Abbiamo
incontrato per la prima volta Giorgio Grasso all’ultima
edizione del Festival del Cinema Indipendente di Foggia, svoltasi
alcuni mesi fa nel capoluogo pugliese. Grasso è un giovane
regista e sceneggiatore indipendente di Roma che sta promuovendo
la sua seconda opera, “Replay”: una curiosa miscela
di dramma sentimentale e noir, ben narrata e recitata, che ha
destato molto interesse ed entusiasmo nel pubblico. Anche da
parte nostra.
A distanza di alcuni mesi, abbiamo contattato il regista romano
per parlarci del suo film e della sua esperienza come autore
di cinema indipendente ed a low budget.
Parliamo
subito del tuo film: cosa racconta?
Il
film non è facile da spiegare, perché la trama,
come sai, vuole dare una determinata apparenza di cui non svelerei
troppo...
E’ comunque la storia di due ragazzi e del loro amore
che finisce. Inizia proprio così, con la fine, silenziosa,
della loro storia. Da quel momento viene mostrata la vita di
entrambi in parallelo. La disperazione dell’innamorato
Stefano, che nei giorni immediatamente successivi cerca di distrarsi
senza buon esito, e il ritorno alla vita normale e spensierata
di Laura, che lo ha lasciato ed è ben contenta di essere
nuovamente libera. Finché la stessa Laura non s’innamorerà
di una terza persona...
Il film tratta di conflitti interni e relazioni instabili, del
problema del rispetto e della difficoltà di saper amare
veramente. Con la scusa di un colpo di scena, che modifica completamente
le prospettive dei tre protagonisti durante il corso del film,
ho cercato di parlare dei rapporti di coppia in modo approfondito
e, spero, coinvolgente.
Proprio riguardo al colpo
di scena (che non sveliamo), con cui la trama dai toni drammatico-sentimentali,
a sorpresa, svolta su quelli decisamente noir, come ti è
venuta l’idea di questo percorso narrativo?
Io
mi diverto molto a scrivere. Mi stimola, mi eccita, mi piace.
E magari l’idea mi viene mentre sto in macchina e osservo
qualcuno, o qualcosa che fa. Quello per associazione spesso
mi porta da qualche altra parte con la testa e mi fa dire a
me stesso: “Immagina se succedesse questa cosa...”
Io sono un Gemelli e quindi molto curioso, forse anche troppo,
e mi piace essere sorpreso. Di conseguenza credo che sia bello
riuscire a sorprendere e stimolare al tempo stesso la curiosità
delle persone, per questo amo scrivere storie che difficilmente
gli spettatori possono aver vissuto e che scatenino la voglia
di sapere cosa accade in situazioni simili. Quando mi è
venuta l’idea riguardo proprio quel colpo di scena di
cui parli ho pensato fosse un’occasione per scrivere una
storia originale cercando però di costruirci intorno
dei dialoghi che trattassero il tema affettivo in più
aspetti possibile.
Nel film hai adottato una
narrazione introspettiva e non concitata, con una regia molto
asciutta, quasi documentaristica. Come sei arrivato a ciò?
Nello
specifico di scelte stilistiche, si, devo dire che la regia
è asciutta ma proprio perché io adoro (che si
disponga di budget elevati o meno) il cavalletto e la semplice
macchina fissa, tranne in determinati casi in cui la macchina
a mano permette di trasmettere un senso di inquietudine e tensione,
dinamicità oppure (come nel caso della scena in treno
in cui la macchina a mano “sbatte” in continuazione
sul volto del personaggio di Walter mentre cerca di sedurre
una ragazza) per mostrare “l’animale in azione”,
ossia il personaggio visto da vicinissimo, in primissimo piano,
studiando ogni movimento facciale ripreso nei minimi dettagli.
Credo con convinzione che la lentezza delle immagini, se sono
belle, non pesi. E se uno non crede di poter girare belle immagini,
che ci riesca o meno, tradisce quello che fa e chi gli da fiducia.
Beh, si, hai capito... è un modo per dire che ci sono
delle scene lente nel film, ma che chiedevano di esserlo. Mostrare
la sofferenza di qualcuno che ama e rimane solo non si può
fare velocemente. Bisogna stare vicino al personaggio ed essergli
quasi amico, vicino, tu come regista e gli altri come spettatori.
