Biografia
& analisi delle opere
Park nasce a Seoul il 23 agosto 1963 da una famiglia cattolica
e borghese e dichiara di ricordare il momento esatto in cui
al liceo vide “La Donna che visse due volte” di
Alfred Hitchcock. Dopo il liceo decide per l’Università
cattolica di Sogang, dove si iscrive a filosofia. Contemporaneamente
si dedica al cinema impegnandosi nelle attività del circolo
cinematografico universitario.
Inizia a scrivere di cinema pubblicando saggi e recensioni.
Dal 1988 lavora sul campo svolgendo i compiti più diversi
e diventa così primo aiuto regista di Kwak Jae-young.
E’ in questo periodo che vedono la luce i suoi primi lavori
“The Moon is… The Sun’s Dream”,
che racconta la storia di due fratellastri, uno fotografo e
l’altro gangster a Pusan, che si combattono a causa della
donna e dei soldi che il primo ha sottratto al secondo; segue
“Trio”, incentrato su due balordi
che mentre tentano una rapina si fanno coinvolgere da una donna
nella ricerca del figlio di lei.
Nel
1999 dirige e produce “Judgement”,
che viene selezionato al festival di Clermont-Ferrand. Malgrado
lo scarso successo di “Trio”, l’importante
casa di produzione Myung Films era rimasta colpita dal talento
del regista e nel 2000 propone a Park di curare l’adattamento
per il grande schermo del romanzo di Park Sang-yun “DMZ”.
Nasce così il giallo politico “JSA - Joint
Security Area”, straordinario successo in patria
e all’estero, diventato istantaneamente uno dei classici
della produzione contemporanea. La trama è una complessa
storia che si svolge a Panmunjom, un villaggio al confine tra
le due Coree; quando due soldati del nord vengono trovati uccisi,
i sospetti si accentrano su un soldato del sud, Lee Soo-Hyuk,
trovato ferito nella terra di nessuno. Le due Coree si accusano
l’un l’altra e invocano l’intervento di una
forza di pace composta da stati neutrali. Sophie E. Lang é
incaricata di seguire il caso, complicato dal suicidio del principale
testimone e quando porterà a termine le indagini scoprirà
una verità insospettabile. E’ in questo primo successo
internazionale che si incominciano a notare le capacità
di Park, il quale sfrutta a dovere l’ambientazione chiudendo
i personaggi in interni spesso angusti e illuminati in maniera
spettrale: non è affatto un caso che l’unico vero
esterno, non considerando tale quello comunque claustrofobico
della base militare dove si svolgono le indagini, sia proprio
il ponte tagliato dal 38° parallelo che impariamo a conoscere
già dalle primissime immagini, ai lati dei quali lavorano
le due guardie protagoniste. La tensione sprigionata dagli interni
diventa ben presto palpabile, mentre non si avverte nemmeno
per un secondo l’ombra di un qualche cliché nel
confronto tra i personaggi, si ha tempo per ammirare la bravura
degli attori, il pudore di Park nel trattare l’amicizia
e l’intelligenza con cui viene sfruttato narrativamente
l’emergere del passato del maggiore. Se il film è
diretto con grande conoscenza dei generi, quello che è
davvero sorprendente è che un quasi esordiente sia riuscito
a fare un ritratto tanto lucido delle ragioni di entrambi i
paesi, riuscendo al contempo ad essere estremamente critico
verso il proprio; i nordcoreani vestono una divisa, ma nonostante
la propaganda di regime si pongono domande a cui vorrebbero
fosse data una risposta, i sudcoreani invece hanno la testa
imbottita di precetti militari a cui sembrano dare sin troppo
ascolto. E quel finale lirico, ma limpidamente polemico, in
cui si rievoca l’incidente diplomatico, con entrambe le
parti intente a spararsi, è lancinante anche per chi
non condivide il retroterra culturale coreano.
Park
diventa improvvisamente un cineasta acclamato e nel 2002, sfruttando
la sua fama, riesce a trovare i finanziamenti per un progetto
a cui stava lavorando da cinque anni: “Sympathy
for Mr. Vengeance”. Definito dallo stesso regista
un omaggio a “La vendetta è mia” (1979) di
Imamura Shohei, il film divide profondamente il pubblico coreano
ma diviene un cult presentato in numerosi festival internazionali.
