OBIETTIVO: BURMA!

Guerra e realismo made in Hollywood

 

 

Seconda guerra mondiale: Birmania, un plotone di paracadutisti americani -comandati dal capitano Nelson (Errol Flynn)- viene inviato a distruggere una stazione radar giapponese mimetizzata nella giungla ma, compiuta la facile missione, non possono essere recuperati dall’aviazione per via di un imponente plotone giapponese che sta loro alle costole.
Inseguiti e braccati, feriti e decimati, iniziano una fuga disperata attraverso la giungla birmana in cui si incroceranno dubbi e speranze, illusioni e delusioni.

“Obiettivo Burma” è uno dei migliori film del regista Raoul Walsh e tra i capolavori del genere bellico, summa degli argomenti del regista già analizzati in altre pellicole come “L’avventura impossibile” (sempre con Flynn): la guerra come tragedia e ricerca della sopravvivenza, visualizzata attraverso i comportamenti di soldati che non nascondono la loro umanità e quindi le loro debolezze, le loro paure.
Paure che affiorano lentamente grazie a una tensione narrativa perfettamente dosata nel corso della pellicola, attraverso piccoli ma tesi episodi che raffigurano il quadro di una tragica gara contro tutto e tutti, in cui sono i volti dei personaggi a dichiarare allo spettatore quali siano le emozioni che in quell’istante muovono i protagonisti: volti come quello dello sconcerto nell’apprendere che non saranno recuperati, della confusione nello scappare dai giapponesi che li inseguono senza sosta e infine del dolore che muove la figura di un soldato, quando uno degli aerei mandati per capire se siano ancora in vita passa sopra di loro senza notarli nonostante i segnali con lo specchietto fatti dal capitano (interpretato da Errol Flynn) in quella che appare come la morte della speranza e delle poche possibilità di sopravvivenza.

In questo frangente, in cui la giungla (fotografata in maniera magistrale da James Hong Howe) diviene un altro dei protagonisti di questo dramma bellico, immobile testimone nell’osservare la corsa contro la morte del capitano Nelson e dei suoi uomini, ci sono anche spazi in cui la tragedia viene momentaneamente accantonata ed in cui i vari personaggi si confessano mostrandosi in tutta la loro interezza, in cui ognuno di loro -grazie alla sapienza degli sceneggiatori (Walsh Bessie, Ranald McDougall e Lester Cole) nel bilanciare i ruoli- dimostra la coralità di questa pellicola: una coralità che ne fa la sua forza primaria.
Merito di questo soprattutto di un cast semplicemente perfetto a partire dallo stoico capitano Nelson, un Errol Flynn semplicemente grandioso in una delle sue migliori interpretazioni, il quale delinea un ufficiale che deve mantenere la propria razionalità e allo stesso tempo riuscire a salvare i suoi uomini mentre intorno a lui si svolgono e si concludono, a volte tragicamente, piccole storie di giovani soldati desiderosi solo di tornare a casa.

Raccoglitore di queste storie di vita ed altra figura centrale del film -usata da Walsh più per fini propagandistici (il film fu girato nel 1945, quando ancora il conflitto non era giunto a una conclusione)- è quella dell’anziano corrispondente di guerra interpretato da Henry Hull, testimone anch’esso della crudeltà umana quando assieme al capitano Nelson trova i corpi mutilati dai giapponesi di alcuni dei paracadutisti che si erano divisi dal gruppo nel tentativo di confondere gli inseguitori.
In questa sequenza -in cui i corpi dilaniati non vengono mostrati- il regista preferisce trasmettere l’orrore della scoperta tramite gli sguardi shockati dei commilitoni, soprattutto di un attonito Errol Flynn, il quale rinviene il corpo ancora in vita di un suo compagno e amico -il tenente Jacobs (William Prince)- che con voce straziata lo supplica di ucciderlo dopo essere stato ferocemente torturato dai giapponesi.

E’ in queste scene che la pellicola tocca il suo apice di drammaticità, una drammaticità cruda che ne fa ancora oggi uno dei capisaldi del genere bellico e che, nell’ultima frase del protagonista (“Ecco quel che è costato”) a un superiore mentre gli mostra le piastrine e al suo doloroso primo piano in cui questi si guarda indietro (come per ricordare ancora una volta la tragica avventura appena conclusasi e coloro che non ce l’hanno fatta), racchiude tutta la forza emozionale di una pellicola tesa e vibrante sino alla fine.

Carlo Coratelli 2004