E per essergli vicino bisogna sacrificarsi un po’ per
lui e osservarlo anche mentre fuma una sigaretta solo in casa,
perché i momenti d’intimità sono quelli
più assoluti e puri di un personaggio, soprattutto se,
come Stefano, soffre molto. Sono scene che contrastano decisamente
con la seconda parte del film, più ritmata e, per certi
versi, non solo noir come dicevi tu prima, ma a mio avviso proprio
inquietante.
Abbiamo trovato i dialoghi molto realistici. Ti sei ispirato
a fatti o persone vere?
Per quanto riguarda i dialoghi, ho preso spunto quasi sempre
da situazioni vere, soprattutto riguardo ai litigi di coppia,
ma ho anche chiesto agli attori, durante i mesi in cui abbiamo
provato prima delle riprese, di fare delle letture del copione
aggiungendo il più possibile piccoli versi e congiunzioni
sospese o un po’ “strascicate” che si usano
usualmente nel linguaggio comune, che io in genere metto già
nella sceneggiatura e che rendono più realistici i dialoghi
ma soprattutto, inconsciamente, aiutano gli attori a recitare
ancora meglio le parti più difficili. E’ stato
costruttivo perché poi nascevano molte discussioni interessanti
sul modo di interpretare determinate battute, facendomi riflettere
su quanto l’attore si possa considerare uno strumento
nelle mani del regista, da seguire alla lettera anche nella
più piccola richiesta di cadenza o pronuncia, e quanto
invece sia giusto in diverse occasioni lasciarlo libero di plasmare
il proprio personaggio. Chiaramente alla fine ognuno proponeva
la sua idea e si decideva per una soluzione che soddisfacesse
sia me che l’attore in questione, con lo scambio e l’intervento
anche da parte degli altri attori presenti alle prove in quelle
circostanze, che proponevano il loro parere e i loro consigli
al diretto interessato e a me.
Le tue scelte di regia sono state pianificate a priori oppure
è stato un working in progress?
In
alcuni casi, per motivi di tempo, sono stato costretto a precludermi
delle scelte e in molti altri a cambiare in corso le idee precedenti
e riscrivere il piano di regia poche ore prima di girare. Secondo
me, anche se molte cose devono essere già in testa, uno
dei metodi più stimolanti è quello di trovare
una location che trasmetta automaticamente, quasi da sola, delle
scelte stilistiche interessanti. L’ambiente spesso suggerisce
dove e come posizionare gli attori e in che modo dirigerli,
come si fa con un “trasferello”. Ma è chiaro
che se si sceglie una certa location è perché
c’è già un’idea di base che va di
pari passo con la psicologia dei personaggi e deve avere un
rapporto preciso con la loro condizione. Una delle immagini
cha amo di più del film è stata girata durante
la scena del parco. Io volevo assolutamente un bel viale per
poter fare un campo lungo, con grande profondità, che
trasmettesse un senso di solitudine e al tempo stesso incertezza
rispetto al futuro. Quando l’ho trovato mi sono accorto
che era perfetto, quello che volevo. Piccolo particolare: mancava
la panchina sulla quale dovevano sedere i due personaggi. Poco
grave, durante i primi sopralluoghi ne abbiamo posizionata una
e, visto che a quel punto potevo scegliere, ho deciso di metterla
davanti a un grande albero le cui foglie pendevano sulla stradina.
Ma non era un particolare a cui avevo pensato prima. A quel
punto l’inquadratura l’ha dettata l’ambiente
stesso. Messa la macchina sul cavalletto c’è voluto
poco a farla e guai a chi la toccava.
Cosa ci puoi raccontare a riguardo della produzione e realizzazione
del film?
Eh,
eh...qui ci sarebbe da scrivere un libro (e chissà che
prima o poi non lo faccia) indipendentemente dalla fortuna che
avrà questo film. Comunque bisogna partire da molto lontano:
dal 2003, e da un film di 80 minuti che ho girato a scopo formativo,
dal titolo “La Guerra degli Stomachi”, una commedia
che spero un giorno di rigirare con i mezzi adeguati. Ho pensato
che forse, facendo vedere quel film e quello che ero riuscito
a fare senza soldi, con solo una troupe di 4 persone e dodici
giovani attori, e facendo leggere la sceneggiatura di “Replay”,
sarei riuscito a trovare dei ragazzi che volessero partecipare
a un nuovo progetto, ma un pochino più ambizioso. Alla
base di tutto, l’incoscienza di un 23enne ma anche l’assoluta
convinzione che esistesse qualcuno disposto a partecipare come
volontario per semplice passione, divertimento e voglia di fare
una nuova esperienza (da poter inserire, tra l’altro,
nel proprio curriculum). Ma non è così semplice.
