Pietro
Reggiani è un filmaker 40enne (veronese di nascita, ma
da tempo residente a Roma) che dopo il grande successo del suo
primo cortometraggio “Asino chi legge”, vincitore
nel 1998 del Nastro d’Argento per la migliore produzione,
si è cimentato con il suo primo lungometraggio: “L’Estate
di Mio Fratello”. Il film è ambientato a Verona,
negli anni Settanta. Il protagonista è Sergio, figlio
unico di 9 anni di una coppia in crisi, che tende a isolarsi
dai coetanei ed a fantasticare: inventa giochi, situazioni,
personaggi. Quando i suoi genitori gli comunicano che presto
avrà un fratellino, Sergio comincia a pensare con angoscia
alle cose cui dovrà rinunciare. Immagina allora di sbarazzarsi
del piccolo in arrivo... Il caso però vorrà che
la madre subisca un aborto spontaneo; le macchinazioni assassine
di Sergio si riveleranno a quel punto inutili, ma lasceranno
nel ragazzino un indelebile senso di colpa. Il bambino, allora,
immaginerà di recuperare un rapporto di amicizia e complicità
con questo fratellino mai nato la cui presenza immaginaria lo
accompagnerà nel corso degli anni.
Il
film presenta una storia fresca e spontanea, molto bella dal
punto descrittivo dell’infanzia e raccontata con molta
sensibilità dal regista che l’ha girata con un
tocco leggero sempre in bilico tra realtà ed immaginazione.
La storia, sviluppata in maniera naturale e poetica, è
stata infine supportata dall’interpretazione efficacissima
dei due giovani e bravi attori non professionisti.
Reggiani –che ha scritto e diretto il film– ha avuto
diverse difficoltà e dubbi su alcuni passaggi della sceneggiatura,
soprattutto a riguardo del finale. A questi ripensamenti, inoltre,
si aggiungevano problemi di ordine finanziario. “L’Estate
di Mio Fratello” è stato infatti un film che ha
avuto una gestazione lunga e difficile, con le riprese cominciate
nell’estate del ’98 e concluse quasi sette anni
più tardi. Le traversie e il lungo tempo trascorso hanno
contribuito però alla singolarità di questa pellicola,
che offre una straordinaria interpretazione del piccolo Davide
Veronese nei panni di Sergio bambino e poi di Sergio adolescente.
I due ruoli, infatti, sono interpretati dallo stesso attore,
nel frattempo cresciuto, che offrono un incredibile senso di
continuità narrativa. “L’Estate di Mio Fratello”,
costato 250mila euro, è stato totalmente autoprodotto,
in parte con i proventi ottenuti dal cortometraggio “Asino
chi legge” ed in parte con l’impiego di risorse
economiche del regista stesso che ha fondato la sua casa di
produzione Nuvola Film.
L’opera, ancora priva di distribuzione, ha un ricco carnet
di riconoscimenti, avendo vinto nel 2005 la V edizione del Festival
del Cinema Indipendente di Foggia con la motivazione della giuria
degli esperti, presieduta da Mario Monicelli, che “Il
film restituisce in modo poetico e originale il mondo immaginario
ed emotivo di un bambino nella cornice di un’epoca, i
primi anni Settanta, raccontata con grande realismo”.
Il film ha ottenuto anche riconoscimenti internazionali: menzione
speciale al Tribeca Film Festival di New York fondato dall'attore
Robert De Niro ed al Festival du Monde di Montreal. In Italia,
sempre lo scorso anno, ha vinto anche il premio Rosa Camuna
d'Oro al Bergamo Festival Meeting e, presentato infine a Roma
nell’ambito della rassegna “Bimbi belli” all’Arena
Nuovo Sacher di Nanni Moretti, ha ottenuto una calorosa accoglienza.
L’ESTATE
DI MIO FRATELLO è un film che racconta il mondo emotivo
ed immaginario di un bambino con una storia introspettiva in
bilico tra realtà ed immaginazione. Come sei riuscito
ad impostare la regia per visualizzare il punto di vista di
un bambino?
Io
avevo come idea molto chiara quella di non volere una distinzione
tra realtà e fantasia e quindi dovevano essere entrambe
“viste” e riprese nello stesso modo, senza una sostanziale
differenza visiva tra l’una e l’altra visto che
era appunto il mondo soggettivo del bambino. Avevo poi in mente
di girare la storia come grandi quadri, dividendola come se
fossero tante piccole istantanee di momenti che uno passa con
la famiglia, con la sua fantasia, con i suoi giochi. L’impostazione
è come quella del ricordo che si ha da bambini delle
cose che succedono, come se fossero appunto tante istantanee
lontane. Ho cercato poi di ricordarmi come potessero soffrire
i bambini e litigare tra di loro ed ho chiesto ai bambini protagonisti
del film di interpretare cose per loro molto vicine e naturali.
