Abbiamo
personalmente incontrato il regista Luciano Melchionna nell’ambito
della presentazione itinerante del suo primo film “Gas”,
girato l’anno scorso e, nonostante le ottime recensioni
avute, passato con poca attenzione nelle nostre sale, anche
a causa del divieto di visione ai minori di 18 anni. Melchionna,
simpatico e disponibile, sta portando il suo film nei festival
e nei cinema d’essai tanto in Italia quanto all’estero,
ottenendo riconoscimenti e soddisfazioni che purtroppo non ha
avuto durante il lancio della sua opera prima. “Gas”
ha inoltre segnato tra l’altro il ritorno sul grande schermo
di Loretta Goggi, candidata ai Nastri d’argento come miglior
attrice non protagonista, mentre nel film c’è anche
la partecipazione straordinaria di Paolo Villaggio, nei panni
di un inserviente dell’obitorio.
Con
nostra sorpresa, abbiamo assistito ad un film poco conosciuto
ma bello ed originale, tratto da una piece teatrale scritta
e diretta dallo stesso regista ed inerente il tema del vuoto
familiare e dei valori di una generazione di giovani metropolitani
allo sbando. Un film che, attraverso la violenza, parla soprattutto
della mancanza di amore, tanto nel rapportarsi agli altri quanto
nei confronti della famiglia: un desiderio di amore che purtroppo
viene soffocato da un contesto di grande disagio sociale e morale.
“Gas” è un film duro, personale, dall’impostazione
essenziale, che si presta a molte letture e che, con un pò
di incertezza nell’ introduzione (forse scontando la sua
origine teatrale), via via acquista sicurezza e solidità
in una storia narrata attraverso flashback inerenti i sei protagonisti
del film; piccoli episodi a ritroso che vanno a comporre un
mosaico narrativo fino ad arrivare a un finale sorprendente
che non fa sconti allo spettatore il quale, anestetizzato da
tanti facili happy ends, rimane spiazzato aspettandosi forse
una risoluzione positiva che, inaspettatamente, viene a mancare
anche se poi il film si chiude con un messaggio di speranza
attraverso una sequenza finale simbolica ed aggraziata che,
naturalmente, non riveliamo. Vedendo “Gas” e parlando
con il regista, continuiamo a prendere atto che il cosiddetto
cinema “sommerso” italiano è un mondo concreto
ed attivo che propone temi ed idee originali ma che continua
ad essere sottovalutato dai produttori (per i soliti timori
di incorrere in censure o di non avere riscontro economico),
ma non dal pubblico, spesso non messo nella condizione di conoscere
ed apprezzare certe opere. Non è vero che il cinema italiano
è morto, come dicono da anni ormai i soliti critici che
poi vanno a vedere con una smorfia schifata film tipo “Vacanze
di Natale”, semmai è moribondo quello “ufficiale”
e “mainstream” che ripropone ciclicamente le solite
idee e tematiche. Il cinema indipendente italiano è vivo
e vegeto, personale, produttivo e competitivo, come stanno accorgendosi
sempre più persone (soprattutto all’estero) e nonostante
la cecità di distributori ed organi di censura nostrani.
La
classica domanda per i lettori che non hanno visto il tuo film:
perché un titolo così minimalista e ruvido come,
appunto, Gas?
Eh,
béh, ti sei risposto da solo praticamente: perché
è un titolo minimalista e ruvido come il film. Ma Gas
è anche una parola che ritorna continuamente nel film,
un pò per trarre in inganno lo spettatore un pò
per suggerirgli delle riflessioni. Gas è l’aria
stessa che respirano i protagonisti del mio film.
Cosa racconta Gas?
Il
film racconta la storia di sei persone giovani e, per giovani,
intendo di età indefinita nel senso che sono più
o meno dei trentenni ma sono probabilmente non cresciuti ad
altri livelli, cioè facendo una differenza tra età
e maturità intesa, in qualche modo, come evoluzione aderente
a quello che è il vissuto di ognuno di noi. Esiste poi
una parte oscura in ciascun individuo, che potrebbe prendere
il sopravvento in un contesto di vuoto affettivo ed emotivo.