Bisognava convincere anche persone che avevano già una
discreta esperienza per i ruoli principali, che magari erano
tra le poche a percepire un piccolo compenso, ma che comunque
dovevano essere convinti della forza del progetto, altrimenti
non ne avrebbero preso parte. Inoltre era necessario vedersi
spesso, anche due o tre volte a settimana, con ogni ragazzo
della troupe e possibilmente farli incontrare in modo da scambiarsi
pareri e fare amicizia, riuscendo in questo modo a creare feeling,
per evitare che svanisse il loro interesse e abbandonassero
il progetto, che prevedeva comunque di lavorare cinque settimane
10 ore al giorno in piena estate. Se gli avessi detto “Ok,
ragazzi, ci vediamo tra due mesi sul set” credo si sarebbero
presentati in due...
E così invece...?
Così
da Gennaio a fine Marzo sono riuscito a trovare una quindicina
di persone e ho iniziato i primi provini agli attori, contattando
tutti principalmente attraverso Internet. Mi fa sempre piacere
ricordare come l’età media tra troupe e attori
toccasse i 26 anni. Gli assistenti alla regia e l’aiuto
regista, addirittura, andavano trai 20 e i 24. In seguito, a
fine Marzo, ho conosciuto Massimiliano Cammuso, titolare della
Fantaproduction, che è diventato mio socio dedicandosi
all’aspetto organizzativo. Per le locations sono state
individuate tutte le case e residenze di amici o parenti che
ritenevo più interessanti. Di certo potevo chiedere un
sacrificio simile solo a persone davvero vicine. Si tratta infatti
di avere una troupe cinematografica dentro casa con tutto quello
che comporta, per 10 ore minimo, e in genere per questo vengono
chiesti anche 3000 euro al giorno, quindi devo molto a tutti
loro, che mi hanno detto subito di si, senza mai farmi pesare
un favore così grande e non solo, rendendosi incredibilmente
disponibili... Questa penso sia una delle cose più belle
di un lavoro indipendente simile.
Yassmin Pucci, Leandro Guerrini
e Fabrizio Croci sono i protagonisti, davvero bravi quanto ancora
sconosciuti. Come vi siete incontrati?
Con
ognuno di loro c’è stato un diverso percorso. Con
Leandro Guerrini avevo già lavorato, essendo stato il
protagonista de “La Guerra degli Stomachi”. A fine
Dicembre 2004 era stato il primo a leggere la sceneggiatura,
gli era piaciuta tantissimo, e da quel momento con lui avevo
già iniziato a provare le scene.
Yassmin l’ho scelta perché mi ha emozionato nel
corso dei provini e Fabrizio l’ho cercato io personalmente
dopo aver visto una sua foto nella guida attori su Internet,
non soddisfatto dell’andamento dei provini per il suo
ruolo. Non è stato facile rintracciarlo e ci ho perso
qualche settimana perché i suoi contatti non c’erano
sul web, a meno che non si chiedesse alla sua agenzia, che però
avrebbe voluto sicuramente un compenso. Inoltre Fabrizio è
di Parma, quindi mi sembrava davvero difficile e ogni tanto
decidevo di rinunciare. Ogni volta che però riaprivo
il file con le foto degli attori selezionate sul web, mi ritornava
sotto gli occhi e decidevo di rimettermi a cercare, finché
non ho trovato il numero della sua compagnia teatrale a Parma.
