Per
molti versi, “L’Armata Brancaleone” è
uno dei massimi cult movie del cinema italiano degli anni ’60.
Il film, diretto con non poche difficoltà nel 1966 dal
maestro Mario Monicelli (che quattro anni dopo ne realizzò
un seguito, “Brancaleone alle Crociate”) ed interpretato
dal “mattatore” Vittorio Gassman, raccontava un
Medioevo povero e rozzo, teatro delle imprese di una scalcinatissima
compagnia di uomini d’armi guidata dallo spiantato Brancaleone
da Norcia, cavaliere tanto coraggioso quanto di umili origini,
tanto spavaldo quanto sbruffone e dall’intelletto poco
fino. Cosa importante da sottolineare è che questo film
fu la prima “commedia in costume” della storia del
nostro cinema e, secondo le parole del critico cinematografico
Morandini, “pur essendo una classica commedia italiana
ne dilatava i confini con un’operazione culturale che
comprendeva anche autori come Kurosawa o Italo Calvino; una
rilettura della storia in chiave nazional-popolare e con gusto
decisamente anarchico”.
Quando
fu distribuito nelle sale, “L’Armata Brancaleone”
fu salutato da un clamoroso successo di pubblico (3° incasso
nella stagione 1966-67), un successo misurabile non solo in
termini di incasso, ma anche per l’influenza che esso
ebbe tra i giovani, i quali adottarono con entusiasmo i vocaboli
del buffo linguaggio medievale-maccheronico parlato dai protagonisti;
ancora oggi sopravvive qualcosa del film nel linguaggio comune,
come ad esempio il definire “Armata Brancaleone”
un raggruppamento di cialtroni e poveracci. Un titolo divenuto
proverbiale che la dice lunga sul successo, economico e culturale,
del film.
Al di là delle intenzioni stilistiche, l’obiettivo
di Monicelli era di realizzare un film che prendesse anche le
distanze dalla falsa ed edulcorata iconografia cinematografica
(italiana e straniera) che aveva rappresentato fino ad allora
il Medioevo come un mondo splendente e civile. Si voleva narrare
un mondo antico più realistico e credibile, popolato
da scontri di sangue, analfabeti, malattie, tornei ed abitudini
grottesche.
Infatti, secondo le parole dello stesso Monicelli, il film rappresenta
una rottura con l’idea del Medioevo allora diffusa, con
paladini e dame cortesi. Qui c’era solo sporcizia, ferocia
ed inciviltà; in particolare, la pellicola racconta la
storia non di cavalieri senza macchia e senza paura ma di un
pugno di sbandati che affrontano mille insidie in maniera non
certo gloriosa né pulita, anzi, ricorrendo loro stessi
a furbizie e tradimenti sulla cui miseria morale si erge la
fiera onestà senza patteggiamenti di Brancaleone, il
quale però, su tutti, fa alla fine la figura del più
ingenuo ed ottuso.
Da
questo punto di vista è importante riflettere sulla costruzione
della figura di Brancaleone, eroe ed allo stesso tempo vittima
delle sue avventure: “duce” (come ama definirsi)
ma anche “pupazzo” manovrato dalla sua stessa truppa,
che gli obbedisce ma lo raggira, che inneggia a lui ma che negli
scontri immancabilmente fugge lasciandolo solo.
Brancaleone è quindi un personaggio “outsider”
nel film perché, in fin dei conti, solo ed incompreso
nei suoi ideali e nel suo codice d’onore di cavaliere
(straccione), armato unicamente del suo coraggio irruente e
del suo spropositato spadone. Ed infatti, tanto per dirne una,
nel film rinuncia all’amore per tenere fede alla parola
data e male gliene incoglie, perché la sua nobiltà
gli si rivolta conto facendogli subire danno e beffa da parte
dei compagni che non comprendono la sua rigida (e spesso ridicola
anche perché iraconda) condotta di vita.
Dal punto di vista visivo, Brancaleone ha una caratterizzazione
ispirata in parte al film “I Sette Samurai” di Kurosawa
(che Monicelli aveva visto con lo sceneggiatore Scarpelli) ed
ha quindi un’ impostazione trasversale rispondente ad
un aspetto “medievale” (le camicie larghe, i lacci,
gli stivali risvoltati) ma arricchita al contempo da un’iconografia
di Samurai (la blusa a forma di kimono, l’eccentrica pettinatura,
anche alcuni elementi dell’armatura, soprattutto nel film
seguente) o meglio di Ronin (il Samurai senza padrone e vagabondo)
che diede maggiore originalità al personaggio ed anche
molta popolarità a Gassman tra gli spettatori giovani.
E fu soprattutto il pubblico dei più giovani ad apprezzare
maggiormente l’originalità e l’atmosfera
goliardica del film che, tra le tante cose, ebbe anche il merito
di costituire in quegli anni (alla vigilia della rivoluzione
culturale del 1968) una metafora di un’epoca caotica,
ricca di controsensi ed anacronismi ma anche di fomenti di grandi
cambiamenti epocali come quella della fine degli anni ‘60.