Il mio film parla di questo e di violenza ed infatti GAS è
un film censurato, vietato in Italia ai minori di 18 anni; una
cosa abbastanza ingiusta e potrei trattenervi qui per ore a
raccontarvi come è andata.
Ha nuociuto molto la censura alla
distribuzione del film?
Abbastanza.
Devo dire di si così come devo dire che è una
sciocchezza quando ti dicono “no, vedrai, la censura invece
ti farà pubblicità” mentre in realtà
non è vero. Non è giusto anche perché il
film è assolutamente per tutti ma è dedicato soprattutto
ai minorenni perché guardandolo possano riconoscere l’inutilità
di simili comportamenti estremi, rafforzando il senso di appartenenza
ad altri modelli: loro sono in tempo per dire no, io mi dissocio
da tutto questo. GAS è un film che parla di violenza
ma non è un film violento tanto da meritare la censura.
In questa pellicola la violenza è più suggerita
che mostrata, confinata spesso nel fuoricampo, ma perciò
stesso più reale, fuori dalla finzione tranquillizzante
del genere splatter. Essere censurati non limita solo la fruibilità
da parte del pubblico ma taglia letteralmente le gambe ad un
film perché ne restringe la distribuzione, non permette
l’acquisto e la trasmissione in televisione, aggiunge
problemi nella versione per l’home video. Ancora oggi
non so quando e come, con tagli o meno, uscirà GAS in
Dvd.
Pensi
di aver scontato il fatto di essere stato un autore esordiente
senza una grossa società di produzione?
Sicuramente.
Senza una grossa produzione alle spalle il proprio lavoro è
meno tutelato. GAS ha rischiato che non venisse permessa neanche
la sua distribuzione nelle sale.
Di che tipo di violenza si parla nel
film?
Una
violenza che nasce da diversi fattori: emarginazione, vuoto
esistenziale, un pò tutto; ma diciamo che sotto la lente
d’ingrandimento ho messo il nucleo familiare anche perché,
avendo un’ora e quaranta di tempo, ho scelto di raccontare
il nucleo principale ovvero la famiglia. E lì la violenza
viene alimentata dal silenzio, dalla solitudine, dalla non comunicazione,
dalla mancanza di affetto.
C’è un messaggio che hai voluto comunicare al pubblico
tramite il tuo film?
Io
non intendo lanciare messaggi perché non credo che il
cinema che faccio debba farlo né mi sento di essere in
grado; sicuramente mi autoanalizzo e mi metto in discussione
cercando di mettere in discussione, di analizzare e di far riflettere.
GAS è un film che a prima vista parla di violenza ma
fondamentalmente parla anche di mancanza d’amore. In realtà,
per meglio dire, è un atto d’accusa nei confronti
della violenza: è un inno alla vita e all’amore,
nella sua espressione più libera, che si coglie in alcuni
gesti del protagonista, ma anche degli altri personaggi.
Il film è basato su una piece teatrale da te scritta.
Come è avvenuto il tuo passaggio dal teatro al cinema?
Bè,
intanto mi hanno sempre detto che il mio teatro era cinematografico,
questo perché ho sempre cercato in qualche modo di fare
una commistione di linguaggio, cioè arrivare a raccontare
il dettaglio anche nel teatro e non fare soltanto un teatro
statico o un teatro “del passame l’olio”,
come si suol dire, cioè semplicemente fatto di chiacchiere
e scambi impostati di battute. Mi piace avere una cura specifica
del dettaglio, del particolare, curando anche altri aspetti
come, ad esempio, creare le scenografie che ho sempre disegnato
da solo; scenografie che possano ruotare e possano portare l’azione
e l’attore vicinissimi al pubblico così come poi
allontanarli. Quindi, il passaggio sul grande schermo è
stato abbastanza semplice dal punto di vista della mia visionarietà.
Far diventare poi film una piece teatrale è stato un
lavoro complesso ma profondamente affascinante ed un grandissimo
respiro di sollievo, così come una boccata d’aria
per la piece quella di andare al cinema e quindi di uscire dal
bunker sotterraneo che costituiva la precedente ambientazione
teatrale, poiché nel film si arricchisce anche di altri
ambienti esterni ed interni. In teatro, la storia si svolgeva
solo nel sotterraneo ed aveva anche una chiave di lettura grottesca,
quasi un musical con tanto di canzoni. Insomma, tutt’altra
roba, tutta un’altra cosa.