Si trattava di un cellulare che trovavo sempre staccato, pur
tentando con una certa frequenza. Dunque, visto e considerato
che ero pieno di cose per la testa (immerso nell’organizzazione,
gli incontri con scenografo, assistenti, aiuto regia e tutti
gli altri, che avvenivano il pomeriggio; prove con gli attori
che partivano dopo cena e finivano sempre a notte inoltrata,
qualche volta devo dire anche tra vino rosso, salatini e tante
risate; i provini che organizzavo personalmente nei rari giorni
liberi o nei weekend, chiamando i ragazzi e spedendo loro le
prove su parte) passò un altro mesetto. Quando decisi
di fare l’ultimo tentativo finalmente trovai libero: parlai
con un ragazzo molto gentile cui spiegai bene il tutto e al
quale potei finalmente chiedere se era possibile contattare
Fabrizio, dicendogli che mi sarebbe piaciuto parlarci. Mi è
stato risposto “sono io”. Ricordo che dopo aver
letto la sceneggiatura, l’idea di venire a Roma per un
progetto simile gli piacque moltissimo.
Concludendo, visto che la domanda era riferita all’incontro
con i protagonisti, vorrei approfittarne per sottolineare che
chi avrà modo di vedere “Replay” scoprirà,
oltre loro, tanti altri attori giovani davvero bravi come Massimo
Triggiani, Clarissa Leone, Gianluca Morini, Valentina Biancospino,
Francesca Zavaglia e Ivan Olivieri. Un mio ringraziamento particolare
va inoltre ai più navigati Armando Puccio, Giuseppe Oppedisano
ed Emanuela Ungaro, che hanno partecipato con grande professionalità
e disponibilità e con i quali spero di poter lavorare
nuovamente.
“Replay” è stato girato quasi due anni
fa. Cosa ci puoi dire su un eventuale distribuzione nei cinema
o in Dvd?
Avevamo
idea di auto-distribuirci nei cinema, ma ci sono stati dei problemi
con una rinomata sala di Roma il cui direttore ci aveva dato
disponibilità per l’autunno. Parlando invece con
i gestori cinematografici abbiamo capito che, dovendo privilegiare
le grandi distribuzioni, potranno darci spazio solo a Marzo
2008. A questo punto, sinceramente, è difficile fidarsi:
da Giugno di quest’anno fino alla chiusura estiva siamo
andati a parlarci 4-5 volte, ci hanno fatto aspettare e tornare
alla riapertura e poi è saltato tutto. Il punto è
che ci hanno fatto perdere molto tempo, cosa preziosa soprattutto
per chi come noi ha finora solo delle speranze ed è un
piccolo investitore di se stesso. Ciò nonostante, da
qualche giorno si stanno aprendo nuove interessanti strade,
una di queste è che il film uscirà al cinema al
"Politecnico Fandango" (zona auditorium flaminio)
dal 23 novembre in poi, con biglietti da acquistare sia in sala
sia eventualmente on line (www.fantaproduction.com/replay.html)
Che genere di difficoltà hai incontrato nel realizzare
un film indipendente ed a low budget in Italia?
La
prima difficoltà è far coincidere nel piano di
lavoro le disponibilità degli attori, delle locations
e delle esigenze di scena. E poi si fanno provini a ruoli minori
e si ricercano le ultime locations mancanti anche durante gli
stessi giorni in cui si gira il film. Finito di girare, dopo
10-11 ore di lavoro si parte e magari si attraversa Roma per
incontrare un amico che possa mostrarci il suo studio da usare
in una scena. E a proposito di giri in macchina capitava, insieme
all’aiuto regia Erik Ravaglia, che in quel periodo ha
vissuto da me essendo lui residente a Pomezia, di riportare
a casa alle 4 di mattina i componenti della troupe non “auto-muniti”,
che in genere erano tre e abitavano rispettivamente a Tuscolano,
Casilino e Garbatella! Tra l’altro alcuni di loro lavoravano
e studiavano il resto della giornata mentre altri hanno proprio
perso degli esami...
Altre situazioni problematiche si possono verificare in diversi
campi comunque, dalla dimenticanza di un importante oggetto
di scena che bisogna andare a rimediare di corsa tra i negozietti
del quartiere in cui ci si trova, tipo caccia al tesoro, alla
ricerca delle comparse. Per esempio in una scena in cui dovevamo
girare l’uscita di Guerrini e Triggiani da un cinema con
tanto di persone che uscivano insieme a loro. Non avendo il
tempo materiale di metterci a cercare comparse nei giorni precedenti,
visto che c’erano cose più importanti da fare,
ho deciso che avrei chiesto alla troupe e chiunque volesse unirsi:
così, le comparse che escono dal “Maestoso”
(di cui ringrazio i dipendenti che ci hanno permesso la piccola
invasione) sono quasi tutti componenti della troupe.