Mirabile l’equilibrio tra i molteplici fattori narrativi
del film: “L’ Armata Bancaleone” è
una commedia politematica e ricca nella sua narrazione di altri
elementi a prima vista antitetici con il carattere farsesco
del film; accanto alle gags, infatti, ci sono anche momenti
drammatici e pure sequenze particolarmente violente, con massacri
e mutilazioni (vedi la sequenza d’apertura del film) appartenenti
al genere “Pulp”, per non parlare di un’ inaspettata
(e divertentissima) sequenza inerente addirittura il sadomasochismo,
argomento ultra-tabù per quegli anni.
Per quanto riguarda la realizzazione, il regista Monicelli passò
molte settimane a scrivere il film in compagnia della coppia
di sceneggiatori Age & Scarpelli; tutte le mattine a parlare
insieme di politica, pettegolezzi e cinema mentre, tra una chiacchiera
e l’altra, si scriveva. I tre avevano in mente di raccontare
l’Italia dell’anno Mille, selvaggia, brutale, ignorante
ed insensata ma anche avventurosa, varia e generosa. Presero
in prestito molte idee, frasi e personaggi da tanti testi quali
“L’Orlando Furioso” o le opere di Jacopone
da Todi. Tra le invenzioni migliori del film c’è,
naturalmente, il folle dialetto aulico semi-incomprensibile
che il regista ed i due sceneggiatori costruirono di sana pianta,
parola per parola, infarcendolo di termini latini ed italiano
pre-volgare, inventando vocaboli o estrapolandoli da vari dialetti
regionali (persino ciociari). Una lingua che spaventò
l’allora produttore Mario Cecchi Gori quando lesse il
copione, il quale non volle più produrre il film e Monicelli,
pur di continuare, lo convinse a farlo rinunciando al suo compenso
ed entrando in compartecipazione con lui per il budget.
Il successo del film fu poi trionfale e merito fu anche del
cast di attori: Vittorio Gassman interpretò in maniera
splendida e trascinante un Brancaleone fiero ed esilarante,
anche perché perfettamente calato nella parte visto che
il personaggio era stato modellato su misura per lui, ricalcando
diversi lati del suo carattere come l’impulsività,
la mania di protagonismo, la spavalderia.
Accanto a Gassman c’erano poi altri grandi attori come
Gian Maria Volontè, che ci regala lo splendido personaggio
del nobile bizantino Teofilatto, cinico, disincantato, sornione
e con la erre moscia; e poi, un folle Enrico Maria Salerno (che
piombò urlante in casa del regista intimandogli di dargli
la parte del monaco Zenone, fanatico e plateale) e lo straordinario
caratterista Carlo Pisacane (era stato l’indimenticabile
Capanelle nei due “I Soliti Ignoti”) che interpreta
il lamentoso mercante ebreo Abacucco il quale, nei momenti di
pericolo, si rifugia nel baule con le ruote che si porta sempre
dietro; inoltre, ci sono le presenze femminili di una giovanissima
Catherine Spaak (la cui carriera deve molto a questo film) nel
ruolo della dolce e virginale Matelda e di una splendida e sensuale
Maria Grazia Buccella in quello di un’affascinante castellana
“appestata”, protagonista di un’esilarante
scena di seduzione con Brancaleone il quale, con le castellane,
non è mai fortunato: vedi poi l’incontro con la
bizantina Teodora, un’altra nobildonna con il debole per
le frustate, interpretata dall’ americana Barbara Steele
(famosa per i film di Roger Corman come “Il Pozzo ed il
Pendolo”).
Altri
elementi iconografici di successo del film sono i titoli di
testa animati (che fanno il verso ai pupi siciliani) e sicuramente
il leit-motiv musicale “Branca, Branca, Branca....Leon,
Leon, Leon!” che divenne popolarissimo tra i ragazzi,
per non parlare del cavallo di Brancaleone, Aquilante, un destriero
giallo e vigliacco che sopporta i pugni e le offese del suo
cavaliere ma che gli rimane comunque fedele.
Inoltre, la pellicola fu impreziosita da una fotografia in bianco
e nero firmata dal grande tecnico delle luci Di Palma, oltre
ai bellissimi e fantasiosi costumi ideati da Piero Gherardi
(collaboratore storico di Fellini) e la colonna sonora composta
dal maestro Rustichelli, tutti elementi grazie ai quali il film
vinse ben tre Nastri d’argento. Il fatto poi di non essere
affatto “invecchiato” nonostante gli anni ed essere
ancora perfettamente fruibile (e godibile) da parte di tutti
gli spettatori appartenenti a vecchie e nuove generazioni, dimostra
e conferma come “L’Armata Brancaleone” sia
uno dei più belli, originali, paradossali ed innovativi
film della storia del cinema italiano.
Paolo
Pugliese
2005