Perché ambientare un
film nei primissimi anni ’70?
Bè,
quelli erano gli anni in cui sono stato bambino io e quelli
della mia generazione. Forse la cosa principale è che
mi sembrava che una certa oppressione, un certo silenzio familiare
fossero fattori un pò più tipici di quelle generazioni
che non di queste ultime. Questa separazione nettissima tra
adulto e bambino mi sembrava più marcata in quegli anni
rispetto ad oggi dove c’è più comunicazione.
Se avessi ambientato il film nel presente, la famiglia del protagonista
sarebbe stata un pò strana con tutti quei silenzi, mentre
invece penso che per quell’epoca era plausibile che adulti
e bambini fossero due mondi non comunicanti tra loro.
Quale è stata l’evoluzione
della sceneggiatura dal punto di vista narrativo?
Nella
prima sceneggiatura, le vicende venivano ripercorse dal protagonista
una volta divenuto adulto: avevo scelto, quindi, un punto di
vista più maturo. Poi, però, ho preferito raccontare
la storia attraverso le emozioni del bambino, scegliendo il
suo punto di vista. Nei cinque anni successivi ho scritto moltissime
versioni della storia, fino a quando i due bambini – Davide
Veronese nei panni di Sergio e Tommaso Ferro nel ruolo del fratellino
immaginario – sono cresciuti, nella realtà e nella
fiction. A quel punto, i due mi hanno quasi suggerito il finale
più adatto.
Quanto ha influito nello sviluppo
del film la caratterizzazione dei due bambini protagonisti?
Tutti
i provini che ho fatto con i bambini erano inerenti il fatto
che chiedevo loro di mettere in scena le loro fantasie. Tutti
i dialoghi erano funzionali a questo aspetto; dove però
non funzionavano mi veniva indicato dagli stessi bambini e venivano
riadattati ad una loro colloquialità, ad una loro spontaneità.
Devo dire che fin da subito Tommaso (Ferro) è stato un
fratellino minore immaginario veramente giullaresco, un folletto.
Aveva già una certa esperienza perché che era
figlio di due attori ed aveva quindi fatto già delle
cose con loro in teatro. L’altro protagonista era Davide
(Veronese) per la cui scelta abbiamo riflettuto molto di più
ma che poi si è rivelato straordinario. Lui ha senz’altro
portato una sua carica personale al personaggio rispetto a come
lo avevo immaginato io; per me il protagonista doveva essere
un bambino più spaventato ed esitante, ma Davide ha portato
invece una sua tensione, una cupezza ed una forza che aveva
e che poi in effetti valeva la pena di assecondare assolutamente
anche per la sua estrema naturalezza. Quindi sicuramente i protagonisti
sono una fusione tra quello che è stato scritto in sceneggiatura
e da come poi sono stati interpretati dagli attori, che ci hanno
messo molto di loro nei personaggi che hanno interpretato.
Come è stato lavorare
con loro prima da bambini e poi, più di sei anni dopo,
rincontrarli da adolescenti?
E’
stato certamente molto particolare rivederli dopo tutti quegli
anni passati, anche se eravamo rimasti in contatto per via del
fatto che non avevamo finito il film. Io poi avevo anche dei
dubbi su come approcciare il resto del film con loro ed, una
volta contattati per terminare le riprese, era già passato
un altro annetto dall’ultima volta che li avevo sentiti
ma sono comunque stati entrambi felici di tornare a recitare.
Ero curioso di sapere, ad esempio, come era diventato Davide
da ragazzo per via di alcuni suoi lati caratteriali molto forti
e quando lo rincontrato ho scoperto che era riuscito a rielaborare
alcuni dei suoi lati più cupi sfoderando anche una certa
precisione nel definire certi aspetti del suo personaggio. Ricordandoli
da bambini li ho trovati cresciuti e molto aperti, molto inseriti
nel mondo e devo dire che Davide ricordava certe tracce del
personaggio di Sergio e riusciva a vederlo con una certa distanza
critica che da bambino non era certo in grado di visualizzare.
