuto regista, addirittura, andavano trai 20 e i 24. In seguito, a fine Marzo, ho conosciuto Massimiliano Cammuso, titolare della Fantaproduction, che è diventato mio socio dedicandosi all’aspetto organizzativo. Per le locations sono state individuate tutte le case e residenze di amici o parenti che ritenevo più interessanti. Di certo potevo chiedere un sacrificio simile solo a persone davvero vicine. Si tratta infatti di avere una troupe cinematografica dentro casa con tutto quello che comporta, per 10 ore minimo, e in genere per questo vengono chiesti anche 3000 euro al giorno, quindi devo molto a tutti loro, che mi hanno detto subito di si, senza mai farmi pesare un favore così grande e non solo, rendendosi incredibilmente disponibili... Questa penso sia una delle cose più belle di un lavoro indipendente simile.


Yassmin Pucci, Leandro Guerrini e Fabrizio Croci sono i protagonisti, davvero bravi quanto ancora sconosciuti. Come vi siete incontrati?

Con ognuno di loro c’è stato un diverso percorso. Con Leandro Guerrini avevo già lavorato, essendo stato il protagonista de “La Guerra degli Stomachi”. A fine Dicembre 2004 era stato il primo a leggere la sceneggiatura, gli era piaciuta tantissimo, e da quel momento con lui avevo già iniziato a provare le scene.
Yassmin l’ho scelta perché mi ha emozionato nel corso dei provini e Fabrizio l’ho cercato io personalmente dopo aver visto una sua foto nella guida attori su Internet, non soddisfatto dell’andamento dei provini per il suo ruolo. Non è stato facile rintracciarlo e ci ho perso qualche settimana perché i suoi contatti non c’erano sul web, a meno che non si chiedesse alla sua agenzia, che però avrebbe voluto sicuramente un compenso. Inoltre Fabrizio è di Parma, quindi mi sembrava davvero difficile e ogni tanto decidevo di rinunciare. Ogni volta che però riaprivo il file con le foto degli attori selezionate sul web, mi ritornava sotto gli occhi e decidevo di rimettermi a cercare, finché non ho trovato il numero della sua compagnia teatrale a Parma. Si trattava di un cellulare che trovavo sempre staccato, pur tentando con una certa frequenza. Dunque, visto e considerato che ero pieno di cose per la testa (immerso nell’organizzazione, gli incontri con scenografo, assistenti, aiuto regia e tutti gli altri, che avvenivano il pomeriggio; prove con gli attori che partivano dopo cena e finivano sempre a notte inoltrata, qualche volta devo dire anche tra vino rosso, salatini e tante risate; i provini che organizzavo personalmente nei rari giorni liberi o nei weekend, chiamando i ragazzi e spedendo loro le prove su parte) passò un altro mesetto. Quando decisi di fare l’ultimo tentativo finalmente trovai libero: parlai con un ragazzo molto gentile cui spiegai bene il tutto e al quale potei finalmente chiedere se era possibile contattare Fabrizio, dicendogli che mi sarebbe piaciuto parlarci. Mi è stato risposto “sono io”. Ricordo che dopo aver letto la sceneggiatura, l’idea di venire a Roma per un progetto simile gli piacque moltissimo.
Concludendo, visto che la domanda era riferita all’incontro con i protagonisti, vorrei approfittarne per sottolineare che chi avrà modo di vedere “Replay” scoprirà, oltre loro, tanti altri attori giovani davvero bravi come Massimo Triggiani, Clarissa Leone, Gianluca Morini, Valentina Biancospino, Francesca Zavaglia e Ivan Olivieri. Un mio ringraziamento particolare va inoltre ai più navigati Armando Puccio, Giuseppe Oppedisano ed Emanuela Ungaro, che hanno partecipato con grande professionalità e disponibilità e con i quali spero di poter lavorare nuovamente.


“Replay” è stato girato quasi due anni fa. Cosa ci puoi dire su un eventuale distribuzione nei cinema o in Dvd?

Avevamo idea di auto-distribuirci nei cinema, ma ci sono stati dei problemi con una rinomata sala di Roma il cui direttore ci aveva dato disponibilità per l’autunno. Parlando invece con i gestori cinematografici abbiamo capito che, dovendo privilegiare le grandi distribuzioni, potranno darci spazio solo a Marzo 2008. A questo punto, sinceramente, è difficile fidarsi: da Giugno di quest’anno fino alla chiusura estiva siamo andati a parlarci 4-5 volte, ci hanno fatto aspettare e tornare alla riapertura e poi è saltato tutto. Il punto è che ci hanno fatto perdere molto tempo, cosa preziosa soprattutto per chi come noi ha finora solo delle speranze ed è un piccolo investitore di se stesso. Ciò nonostante, da qualche giorno si stanno aprendo nuove interessanti strade, una di queste è che il film uscirà al cinema al "Politecnico Fandango" (zona auditorium flaminio) dal 23 novembre in poi, con biglietti da acquistare sia in sala sia eventualmente on line (www.fantaproduction.com/replay.html)


Che genere di difficoltà hai incontrato nel realizzare un film indipendente ed a low budget in Italia?

