L’obiettivo
di queste note sul cinema asiatico è quello di richiamare
l’attenzione su un territorio da noi ancora poco conosciuto,
ma che nasconde dei gioielli di cinematografia da non mancare
assolutamente. Suddividerò il lavoro per nazionalità,
privilegiando gli autori di maggior spessore, con un occhio
anche alla produzione di genere. Molti sono registi di cui abbiamo
visto un film o magari nessuno, ma che meriterebbero un maggiore
approfondimento. Saranno trattati di sfuggita gli autori famosi
anche da noi, dal momento che si presuppone una maggiore possibilità
di reperire il materiale e quindi una sicura conoscenza da parte
del pubblico.
Cina
Cominciare
un discorso sul cinema cinese può essere assai impegnativo.
Per andare sul sicuro comincerei col citare al volo Zhang
Yimou con i suoi Hero, House of Flying Dagger e
Curse of the Golden Flower che, in quanto capolavori, sono
stati distribuiti anche in Italia e poi andrei direttamente
a chiarire che film come Banquet di Xiaogang
Fen li vedremo sempre e solo a Venezia ed altre situazioni
del genere, dal momento che le distribuzioni italiane non credono
molto nel cinema asiatico in costume, mentre se ci adattiamo
a vederli in spagnolo o francese possiamo reperire quasi tutto.
E’ il caso, ad esempio di The Matrimony, interessante
film di Hua-tao Teng di ambientazione contemporanea
che riprende il tema di Rebecca la Prima moglie, con variazioni
di natura assai particolare. Solo Wong Kar Wai
sembra sfuggito a questo destino dal momento che da noi le sue
cose, seppur in alcuni casi solo in dvd e penso a quel gioiello
di Fallen Angel, sono comunque arrivate. Certo 2046
è un'opera divulgativa, e nell’ultimo My Blueberry
Night con attori americani e soldi francesi, dal punto
di vista espressivo la trama si è assai semplificata,
mentre pellicole come Ashes of Time, seppur molto suggestive
sono considerate di nicchia, chissà poi perchè.
Passando a cose meno famose, Suffocation di Zhang
Bingjian è una storia minimalista assai gradevole,
raccontata con garbo, ambientata ai giorni nostri su un uomo
che ha una situazione familiare come tante, una moglie ed un'amante,
ma che decide di risolverla in maniera meno comune. Per gli
amanti dei film eroici d'azione intanto suggerirei The Promise
di Chen Kaige che ci mostra eroi che corrono
così veloci da volare, migliaia di bufali lanciati alla
carica in un canyon strettissimo, divinità volteggianti
a mezz'aria con le vesti, le chiome e perfino i gioielli fluttuanti
senza peso. E poi foreste, cascate, palazzi, maschere d'oro,
barbari con elmi da vichingo, un eroe maledetto che si dissolve
nel vento, guerrieri che combattono vorticando come eliche e
via così. Per chi invece vuole tenere i piedi per terra
Green Tea di Zhang Yuan racconta una
storia di ricerca dell'anima gemella con stile assai retrò
e colpo di scena solo suggerito alla fine. Ancora fantasmi,
ma di maggior buon gusto di quelli giapponesi, sono protagonisti
in Futago di Fung Yuen-Man, storia
di una vendetta dall'aldilà raccontata con amore, ed
New Blood di Pou-Soi Cheang che, invece,
comincia come una puntata di E.R. per finire con una
cattivissima soluzione di sapore tutto asiatico. Da non perdere
poi Love Battlefield, in cui un’auto rubata causa
tanti di quei problemi ai proprietari da far venire voglia di
prender l’autobus per tutta la vita, sempre di Pou-Soi
Cheang del quale consiglio anche Home Sweet Home,
intricata storia su una donna che perde il proprio bambino rapitole
da un’abitante delle mura del suo stesso condominio e
Dog Bite Dog, un noir di grossissimo spessore narrativo.
E per finire, botte e vampiri in Twins Effect di Dante
Lam, che comincia in maniera stupidina e finisce con
classe, cosa che non credo accada spesso.
Per
il cinema di Hong Kong non si può non citare la produzione
vastissima dei fratelli Pang.