E’ stato quindi molto preciso l’ulteriore sviluppo
del suo personaggio con il passaggio dall’infanzia all’età
adolescenziale. Insieme, poi, abbiamo tentato anche vari esperimenti
come ad esempio creare delle voci narranti che poi non abbiamo
utilizzato.
Cosa hai voluto comunicare
al pubblico tramite il tuo film?
Sicuramente
quello che volevo raccontare era un’infanzia difficile,
con una interrelazione precisa del bambino con i genitori accentuata
da un certo isolamento dei genitori stessi tra di loro facendo
fatica a parlare, a raccontarsi. Insomma volevo mostrare un
quadro generale di infanzia con le sue spigolosità.
La produzione del film è stata abbastanza tortuosa:
ben sei anni per la realizzazione. Quali sono stati i fattori
e le difficoltà di questo cammino?
Davvero
tortuosissima. All’inizio la sceneggiatura prevedeva che
fosse l’adulto a raccontare la sua infanzia, però
una volta iniziato a girare il film, via via mi rendevo sempre
più conto che c’erano delle cose che non tornavano
in questo racconto, cioè ad esempio come era il rapporto
tra i due bambini, come era cominciato e quando sono arrivato
alla fine delle riprese purtroppo quello che li per lì
mi sembrava funzionasse tre mesi prima non mi sembrava funzionare
più. Di fatto tutto il materiale d’infanzia è
rimasto nel film però sicuramente aveva problemi di ritmo
non piccoli all’epoca e, soprattutto, non avevo capito
che si poteva avere un prologo che anticipava il racconto, quindi
ci sono tutte queste prime scene che adesso sono state messe
interamente prima dei titoli di testa del film e creano una
sorta di prologo; se si fossero viste senza l’idea di
prologo sarebbe stata una cosa più rozza e non avrebbero
avuto lo stesso effetto narrativo. Diciamo che abbiamo affrontato
grossissimi problemi di ritmo, trovare una cornice adatta era
pure una bella impresa ed io purtroppo mi sono intestardito
per cercare anche la soluzione adatta per diversi anni; poi
sono cresciuti i ragazzi ed ha avuto alla fine un senso che
ci sia anche il momento dell’adolescenza nel film. E’
stato un lunghissimo “working in progress” però
è stato duro, non si finiva mai, ogni volta che tornavo
a visionare le cassette e montare il materiale girato mi dicevo
“quanta roba, non finirò mai” e quando abbiamo
veramente chiuso il film, quasi non potevo crederci, è
stata una liberazione.
Nonostante sia stato premiato più
volte ed abbia ottenuto anche molte critiche positive, il tuo
film non ha ancora una distribuzione nazionale. E’ possibile
fare in Italia un cinema libero ed indipendente senza un produttore
o un distributore alle spalle?
Devo
dire che, in parte, il problema del cinema libero è risolvere
principalmente due problemi: uno trovare i soldi per girare
un film e l’altro trovare qualcuno che ci creda ed investa
per distribuirlo. Spesso si riesce a fare una cosa e non l’altra
quindi, sicuramente è basilare avere una distribuzione
alle spalle, ma ci sono sempre varie cose di cui tenere conto.
Ogni film ha un suo perché quando lo si va a distribuire.
Perché porta dei soldi in dote, perché ha finanziamenti
alle spalle, perché la produzione ha ricevuto fondi come
distributrice o perché magari il film ha quei motivi
di particolare attrazione per il pubblico. Nel nostro caso il
film come idea di mercato, anche di nicchia, evidentemente non
era abbastanza attraente per i distributori che non hanno ritenuto
giustificato un investimento, anche se pur minimo, nella sua
distribuzione.
Come lo stai promuovendo?
In
realtà abbiamo chiesto un fondo pubblico per la distribuzione
e, se lo otteniamo, potremmo finalmente riuscire a distribuire
il film. Ti dico anche che questo fondo, per noi, è l’ultima
spiaggia per una distribuzione “ufficiale” del film,
ma se non dovesse andare bene abbiamo contatti con il circuito
Fice e l’Agis Scuole e poi batteremo la via dei circoli
d’essai e dei Festival. Ci piacerebbe cercare anche altre
vie alternative come la distribuzione in Dvd, un pò come
ha fatto Alex Infanscelli per il suo “H2Odio”, ma
qui purtroppo paghiamo il fatto di non essere noi persone esperte
in distribuzione; non è certo semplice perché
Infascelli ha comunque contatti, una sua società di produzione
e soprattutto un nome di richiamo che, ad esempio, noi non abbiamo.