C’è stato poi molto da imparare anche riguardo
alla post-produzione, dove per esempio la lavorazione dell’audio
ci ha portato via da Dicembre 2005 a Giugno 2006 perché
chi avevamo ingaggiato ci lavorava a tempo perso, “molto
perso”... Per quanto riguarda i problemi relativi alla
promozione te lo saprò dire tra poco spero, eh, eh...
Hai cercato il sostegno di grossi produttori?
Se
invece penso ai problemi che s’incontrano cercando sostegno
da produzioni maggiori, mi viene un po’ da ridere...cioè,
rido. Se io ho voluto fortemente fare una cosa del genere è
proprio perché ho avuto moltissime difficoltà
a trovare un aiuto da parte dei produttori italiani. Il “ti
faremo sapere” è un classico che non cambia negli
anni, anzi, nei secoli. E non cambierà. Io ho provinato
circa 70 ragazzi che non sono stati presi e ho avuto voglia
di richiamarli per dirgli come stavano le cose. Invece le produzioni,
che hanno diversi segretari e dipendenti, non si degnano neanche
di mandare una mail per spiegare i motivi di una risposta negativa.
Una volta sono andato ad una delle più famose produzioni
e distribuzioni indipendenti italiane, alla quale avevo chiesto
un colloquio tramite mail e avevo ricevuto una pronta risposta
molto gentile che mi invitava ad andare. Poi quando sono arrivato
nell’ufficio, la prima cosa che mi ha detto la persona
incaricata di valutare i miei progetti, facendomi osservare
uno scaffale pieno di schedari e con molta sufficienza, è
stata: “Io leggerò qualche tua idea, ma è
difficile.. Li vedi quelli? sono tutti i film che ci hanno proposto
di realizzare nei prossimi anni...” Avrei potuto
portargli anche “Ben Hur” ma sarebbe cambiato poco.
Da un’altra parte invece, e qui si tratta di uno dei più
ricchi produttori italiani, mi hanno respinto dicendomi che
non erano interessati ad opere prime, lavori di cui non si occupavano.
Pochissimi mesi dopo hanno distribuito nelle sale un’opera
prima (!), storpiandogli peraltro il titolo che originariamente
era molto bello, diversamente dal film, di cui ho solo visto
qualche spezzone ma che a detta di tutti non si poteva vedere.
Nessuno infatti lo ha visto nelle sale. E’ stato tolto
dopo pochi giorni. Se si nomina ancora oggi non ne conosce l‘esistenza
nessuno anche tra registi e addetti ai lavori, garantisco. Questo
per fare un esempio di chi guida i grandi produttori italiani.
Sei molto critico riguardo
ai produttori. Sia come addetto ai lavori che come normale spettatore,
come vedi l’attuale situazione cinematografica del nostro
paese?
Il
problema maggiore secondo me è che i grandi produttori
e distributori non hanno fiducia nella gente, negli spettatori.
Non rischiano mai nulla, vediamo sempre gli stessi attori che
fanno sempre gli stessi ruoli, perché credono che sia
l’unico modo per attrarre gente. Forse non si informano
abbastanza di cinema, non lo seguono, non lo amano veramente.
Non sanno che la gente segue i film commerciali perché
ci sono solo quelli.. ma quando si presenta l’occasione
il pubblico sa dimostrare di essere intelligente, vedi film
come ad esempio “Litte Miss Sunshine”. Dunque i
casi sono due: o certi produttori pensano di non essere in grado
di fare cose di qualità e non sapendole fare preferiscono
buttarsi su stupidaggini commerciali; oppure credono che il
pubblico italiano sia peggiore di quello del resto del mondo.