Cosa hai dovuto cambiare nell’adattare
un testo teatrale per un lungometraggio cinematografico ed in
che modo e con quali scelte di regia hai impostato la narrazione
del film?
Ho cambiato praticamente tutto, cioè rimane soltanto
il plot centrale, abbandonando l’impostazione grottesca
in favore di una realistica e cruda; solo la sinossi è
rimasta invariata, per il resto ho cambiato completamente le
cose perché c’era l’opportunità con
il cinema di raccontare la storia in maniera diversa, con mezzi
ed altri metodi e così ho cominciato ad usare la cinepresa
come l’anima del protagonista ed anche come l’istanza
narrante che ero io; quindi, già solo giocare solo su
questi due piani ci racconta da un lato un’anima in movimento
quasi frenetico, una necessità di arrivare da qualche
parte e dall’altro qualcosa di statico, immobile e lineare
che, per certi versi, racconta invece le cose come stanno, una
sorta di quadri della realtà; così anche il gioco
narrato nel film è diventato un gioco tra reale e surreale,
sempre al limite; in teatro era solo surreale tutto questo.
GAS presenta un complesso
intreccio di storie e personaggi diversi attraverso l’uso
dei flashback che alla fine sfociano in un unico nodo narrativo.
E’ stato un lavoro difficile scrivere una sceneggiatura
così volutamente frammentata?
Il
film è un enorme puzzle che si ricostruisce insieme in
maniera da sciogliere solo alla fine l’enigma che lega
i protagonisti tra loro, per cui è stato scritto così,
cioè non è stato scritto in modo lineare e poi
spezzettato dal montaggio. E’ stato concepito proprio
in questo modo; non dico che sia stato molto difficile ma sicuramente
è stato un lavoro molto complesso anche se per me è
stato divertente. Infatti, la verità è che mi
sono profondamente divertito a passare un’estate intera
a creare i ganci di tutte le storie e di tutti i personaggi,
non particolarmente difficile ma di certo complesso ed interessante.
A che cosa ti sei ispirato per scrivere
la storia di GAS e quanto di biografico c’è di
te in essa?
No,
non c’è niente di biografico se non qualcosa qua
e la perché il film è stato girato ed è
ambientato nella mia città di nascita che è Latina,
per cui in esso, della mia esperienza di vita, ci ho messo solo
qualche battuta come, ad esempio, quella di uno dei protagonisti
che dice “sono cresciuto qui ed ho sofferto molto”.
E’ una storia che mi è venuta in mente all’improvviso
[prendendo spunto dai comportamenti violenti di un gruppo di
ragazzi che il regista vide una sera al Pub] e che ho voluto
esasperare fino alla catarsi. Devo dire che, per il cinema,
la storia l’ho scritta insieme ad Alexandra LaCapria che
non solo è una delle attrici del film, tra l’altro
bravissima, ma è anche una mia straordinaria compagna
di lavoro e grande amica nella vita, sposata con Francesco Venditti
che, a sua volta, è uno dei protagonisti di GAS.
Nel film sono presenti numerose citazioni
cinematografiche, da Arancia Meccanica a L’Odio. Come
sono nate?
Posso
dirti sinceramente che la citazione de “L’Odio”,
per esempio, non è voluta ma mi fa molto piacere perché
è un film che amo molto mentre “Arancia Meccanica”
è assolutamente voluto e non è citata da me ma
è citata dai miei stessi personaggi, perché sono
giovani che agiscono con violenza e quindi indubbiamente conoscono
già “Arancia Meccanica” e la citano a modo
loro. Però dentro il film ci sono tante, tantissime altre
citazioni verso maestri da me amati, da Pasolini ad Ettore Scola.
Sono davvero tantissime le citazioni, piccole piccole: io credo
molto nelle contaminazioni, credo cioè che da un tappeto
di contaminazioni poi si possa tirare le fila di qualcosa forse
di nuovo e di originale.