Da questo punto di vista noi facciamo fatica anche a far vedere
il film ai distributori un pò più di “nicchia”
o di film d’autore come, ad esempio la Fandango o la Cattleya.
Abbiamo contattato varie piccole società di produzione
ma non riusciamo ad avere un appuntamento per mostrare il film...
Tu hai presentato il tuo film
addirittura al Tribeca film Festival di NY. Ci racconti come
è successo?
Il
film era stato segnalato ai selezionatori del Tribeca da Luciano
Barigione che lo aveva portato all’Infinity Festival di
Alba in una sezione speciale chiamata “Working in Progress”
dove erano stati proiettati una ventina di minuti di presentazione.
Tra l’altro noi avevamo inviato il film a molte manifestazioni
nonostante ci fossero ancora dei buchi sulla versione definitiva
ma contavamo di chiuderlo soprattutto se ammettevano il film
in selezione. Poi al direttore del Festival Tribeca, Peter Scarlett,
il mio film è effettivamente piaciuto e lo ha selezionato.
E’ stata insomma una sorpresa anche per noi e poi una
volta lì abbiamo visto i film in concorso e non erano
male: insomma, il festival non aveva l’importanza o l’eco
di quelli di Cannes o Venezia però i lavori presentati
erano molto interessanti. E’ stata una bella esperienza
ed è stata anche una bella speranza, perché speravamo
sinceramente che questo potesse servire a qualcosa per la promozione
e la distribuzione del film, invece poi non è successo
ancora niente.
Vorremmo sapere adesso qualcosa di
te. Come hai cominciato a lavorare in questo campo?
Per
me è stato un sogno che avevo fin da adolescente, poi
ho cercato di fare delle cose in campo professionale che potessero
essere non troppo distanti, lavorando in un’agenzia pubblicitaria
e di copyrighter. In seguito, per lavoro, mi sono trasferito
a Roma ed ho incontrato il mio socio, dal percorso professionale
diverso dal mio ma anche lui appassionato di cinema, con il
quale abbiamo deciso di realizzare un cortometraggio. Abbiamo
prodotto così il nostro primo corto, “Scemo che
Legge”, che è andato benissimo sia essendo premiato
ai David di Donatello sia al punto di vista economico: ci sono
arrivati soldi dalla Rai, dal Comune di Roma per proiettarlo
nelle scuole e poi da Artè e Telepiù; noi assistevamo
increduli a questo exploit commerciale ma alla fine abbiamo
fatto un corto che ha praticamente incassato molti soldi (che
ci hanno poi permesso di realizzare l’obbiettivo del lungometraggio)
e poi un film che non ha incassato niente...
La frase " in questo
paese comandano i morti" è ripetuta più volte
nel film “Il Regista di Matrimoni”, dove Marco Bellocchio
si riferisce ad una situazione italiana generale dove non c'è
rinnovamento, ci sono sempre persone nuove ma le idee rimangono
vecchie, anche nell’ambito del cinema italiano. Cosa ne
pensi a riguardo?
Mah,
non lo so, certamente in questo campo ci sono delle individualità
che riescono ad emergere a dispetto di altre. La mia impressione
è comunque che gli autori di oggi -Moretti, Salvatores,
lo stesso Bellocchio- che sono venuti dopo i grandi maestri
del nostro cinema hanno sicuramente una sensibilità diversa
da loro per tutto quello che è successo dal punto di
vista sociale e sicuramente hanno cose diverse, e quindi nuove,
da raccontare. Poi, effettivamente, si riesce ad arrivare al
pubblico molto poco, sia perché ci si ferma prima ancora
di riuscire a produrre sia perché non si riesce ad essere
distribuiti.
Comunque, al di là del mercato stesso che ti orienta
su certi argomenti per un fattore puramente commerciale, io
penso che ogni generazione abbia da raccontare le proprie cose
e debba farlo senza pensare troppo al discorso economico perché,
oggettivamente, chi può dire di fare grandi incassi in
Italia fuori dagli schemi di un cinema (inteso come realizzazione
di film) costruito a tavolino per piacere e non per raccontare
effettivamente una storia o delle emozioni?
Paolo Pugliese
2005
Nota:
questa intervista è stata resa possibile grazie alla
gentile collaborazione dello staff del cinema “Falso_Movimento”
di Foggia che ha organizzato una serie di incontri con autori
del cinema indipendente. Ringraziamo per la disponibilità
il proprietario Mauro Palma ed il suo collaboratore
Rino.
Per
ulteriori informazioni: http://www.falsomovimentoilcinema.it/eventi.htm