Seppur discontinua in quanto a qualità, è decisamente
interessante. Si va da titoli come Ab-normal beauty,
che parte da uno stimolo simile a quello di Amenabar in Tesis,
per svilupparsi in un' ossessione assai più orientale,
a film come l'ecologista Re-cycle, che immagina un
mondo fatto da tutti i materiali che abitualmente buttiamo via,
passando attraverso l'ennesimo film della serie "bambine
giapponesi coi capelli sulla faccia che tornano per vendicarsi",
da The Eye fino a Bangok Dangerous -che gli
americani stanno rifacendo con Nicholas Cage- e The Tesseract,
confusa storia alla Matrix. Il recente bellissimo Diary
racconta una storia di marionette, diari e fidanzati scomparsi
e risulta stilisticamente di gran lunga superiore al remake
prodotto da Sam Raimi The Messengers, a testimonianza
del fatto che le scelte distributive in Europa cadono sempre
sul materiale più scadente. E non dimentichiamoci Infernal
Affairs, tutta la trilogia di Wai Keung Lau,
sicuramente superiore nel difficile campo della tensione al
remake di Scorsese The Departed con un Matt Damon dall’espressione
così fissa da sembrare dipinta. The Park di
Andrew Lau è invece una brutta copia
del solito film coi luoghi infestati, qua si tratta di un parco
giochi. Abbiamo poi Koma di Law Chi-leung
in cui si affronta la leggenda metropolitana che vuole i trapianti
d’organo effettuati contro il parere del donatore; si
tratta di una pellicola ben girata con un sapiente uso delle
luci e un’atmosfera assai inquietante, ma forse è
il plot, così lontano dalle nostre ossessioni, ad essere
poco credibile. Una menzione a parte merita l’opera di
Johnnie To, autore di un grosso numero di pellicole
d’azione dall’influenza americana, ma girate con
una certa originalità, come Fulltime Killer
che racconta le disavventure di due sicari diversi per nazionalità
ma legati dalla passione per una ragazza, che sono inseguiti
da un poliziotto e nonostante ciò riescono a portare
a termine vari incarichi. Running out of Time è
una complicata storia di un negoziatore della polizia coinvolto
in un grosso imbroglio da un ladro a cui da la caccia, A
Hero Never Die invece racconta di due killer che si combattono
in seno alla guerra che vede coinvolte le rispettive bande di
appartenenza, mentre Election ed Election 2
sono storie di triadi, piene di intrighi per la successione
e incentrati sui rapporti tra Hong Kong e la Cina. Exiled
il più recente nella produzione di questo prolifico regista,
racconta la storia di un uomo che torna a casa dopo una fuga
che è durata anni e che trova un killer ad aspettarlo.
Giappone
Il
discorso sul Giappone è assai più complesso. Comincerò
con Takashi Miike del quale
occorre innanzitutto dire che è un talento molto prolifico,
legato alla logica del V-cinema, mercato giapponese degli anni
ottanta pensato esclusivamente per l’home video e pertanto
composto per la maggior parte da yakuza movies a basso costo.
La sua abilità di regista gli ha comunque consentito
di emergere girando film di genere in pochi giorni, ma è
nel film autoriale tout-court che salta all’occhio la
sua capacità di narrazione per immagini per niente rozza,
di sicuro estrema, ma mai scadente, né dozzinale. La
sua cifra stilistica trapela dalle immagini patinate di Audition,
uno dei suoi film più belli, anche a discapito della
crudezza della rappresentazione, che come anche in Tsukamoto
può essere disturbante ma mai brutta. La prolificità
e la discontinuità della sua produzione hanno fatto si
che egli venisse associato al cinema di genere, cosa che in
parte ha danneggiato la sua reale possibilità di essere
valutato per il talento creativo che in effetti è. Il
cinema di genere solitamente ci ha regalato buoni artigiani
e qualche grande regista, ma tutti riconosciuti in ritardo,
cosa che credo accadrà anche nel caso di Miike. In questo
contesto non parlerò della filmografia completa reperibile
comunque, ma ne accennerò una ragionata. Personalmente
li distinguo in film di sangue e budella, che tanto
hanno scandalizzato e veri capolavori, quelli dove il sangue
non è importante dal momento che la storia è talmente
particolare e la regia eccelsa da non accorgersi nemmeno che
durano in alcuni casi tre ore e mezza, come Izo, storia
epica sul permanere del male attraverso i secoli, con Kitano
Takeshi che fa un piccolo cameo. Per la prima categoria non
vanno assolutamente persi Ichi the Killer, crudissima
narrazione su un killer che cerca un interlocutore alla sua
altezza per quello che ha tutta l’aria di essere un duello,
e Dead or Alive, famoso per il fatto che nei titoli
di testa muore più gente che nell’intero film.
Rainy Dog e Family 1 e 2, sono storie yakuza
molto serrate e poi ci sono Fudoh ed anche Imprint,
episodio censurato della serie Masters of Horror. Per
Audition, incentrato su un uomo che fa un provino per
trovare moglie e incappa in una simbiotica dalle fantasie assai
particolari, il già citato Izo e Gozu,
la narrazione è estrema e pittoresca su una serie di
personaggi ai margini; cito anche la serie completa Mpd
Psycho dal manga omonimo (che è ai limiti con la
prima categoria), Box tratto da Three Extreme,
Sabu, storia di un’amicizia travagliata, e The
Bird People in China incentrato sul contrasto tra la vita
cittadina e un mondo rurale nel quale irrompe con violenza il
trio di protagonisti. Poi ci sono un musical folle come The
Happiness of Katakuris, remake del coreano The Quiet
Family, su una famiglia che seppellisce le persone decedute
nelle stanze del proprio albergo in circostanze assai bizzarre,
nel giardino per evitare un brutta nomea alla locanda che gestisce,
ed infine Zebraman, pellicola su un supereroe assai
sfortunato davvero molto divertente. Di recente Miike
Takashi è tornato ad un cinema di natura più
intimista, con una storia omosessuale ambientata in un penitenziario,
A Big Bang Love: Juvenile. Si tratta di una pellicola
particolare con un contenuto che travolge emotivamente, curatissimo
sia dal punto di vista delle immagini, che dalla narrazione
solitamente punto forte del regista.