La prima difficoltà è far coincidere nel piano di lavoro le disponibilità degli attori, delle locations e delle esigenze di scena. E poi si fanno provini a ruoli minori e si ricercano le ultime locations mancanti anche durante gli stessi giorni in cui si gira il film. Finito di girare, dopo 10-11 ore di lavoro si parte e magari si attraversa Roma per incontrare un amico che possa mostrarci il suo studio da usare in una scena. E a proposito di giri in macchina capitava, insieme all’aiuto regia Erik Ravaglia, che in quel periodo ha vissuto da me essendo lui residente a Pomezia, di riportare a casa alle 4 di mattina i componenti della troupe non “auto-muniti”, che in genere erano tre e abitavano rispettivamente a Tuscolano, Casilino e Garbatella! Tra l’altro alcuni di loro lavoravano e studiavano il resto della giornata mentre altri hanno proprio perso degli esami...
Altre situazioni problematiche si possono verificare in diversi campi comunque, dalla dimenticanza di un importante oggetto di scena che bisogna andare a rimediare di corsa tra i negozietti del quartiere in cui ci si trova, tipo caccia al tesoro, alla ricerca delle comparse. Per esempio in una scena in cui dovevamo girare l’uscita di Guerrini e Triggiani da un cinema con tanto di persone che uscivano insieme a loro. Non avendo il tempo materiale di metterci a cercare comparse nei giorni precedenti, visto che c’erano cose più importanti da fare, ho deciso che avrei chiesto alla troupe e chiunque volesse unirsi: così, le comparse che escono dal “Maestoso” (di cui ringrazio i dipendenti che ci hanno permesso la piccola invasione) sono quasi tutti componenti della troupe.
C’è stato poi molto da imparare anche riguardo alla post-produzione, dove per esempio la lavorazione dell’audio ci ha portato via da Dicembre 2005 a Giugno 2006 perché chi avevamo ingaggiato ci lavorava a tempo perso, “molto perso”... Per quanto riguarda i problemi relativi alla promozione te lo saprò dire tra poco spero, eh, eh...


Hai cercato il sostegno di grossi produttori?

Se invece penso ai problemi che s’incontrano cercando sostegno da produzioni maggiori, mi viene un po’ da ridere...cioè, rido. Se io ho voluto fortemente fare una cosa del genere è proprio perché ho avuto moltissime difficoltà a trovare un aiuto da parte dei produttori italiani. Il “ti faremo sapere” è un classico che non cambia negli anni, anzi, nei secoli. E non cambierà. Io ho provinato circa 70 ragazzi che non sono stati presi e ho avuto voglia di richiamarli per dirgli come stavano le cose. Invece le produzioni, che hanno diversi segretari e dipendenti, non si degnano neanche di mandare una mail per spiegare i motivi di una risposta negativa. Una volta sono andato ad una delle più famose produzioni e distribuzioni indipendenti italiane, alla quale avevo chiesto un colloquio tramite mail e avevo ricevuto una pronta risposta molto gentile che mi invitava ad andare. Poi quando sono arrivato nell’ufficio, la prima cosa che mi ha detto la persona incaricata di valutare i miei progetti, facendomi osservare uno scaffale pieno di schedari e con molta sufficienza, è stata: “Io leggerò qualche tua idea, ma è difficile.. Li vedi quelli? sono tutti i film che ci hanno proposto di realizzare nei prossimi anni...” Avrei potuto portargli anche “Ben Hur” ma sarebbe cambiato poco.
Da un’altra parte invece, e qui si tratta di uno dei più ricchi produttori italiani, mi hanno respinto dicendomi che non erano interessati ad opere prime, lavori di cui non si occupavano. Pochissimi mesi dopo hanno distribuito nelle sale un’opera prima (!), storpiandogli peraltro il titolo che originariamente era molto bello, diversamente dal film, di cui ho solo visto qualche spezzone ma che a detta di tutti non si poteva vedere. Nessuno infatti lo ha visto nelle sale. E’ stato tolto dopo pochi giorni. Se si nomina ancora oggi non ne conosce l‘esistenza nessuno anche tra registi e addetti ai lavori, garantisco. Questo per fare un esempio di chi guida i grandi produttori italiani.


Sei molto critico riguardo ai produttori. Sia come addetto ai lavori che come normale spettatore, come vedi l’attuale situazione cinematografica del nostro paese?