Se ci fosse un film commerciale per ogni 5 di qualità,
cambierebbero molte cose sia sul modo di pensare sia sulla cultura
degli spettatori. Ma ricordiamoci sempre che viviamo in un paese
dove un film splendido come “Candy” viene rititolato
“Paradiso + Inferno” o ancora il più leggero
“Super-bad”, comprensibilissimo per chiunque e già
di suo un titolo, viene ribattezzato “Suxbad – tre
menti sopra il pelo”, richiamando un famoso film italiano
che non c’entra assolutamente nulla e cui di certo gli
autori americani non pensavano proprio, visto che dubito sia
uscito negli USA. E questi esempi solo per restare su film recenti
altrimenti si aprirebbe un altro capitolo triste... credo che
un giorno scriverò un libro su tutti i titoli storpiati
dei film stranieri in Italia. E’ l’esempio peggiore
di quanto gliene freghi del discorso artistico ai distributori,
perché non ci dicono chi è che “di lavoro”
modifica i titoli? E’ il proprietario stesso? Penso che
in molti vorrebbero saperlo. Ditecelo! O deve rimanere sul vago
come quello che scrive le barzellette sul Cucciolone? Beh, tanto
credo che la differenza tra i due mestieri sia davvero minima.
Secondo la tua esperienza
è possibile fare in Italia del buon cinema, anche con
un budget ridotto?
Realizzare
film di qualità ed a low budget, ne sono convinto, è
possibilissimo. Le idee e l’impegno sono più efficaci
di qualsiasi superbudget. Ricordiamoci che ci sono film bellissimi
realizzati negli anni trenta che rivediamo ancora volentieri.
Con i mezzi di adesso è un’infamia dire che non
si può fare un buon film se non si spendono almeno 6
milioni di euro. Anche per quanto riguarda il cinema commerciale.
In Italia il cinema commerciale non ha la stessa qualità
di quello di altri paesi, e questo lo dicono in pochi. E’
vero che non c’è la stessa disponibilità
economica ma anche i film stranieri con lo stesso budget delle
produzioni italiane riescono comunque a unire qualità
e mercato. Qui invece il film commerciale rappresenta quasi
sempre mercato e basta.
Tu sei regista e sceneggiatore:
qual’è stato il tuo percorso artistico?
Il
mio percorso artistico è iniziato credo a tre anni, giocando
con i Lego e i Playmobil insieme a mia madre... Non voglio scherzare,
dico davvero. Questa è la mia concezione di percorso
artistico: credo che molto dipenda da quanto uno gioca nella
vita ed io ho sempre amato creare e fare giochi in cui è
necessaria l’inventiva. Ancora adesso gioco come allora
senza stancarmi, sono il classico tipo che propone sempre giochi
che non trovano mai l’appoggio di nessuno della comitiva
e che è l’unico che quando si va al mare si mette
a fare i castelli di sabbia sul bagnasciuga, generalmente da
solo come uno scemo o, in circostanze più fortunate,
insieme a piccoli e sconosciuti aiutanti di 6 o 7 anni.
Per parlare del percorso artistico canonico ho iniziato dalla
musica, scrivendo canzoni all’età di 12 anni circa.
Poi qualche anno dopo ho comprato una chitarra per accompagnarmi
e a 18 anni ho iniziato lo studio del canto da Arabella Vallone,
eccezionale cantante, nonché figlia del grande Raf Vallone.
Nel frattempo ho sempre scritto molto, fra testi, poesie, racconti
e soggetti cinematografici. Poi mi sono iscritto al D.A.M.S.
dell’Università di “Roma Tre” e due
anni dopo ho lavorato come assistente alla regia per il film
“Saimir” di Francesco Munzi, che ha ricevuto una
menzione speciale al Festival di Venezia. Poi ci sono stati
“la Guerra degli Stomachi” e “Replay”,
di cui, con il gruppo degli “Ashtray”, ho realizzato
anche le canzoni della colonna sonora.
Quali sono i tuoi progetti
per il futuro?
Ne
ho moltissimi. Il problema è che quello che si ha in
testa è sempre lontano da quello che riesce a percepire
chi ha il potere economico per aiutarti. Ad esempio ricordo
che avevo proposto il film a una produttrice di un certo livello
qualche tempo fa, e lei mi disse che era interessante si, ma
secondo lei bisognava mettere il colpo di scena all’inizio
e da li far partire tutto spiegando cos’era successo.
Tu che hai visto il film che ne pensi? Immagina di farlo con
“I soliti sospetti” o “The Others”...
Poi ci chiedono perché diciamo tutti che il cinema italiano
è in crisi. La verità è che se una volta
il cinema italiano era il migliore al mondo era per un motivo
lampante: chi metteva i soldi, pur non essendo regista autore
o attore, aveva anche un suo talento puro e sapeva usarlo per
riconoscere le idee vincenti.
Paolo
Pugliese
(Settembre
2007)