Un anno dopo realizza l’acclamato “Old Boy”,
un film che costituisce un secondo capitolo non dichiarato della
sua saga della Vendetta ed ottiene ottimi incassi al botteghino
nazionale e nel 2004 vince il Gran Premio della giuria al Festival
di Cannes.
Nel 2005 con "Sympathy for lady Vengeance",
invitato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, conclude
in maniera brillante la sua trilogia della vendetta. Sul piano
stilistico quest’opera rimane assolutamente perfetta,
anche alla luce dello splendore del successivo film che brilla
per follia creativa e per tenerezza, elementi questi ancora
assenti in “Lady Vengeance” mentre la regia acquisisce
mano a mano complessità e il tratto diviene più
sicuro ed originale.
Ed, infatti, il suo film seguente è “I’m
a Cyborg, but that’s ok”, una poetica storia
di amore & follia ambientata in un manicomio che rappresenta
un elogio alla libera espressione creativa; una commedia girata
con molta cura e raffinatezza.
Trilogia
della Vendetta
Come già anticipato, Chan Wook-Park è un regista
coreano della generazione dei film-action con una caratteristica
assai peculiare: il suo cinema è influenzato in maniera
predominante dal tema della vendetta. Non tutto, ovviamente,
ma quello per cui lo ricordiamo è un cinema che ruota
attorno al concetto di vendetta del più debole nei confronti
dello strapotere dei forti. Il suo primo grosso successo internazionale
è stato “Symphaty for mr. Vengeance”,
uscito da noi con titolo di “Mr.Vendetta”, un film
che ha una trama semplice ma, a pensarci, agghiacciante.
Ryu è un sordomuto che ha una sorella che necessita di
un operazione costosa. La sua unica risorsa è vendere
un rene e metterci pure i soldi che ha da parte per far si che
la sorella abbia l’operazione in tempi brevi. Si affiderà
ad una banda di gente disonesta ed, ovviamente, si sveglierà
senza rene né soldi. Nel frattempo l’ospedale lo
contatta per l’operazione di sua sorella, ma i soldi che
gli occorrono sono andati col suo rene. Lungi dall’arrendersi
Ryu insieme con la fidanzata decide di rapire la figlia di un
facoltoso imprenditore.
E da questo punto in poi, il film si evolve da action a qualcosa
di inusitato: tutto quello che succede sembra davvero troppo,
con il regista che porta il pubblico sull’ottovolante
delle sue fantasie con spensierata ingenuità, motivo
per cui ogni pugno nello stomaco che prenderemo ce lo saremo
cercato. Sebbene immaturo rispetto ai successivi, questo lavoro
spicca per dinamismo e per originalità. Chan-Wook Park
ha comunque una capacità tecnica assolutamente superiore
e la sua regia, anche agli albori della sua carriera (vedi “JSA”
o “If You Were Me”), è assai raffinata.
“Mr. Vengeance” ha dalla sua una grossa spontaneità
che nelle successive opere verrà stemperata a favore
di una regia più pulita e, quindi, in alcuni casi superlativa.
I suoi attori hanno una maschera espressiva e nel contempo anonima,
che li rende pericolosissimi. Nessuno ha paura del proprio tranquillo
vicino ma, nel mondo di Chan Wook-Park, questa è una
leggerezza che può costare cara.
Concetto, questo, che viene portato all’estremo nel successivo
–ed acclamato- “Old Boy”.
Tratto
originariamente dall’omonimo fumetto coreano scritto da
Garon Tsuchiya e disegnato da Nobuaki Minegishi, “Old
Boy” racconta di Oh Dae-Su, un uomo qualunque
con una vita molto anonima, il quale una sera che si è
pesantemente ubriacato viene rapito e rinchiuso per 15 anni,
senza avere la più pallida idea del perché e di
chi abbia deciso una simile operazione ai suoi danni. La moglie
intanto viene uccisa e lui ricercato per il crimine che non
ha mai commesso. A questo punto la vendetta sembra essere l’unica
ragione di vita e fine ultimo per il protagonista.
Infatti, appena viene liberato e sfidato dal suo misterioso
carceriere a scoprirne il motivo, con una rabbia accumulata
in tanti anni, si scatena in una caccia serrata con una tale
sarabanda di azioni da travalicare dolore ed incolumità
fisica.