Il problema maggiore secondo me è che i grandi produttori e distributori non hanno fiducia nella gente, negli spettatori. Non rischiano mai nulla, vediamo sempre gli stessi attori che fanno sempre gli stessi ruoli, perché credono che sia l’unico modo per attrarre gente. Forse non si informano abbastanza di cinema, non lo seguono, non lo amano veramente. Non sanno che la gente segue i film commerciali perché ci sono solo quelli.. ma quando si presenta l’occasione il pubblico sa dimostrare di essere intelligente, vedi film come ad esempio “Litte Miss Sunshine”. Dunque i casi sono due: o certi produttori pensano di non essere in grado di fare cose di qualità e non sapendole fare preferiscono buttarsi su stupidaggini commerciali; oppure credono che il pubblico italiano sia peggiore di quello del resto del mondo. Se ci fosse un film commerciale per ogni 5 di qualità, cambierebbero molte cose sia sul modo di pensare sia sulla cultura degli spettatori. Ma ricordiamoci sempre che viviamo in un paese dove un film splendido come “Candy” viene rititolato “Paradiso + Inferno” o ancora il più leggero “Super-bad”, comprensibilissimo per chiunque e già di suo un titolo, viene ribattezzato “Suxbad – tre menti sopra il pelo”, richiamando un famoso film italiano che non c’entra assolutamente nulla e cui di certo gli autori americani non pensavano proprio, visto che dubito sia uscito negli USA. E questi esempi solo per restare su film recenti altrimenti si aprirebbe un altro capitolo triste... credo che un giorno scriverò un libro su tutti i titoli storpiati dei film stranieri in Italia. E’ l’esempio peggiore di quanto gliene freghi del discorso artistico ai distributori, perché non ci dicono chi è che “di lavoro” modifica i titoli? E’ il proprietario stesso? Penso che in molti vorrebbero saperlo. Ditecelo! O deve rimanere sul vago come quello che scrive le barzellette sul Cucciolone? Beh, tanto credo che la differenza tra i due mestieri sia davvero minima.


Secondo la tua esperienza è possibile fare in Italia del buon cinema, anche con un budget ridotto?

Realizzare film di qualità ed a low budget, ne sono convinto, è possibilissimo. Le idee e l’impegno sono più efficaci di qualsiasi superbudget. Ricordiamoci che ci sono film bellissimi realizzati negli anni trenta che rivediamo ancora volentieri. Con i mezzi di adesso è un’infamia dire che non si può fare un buon film se non si spendono almeno 6 milioni di euro. Anche per quanto riguarda il cinema commerciale. In Italia il cinema commerciale non ha la stessa qualità di quello di altri paesi, e questo lo dicono in pochi. E’ vero che non c’è la stessa disponibilità economica ma anche i film stranieri con lo stesso budget delle produzioni italiane riescono comunque a unire qualità e mercato. Qui invece il film commerciale rappresenta quasi sempre mercato e basta.


Tu sei regista e sceneggiatore: qual’è stato il tuo percorso artistico?

Il mio percorso artistico è iniziato credo a tre anni, giocando con i Lego e i Playmobil insieme a mia madre... Non voglio scherzare, dico davvero. Questa è la mia concezione di percorso artistico: credo che molto dipenda da quanto uno gioca nella vita ed io ho sempre amato creare e fare giochi in cui è necessaria l’inventiva. Ancora adesso gioco come allora senza stancarmi, sono il classico tipo che propone sempre giochi che non trovano mai l’appoggio di nessuno della comitiva e che è l’unico che quando si va al mare si mette a fare i castelli di sabbia sul bagnasciuga, generalmente da solo come uno scemo o, in circostanze più fortunate, insieme a piccoli e sconosciuti aiutanti di 6 o 7 anni.
Per parlare del percorso artistico canonico ho iniziato dalla musica, scrivendo canzoni all’età di 12 anni circa. Poi qualche anno dopo ho comprato una chitarra per accompagnarmi e a 18 anni ho iniziato lo studio del canto da Arabella Vallone, eccezionale cantante, nonché figlia del grande Raf Vallone. Nel frattempo ho sempre scritto molto, fra testi, poesie, racconti e soggetti cinematografici. Poi mi sono iscritto al D.A.M.S. dell’Università di “Roma Tre” e due anni dopo ho lavorato come assistente alla regia per il film “Saimir” di Francesco Munzi, che ha ricevuto una menzione speciale al Festival di Venezia. Poi ci sono stati “la Guerra degli Stomachi” e “Replay”, di cui, con il gruppo degli “Ashtray”, ho realizzato anche le canzoni della colonna sonora.


Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ne ho moltissimi. Il problema è che quello che si ha in testa è sempre lontano da quello che riesce a percepire chi ha il potere economico per aiutarti. Ad esempio ricordo che avevo proposto il film a una produttrice di un certo livello qualche tempo fa, e lei mi disse che era interessante si, ma secondo lei bisognava mettere il colpo di scena all’inizio e da li far partire tutto spiegando cos’era successo. Tu che hai visto il film che ne pensi? Immagina di farlo con “I soliti sospetti” o “The Others”... Poi ci chiedono perché diciamo tutti che il cinema italiano è in crisi. La verità è che se una volta il cinema italiano era il migliore al mondo era per un motivo lampante: chi metteva i soldi, pur non essendo regista autore o attore, aveva anche un suo talento puro e sapeva usarlo per riconoscere le idee vincenti.

Paolo Pugliese

(Settembre 2007)

 

 

 

 

 

 

 

 

Leandro Guerrini

 

 

 

 

 

 

 

Yassmin Pucci

 

 

 

 

 

 

 

 

Fabrizio Croci

 

 

 

 

 

 

 

Il regista Giorgio Grasso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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