Come
ti sei trovato a lavorare con gli attori protagonisti del film?
Qualcuno di loro aveva lavorato già con te in teatro?
Si,
la maggior parte degli attori nel film sono attori di teatro
che hanno già lavorato con me, sia come attore che come
regista. Parecchi altri invece non lo sono, visto che ho fatto
tre mesi di provini per chiudere il cast, però mi sono
trovato molto bene sia con gli attori che già conoscevo
sia anche con quelli che ho scelto ex novo. Basta poi con la
sciocchezza che, anche se un attore è bravo, può
fare solo teatro o può fare solo cinema. Se l’attore
è bravo può fare tutto...
Come è avvenuto l’incontro
con due nomi noti quali Loretta Goggi e Paolo Villaggio che
recitano nel film?
Allora,
Loretta Goggi l’ho voluta a tutti i costi nonostante la
produzione fosse un pò contraria perché comunque
non è considerata tanto attrice quanto soubrette e questo
a torto perché è davvero un’attrice straordinaria,
forse uno dei più grandi talenti che abbiamo in Italia.
Io l’ho vista quando ero piccolo cantare in lacrime una
canzone con Gigi Proietti in un musical che facevano in televisione
e da allora è rimasta nel mio immaginario. Ho scoperto
che ha una sensibilità meravigliosa sia come artista
sia come donna, per questo assolutamente l’ho voluta nel
mio film. La Goggi è conosciuta perché è
stata cantante, presentatrice, imitatrice in televisione però
in questo film ha un ruolo drammaticissimo e lo interpreta ai
livelli di una Meryl Streep, non ha davvero nulla da invidiare
alle grandi dive del cinema. Quello con Paolo Villaggio è
stato invece un incontro un più scherzoso. Mi è
stato proposto il suo nome e sono andato ad incontrarlo, lui
mi ha sottoposto un pò le sue follie perché è
una persona che ti mette un pò alla prova; quando ha
capito che sapevo il fatto mio, ha mollato i suoi impegni ed
ha recitato una piccola parte nel film. Devo dire che ci siamo
molto divertiti anche a lavorare con lui.
Parliamo di te, come hai cominciato e quali sono state le tue
prime esperienze professionali?
Io
ho cominciato da piccolissimo a voler fare teatro sentendo parlare
dell’Accademia Nazionale di Arte Drammatica Silvio D’Amico
di Roma e fin da allora mi sono detto “io farò
questa accademia”. Nonostante poi vari vicissitudini personali
che non mi hanno permesso di frequentare da subito i corsi,
volevo andare lì a tutti i costi, cominciando nel frattempo
anche a lavorare a Latina con bravissimi artisti anche se sconosciuti.
Dall’Accademia in poi, il teatro è diventato il
mio lavoro nel senso che ho cominciato come attore e poi, ad
un certo punto, ho mollato tutto ed ho cominciato a scrivere
ed a dirigere. Ed adesso sento di fare veramente quello che
mi piace fare.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Ho
appena chiuso la sceneggiatura del mio secondo film ed è
tratta da un romanzo che uscirà in Italia verso i prossimi
Ottobre o Novembre. Per il momento non posso ancora dire niente
di più, neanche il titolo, anche perché non si
sa ancora se sarà quello o se rimarrà solo provvisorio.
Posso dire che è una sceneggiatura che mi sta particolarmente
a cuore e credo che sia anche una fase più evoluta rispetto
al mio precedente lavoro.
Un proseguimento del discorso iniziato
proprio con GAS?
In
qualche modo si. Stranamente –ci pensavo l’altro
giorno- io vado sempre un pò di getto ed infatti oltre
a questa pellicola ho altri tre soggetti in ballo e che forse
diventeranno film dal momento che hanno tutti un senso, un perché;
infatti, io non mi muovo mai se non c’é un “qualcosa
che mi ditta dentro” come direbbe Dante e tanto per questi
tre progetti quanto anche per questo mio prossimo lavoro c’è
qualcosa che mi interessa esplorare e raccontare. In qualche
modo il protagonista del nuovo film è come se fosse Luca,
il protagonista di GAS, in un’altra versione tanti anni
dopo se non fosse accaduto quello che è successo nel
film.
