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Un mito letterario prestato al cinema
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Poco più
di vent’anni fa, l’8 maggio del 1983, dopo una lunga malattia
moriva in un ospedale di Los Angeles John Fante, famoso e prolifico sceneggiatore
di Hollywood ma, soprattutto, uno dei più grandi scrittori della
letteratura moderna americana la cui opera per lungo tempo è rimasta
ingiustamente misconosciuta. La sua
“scoperta” e susseguente celebrazione si deve ad un altro
scrittore, l’autore “maledetto” Charles Bukowsky che
nel 1980 scoprì per caso in una biblioteca pubblica uno dei romanzi
più belli scritti da Fante: “Chiedi alla Polvere”;
dopo averlo letteralmente divorato lo segnalò ad un suo amico,
John Martin, piccolo editore di Santa Barbara che fu il primo a pubblicare
la riedizione delle opere dell’autore italo-americano stampate nel
1939. Di origini
italiane, Fante nacque a Denver l’8 aprile del 1909 da una famiglia
di emigranti abruzzesi. Dal 1932
in poi (a partire dal racconto “Chierichetto”) la rivista
comincia a pubblicare i suoi lavori e l’editore Henry Menken lo
assume come collaboratore stabile proponendogli anche di scrivere un romanzo:
è l’inizio della sua carriera come scrittore ed in seguito,
grazie all’interessamento e la stima di amici giornalisti inseriti
ad Hollywood, diviene anche uno sceneggiatore cinematografico di buona
reputazione. Quello di sceneggiatore è il lavoro che finalmente,
dopo anni di espedienti, gli garantisce una certa stabilità economica
tanto da permettergli di sposare, nel 1937, la poetessa Joyce Smart conosciuta
pochi mesi prima: la coppia avrà 4 figli. Ai successi come sceneggiatore però si accompagnano anche le delusioni come scrittore, visto che i suoi primi due romanzi -“La Strada per Los Angeles” (nel quale inventa il personaggio di Arturo Baldini, una sorta di suo alter ego) e “Aspetta Primavera Baldini” (scritto nel 1933)- vengono rifiutati da vari editori e sono pubblicati solo diversi anni dopo, nel 1938, vendendo di fatto pochissime copie. Scrive poi, nel 1939, il bellissimo ed intenso “Chiedi alla Polvere” (da molti definito il suo capolavoro) ed un anno dopo pubblica “Dago Red”, recensito molto positivamente dai critici ma che non incontra ancora i favori del pubblico in termini di vendite. Scoraggiato
ma non sconfitto, Fante continua ad alternare l’attività
di romanziere al lavoro di sceneggiatore, collaborando anche con Orson
Welles per il suo film “All is True” (mai portato a termine)
per il quale scrive due sceneggiature. come scrittore
e celebrato come sceneggiatore (tra i più famosi ed attivi di Hollywood
dagli anni ’50 fino ai ’70) grazie anche al successo del film
con Judy Holllyday “Full of Life”, tratto (per ironia della
sorte) dal suo omonimo e sfortunato romanzo: tra le tante cose, fu anche
candidato all’Oscar nel 1956, collaborò con il regista Richard
Quine, l’attore Peter Sellers, il produttore Dino De Laurentis,
lo sceneggiatore Robert Towne (autore di "Chinatown" diretto
da Polanski) e verso la fine degli anni ‘70 ebbe frequenti contatti
con Francis Ford Coppola per una riduzione cinematografica del romanzo
“La Confraternita del Chianti” (stampato nel 1977) che però
non fu mai realizzata. L’importanza
di Fante sta nel fatto che nel suo stile semplice e schietto, con cui
raccontava stati d’animo ed emozioni, illustrava anche storie ambientate
nel sottobosco sociale della depressione americana degli anni ’30
descrivendo perfettamente il disagio, la disperazione e la marginalità
delle classi sociali medio-basse di quell’epoca. I suoi
romanzi sono considerati dei veri e propri “documenti” della
vita di allora e nel 1990, sette anni dopo la sua morte, la rivista “Life”
definì l’autore di origini abruzzesi “un tesoro nazionale”
per la cultura americana. In Italia
la scoperta di John Fante si deve alla casa editrice Marcos y Marcos che
ha tradotto e pubblicato tutte le opere dell’autore. Paolo Pugliese 2004
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