Famosissima, in questo senso, la scena del corridoio e del martello:
lunghissimo piano-sequenza con l’eroe che combatte da
solo contro una ventina di avversari; una scena da annali del
cinema action, con un sottotesto ironico che affiora solo alla
fine e ridefinisce il tutto a favore di una celebrazione dell’ironia
come superamento della violenza inspiegabile ed immotivata che
la società ci costringe a subire.
Molte anche le polemiche intorno alla famosa scena del polipo
(ingurgitato vivo), che ha sguinzagliato gli animalisti di tutto
il mondo in una ridicola caccia alle streghe ai danni del regista.
“Old Boy” è un’opera assai più
matura, rispetto a “Mr. Vengeance” e il racconto
serrato ci fa dimenticare alcune piccole ingenuità nel
plot, che comunque resta un gioiello in fatto di contorsioni
mentali e il finale rimane quanto di più incredibile,
inaspettato ed assolutamente asiatico si possa concepire.
“Sympathy
for lady Vengeance” rappresenta, per ammissione
del regista, il coronamento della sua trilogia della vendetta.
Geum-Ja viene accusata del rapimento e dell’omicidio di
un bambino. Quello che nessuno sa è che lei ha accettato
di andare in prigione al posto del vero assassino per salvare
la sua stessa figlioletta. Tutta la seconda parte del film è
incentrata sulla vendetta della protagonista. Vendetta che vede
coinvolti tutti i genitori dei bambini assassinati dal vero
killer. La costruzione dell’esercito dei genitori vendicatori,
con tanto di video che mostrano i bambini a poca distanza dalla
morte, lascia un amaro in bocca assai difficile da dimenticare.
E la scena finale, che molto deve ad Assassinio sull’Orient
Express, è incredibilmente agghiacciante e talmente eccessiva
da richiedere un fuoricampo e da far sorgere il dubbio di un
intento più ironico di quel che appare ad una prima visione.
Direi che con questo ultimo lavoro, leggermente più patinato
e meno rozzo dei precedenti due, si sia giunti ad una maturità
sul piano espressivo a cui nulla è più possibile
aggiungere.
I’m
a Cyborg, But That’s OK
La quasi totalità dell’opera del regista coreano
Park Chan-wook è permeata di un sottotesto ironico che
diviene palese in alcune opere, mentre in altre resta sottinteso,
a volte velato e in alcuni casi solo sussurrato. Il trionfo
di questa ironia è rappresentato dal poetico “I’m
a Cyborg, but that’s ok”, la sua più
recente opera che, tralasciando per il momento la tematica della
vendetta centralissima nella prima parte della sua produzione,
gli consente di esprimere al meglio il suo talento capace di
esplosioni pirotecniche e nel contempo di profonde immersioni
nell’animo umano. La parte maniacale del film richiama
gli eccessi delle sue opere precedenti, come la famosa scena
del polipo o quella ancora più emblematica del corridoio
e del martello, entrambe presenti in “Old Boy”,
mentre solo successivamente l’autore trova spazio per
la rappresentazione della follia tout court, che diviene poesia
nel momento in cui si abbandona il giudizio e se ne esplora
il contenuto. Anche in “Sympathy for Lady Vengeance”
avevamo avuto un assaggio della capacità di Park di contenere
l’orrore all’interno del sottotesto ironico e della
sua predilezione per la rappresentazione dell’eccesso
come strumento di denuncia.
La
protagonista Cha Young-goon lavora in una fabbrica e un giorno,
mentre segue le indicazioni di un nastro registrato sulle procedure
della catena di montaggio, si conficca i cavi elettrici nel
polso, convinta in questo modo di ricaricarsi. Nulla di strano
dal momento che lei è un cyborg, notizia appresa di prima
mano dalla sua stessa nonna, che mentre l’ambulanza dell’ospedale
psichiatrico la portava via, le ha lanciato un messaggio nel
quale le rivelava lo scopo della sua vita. In ospedale incontra
un sacco di personaggi assai particolari, tra cui Park ll-sun,
un giovane elettrotecnico affetto da una strana forma di sociopatia
e la cui madre è fuggita portandosi dietro tutti gli
spazzolini elettrici di casa…
Si rimane intrigati a vedere questo delizioso film fin dal primo
fotogramma e l’incanto continua tra alti e bassi fino
alla fine delle quasi due ore di durata. Il manicomio è
un posto assai lontano da qualsiasi idea si potesse avere su
un posto del genere, e popolato tra l’altro da pazienti
niente affatto narcotizzati e in libera espressione creativa,
il sogno di Freud, insomma. Young-goon è una dolce fanciulla
che nel preservare il ricordo della nonna, convinta di essere
un topo, fa un po’ di confusione e si convince di essere
un cyborg. Fatto questo che pone subito il problema del cibo
“che succede se mangio?” si dice la spaesata neo-cyborg,
una volta convintasi che per ricaricarsi le occorrono le pile
e non il riso, la faccenda assume connotati surreali.