La frase " in questo
paese comandano i morti" è ripetuta più volte
nel film “Il Regista di Matrimoni”, dove Marco Bellocchio
si riferisce ad una situazione italiana generale dove non c'è
rinnovamento, ci sono sempre persone nuove ma le idee rimangono
vecchie, anche nell’ambito del cinema italiano. Cosa ne
pensi a riguardo?
Ah,
ah, bellissima domanda. La mia risposta è abbastanza
semplice perché possiamo tornare già semplicemente
alla censura. Come si fa a proporre qualcosa di nuovo quando
si vive nel Medioevo? Appena ti stacchi un pochino da tutto
quello che va, da quello che vuole la massa, vieni bloccato,
censurato. Il produttore continua a dirti che non va bene: tu
hai scritto un’altra cosa e vorresti fare e dire un’altra
cosa e lui continua a dire no, perché in questo momento
va “L’Ultimo Bacio”, quindi ti dice fai quindi
qualcosa come “L’Ultimo Bacio” e tu continui
a rispondere che un film del genere lo hanno già fatto...
io voglio e devo dire altro, cose che mi interessano raccontare;
come dare poi torto al produttore se, nel momento in cui ti
senti libero, scrivi e dici qualcosa che poi qualcun altro,
mangiando un supplì ed entrando ed uscendo dalla sala
di proiezione, ti censura senza neanche aver visto tutto il
tuo film [NOTA: è accaduto a Melchionna in commissione
di censura]. Il produttore non può vendere il film in
televisione ed altro ancora, senza rientrare mai nei costi.
E’ un serpente che si mangia la coda, perché non
si riesce mai a dare spazio fino in fondo ad un discorso più
libero e più creativo visto che poi, invece, si rischia
sempre di essere penalizzati da molti lati. Ad esempio, il film
non viene trasmesso in televisione né se ne è
parlato, non rientrano i soldi, il trailer non lo puoi fare
in quel modo o non può essere trasmesso prima di un certo
orario; io ho vissuto veramente un momento di profonda impotenza
rispetto a questo paese e credo davvero che sia arrivato il
tempo di cambiare, di fare e di dire qualcosa ed io con GAS
lo sto dicendo, sto andando ovunque e mi è stato dato
un premio, per esempio, dagli studenti minorenni al festival
di Grosseto, minorenni che i membri dell’organo di censura
intendevano tutelare dal mio film e che invece lo hanno capito
di più rispetto a loro. Il film sta poi andando in giro
per il mondo e devo dire di aver avuto delle soddisfazioni enormi.
Ultima domanda: sia come addetto ai lavori che come
normale spettatore, come vedi la condizione cinematografica
del nostro paese?
In
Italia regna e comanda la televisione; io non sono contrario
ad essa, nel senso che posso scegliere tranquillamente il canale
ed il programma che voglio, ma il problema è che adesso
la televisione fa e detta moda, legge; quindi, funziona anche
nel cinema ed in teatro quello che funziona in televisione e
questo è la morte, è la morte di idee e creatività.
Per non parlare poi dei morti di cui parla Bellocchio che, per
carità di Dio, sono in tutti i campi: io ho messo tante
bare nel mio film e spero di seppellirle insieme a loro.
Paolo
Pugliese
(2005)
Ringraziando
il regista per la cortesia e la disponibilità mostrata
nei nostri confronti, chiudiamo questa intervista con la constatazione
che, purtroppo, nessuno è profeta in patria e tanti autori,
soprattutto indipendenti, hanno trovato all’estero il
giusto riconoscimento che è stato negato loro nel nostro
paese poco meritocratico e molto clientelare. Auguriamo un forte
in bocca al lupo a Luciano Melchionna sia per GAS che per i
suoi prossimi progetti.
Nota:
questa intervista è stata resa possibile grazie alla
gentile collaborazione dello staff del cinema “Falso_Movimento”
di Foggia che ha organizzato una serie di incontri con autori
del cinema indipendente. Ringraziamo per la disponibilità
il proprietario Mauro Palma ed il suo collaboratore
Rino.
Per
ulteriori informazioni: http://www.falsomovimentoilcinema.it/eventi.htm