Nel
frattempo tutto il manicomio reagisce, come spesso succede ai
sistemi osmotici, alla nuova arrivata che viene adottata da
una grassona che le mangia tutto il cibo, per evitarle il fastidio
della nutrizione forzata. ll-sun giovane assai creativo, con
problemi relazionali-materni, si affeziona a lei e dapprima
le ruba la compassione, su sua esplicita richiesta e poi le
salva la vita, costruendole un riso-convertitore; questa scena
è assai commovente, con tanto di contorno di abitanti
dell’ospedale che provano a mangiare insieme a lei, applaudendo
al riuscito esperimento del giovane. Gli attori sono molto nella
parte, praticamente tutti, con una menzione speciale per i due
protagonisti che brillano di ingenuità e follia creativa.
La regia è pulitissima e molto accurata, a dimostrazione
che l’esperimento di raffinatezza di “Lady Vendetta”
non è stato un caso. Consigliatissimo a tutti quelli
che hanno desiderio di esplorare la mente umana senza pregiudizi
sulla follia.
Progetti Collaterali
Nel 2003 Chan-Wook Park dirige l’episodio “NEPAL
(Never Ending Peace and Love)” del progetto collettivo
sui diritti umani “If You Were Me”, in cui il tema
della denuncia viene mostrato più chiaramente e la storia
di Park spicca per la capacità espressiva delle sole
immagini, cosa peraltro privilegiata dal regista.
Successivamente, nel 2004, prende parte al progetto corale “Three...
Extremes” in collaborazione con Fruit Chan e Miike Takashi,
realizzando l’episodio “Cut”, che rientra
ampiamente nella saga della vendetta. La trama dell’episodio
vede Ryu Ji-Ho un affermato regista con una bella moglie pianista
rincasa una sera e realizza di non essere solo. Un individuo
si è introdotto in casa sua ed ha legato sua moglie al
pianoforte con delle corde che le tranceranno di netto le dita
se lui non deciderà di uccidere una bambina inerme seduta
là nel suo soggiorno. Riflettendo freneticamente sulle
sue possibilità Ryu realizza di aver già visto
il suo sequestratore, si tratta di un attore con cui aveva lavorato
e la cosa avrà conseguenze piuttosto bizzarre per tutti.
Siamo di fronte a un lavoro molto accurato, incentrato sull’odio
per la posizione sociale e sulla paranoia che questo può
generare. Lo stile di regia è pulito, la fotografia richiama
il barocco con piccoli guizzi di cattiveria, le gocce di sangue
sul bianco dei tasti o l’orrore sul viso della donna e
tutto sembra cominciare seriamente a funzionare come in un meccanismo
ben congegnato. Interrogato circa questa sua predilezione per
la vendetta il regista ci illustra la sua personale concezione
secondo la quale “vivere senza odiare è quasi impossibile,
non c’è niente di male nel fantasticare circa la
vendetta, tutti abbiamo questi sentimenti, l’importante
è non agire” inoltre aggiunge “nei miei film
si parla di paura e dolore, la paura prima dell’azione
violenta, il dolore dopo e questo si applica sia alla vittima
che al carnefice”.
Filmografia
2006 - I’m a Cyborg, But That’s OK (Ssaibogeu-jiman
goenchanha)
2005 - Sympathy for Lady Vengeance (Chinjeol-han Geum-ja-ssi)
2004 - Three... Extremes
2003 - Old Boy
2003 - If You Were Me (Yeoseotgaeui Siseon)
2002 - Sympathy for Mr. Vengeance (Boksuneun naui geot)
2000 - Joint Security Area (Gongdong-gyungbi-guyeok JSA)
1999 - Judgement
1997 - Trio (aka The Threesome)
1992 - The Moon is … the Sun’s Dream
Anna Maria Pelella
2008