Su
Tsukamoto Shinya molto è già
stato scritto, basti dire che dall’esordio con Tetsuo
nel 1989 non ha mai sbagliato un film. In alcuni momenti è
sembrato privilegiare forme di espressione più ermetiche
come in Haze, claustrofobica micro storia ambientata
in un cunicolo dell’anima, in altri ci ha regalato momenti
di cinema indimenticabile e penso a quello che considero il
suo capolavoro Vital, il cui plot affronta il dolore
della memoria della perdita a partire da un’amnesia. In
altri film ancora, ha esplorato l’animo umano con un occhio
scevro da compromessi, come nel caso di A Snake of June
ed infine nel suo ultimo lavoro, Nightmare Detective,
sembra concedere una chance al cinema più divulgativo
con il risultato certo di continuare a stupire i suoi fan, se
non quello di deludere in parte le aspettative di un pubblico
che è ormai abituato a vedergli esplorare aree sempre
più lontane da un quotidiano che sembra essere l’ultima
delle preoccupazioni del regista. In quasi tutti i suoi film,
e in molti di quelli di suoi colleghi, come in Marebito
di Shimizu Takashi dove è il protagonista, Tsukamoto
si è concesso il divertimento, come Kitano prima di lui,
di recitare piccole parti, spesso dal significato inversamente
proporzionale alla sua presenza sulla scena.
Kurosawa
Kiyoshi invece da noi è purtroppo poco noto;
solo di recente qualcuno ha avuto l’occasione di guardare
quel bellissimo film che è Kairo, da cui gli
americani hanno tratto un remake orribile (Pulse),
che snatura del tutto l’idea di partenza del film. Tra
i suoi connazionali è sicuramente uno di quelli di maggiore
talento, e il suo nome non sfigura affatto accanto a maestri
del calibro di Kitano Takeshi e Tsukamoto Shinya. Il tema comune
ai lavori di Kurosawa è l’incomunicabilità,
e l’impossibilità di spiegare gli eventi che accadono
ai suoi personaggi ha reso il suo cinema, dalla regia e dalla
fotografia accuratissime, poco appetibile in diretta concorrenza
con la mania degli spiegoni che affligge il cinema americano.
Il mio suggerimento per chi volesse conoscere da vicino questo
grande regista è quello di guardare almeno Kuye
(Cure), storia con un serial killer assai fuori dagli
schemi; Karisuma (Charisma) dotato di una
rara capacità evocativa; Korei (Seance)
molto accurato nel descrivere la doppiezza dei sentimenti umani;
Bright Future, poetica storia di giovinezza sprecata
e sogni mai realizzati. La scelta del regista di esprimersi
in parte all’interno di un cinema di genere è comunque
appropriata, dal momento che lo strumento permette cose difficili
in un altro contesto. Si pensi ai fantasmi di Kairo,
che a perenne monito contro la dimenticanza spingono le persone
all’oblio prima ed al suicidio poi, senza fare assolutamente
altro che esserci. Oppure al killer di Kuye (Cure
- 1997) che mesmerizza e distrugge con la sola sua presenza.
Oppure alla bambina di Korei (Seance 2000)
che sfugge alla morte quando sembra spacciata e muore quando
sembra al riparo, ai coniugi che non sanno come gestire il potere
di lei e la loro smodata ambizione. O magari alla incredibile
sfrontatezza del doppio in Dopperugengaa (Doppelganger
- 2003) che realizza i desideri di chi gli sta vicino. Anche
l’uso dello spazio, già molto importante nel cinema
asiatico, è qui molto evidente, con particolare riferimento
agli spazi nascosti, che rivelano attività su cui sfugge
il controllo. Tutta l’opera del maestro risulta concentrata
nell’espressione del senso di accettazione delle cose
che non si riescono a spiegare, e non alla negazione di esse,
col risultato che se negandole in altri contesti le cose inspiegabili
vengono fuori con violenza, nel cinema di Kurosawa Kiyoshi vengono
inglobate nel vissuto e continuano la loro esistenza in alcuni
casi parallelamente, in altri in contrasto con la vita cosciente.
Contrasto che diviene rappresentazione perturbante attraverso
l’uso della sola macchina da presa, senza quasi ausilio
di effetti speciali. Il tutto con un risultato assai più
disturbante dal momento che il sussurro resta impresso più
a lungo dell’urlo, che di per sé risulta già
catartico e quindi facilmente metabolizzabile.
Per
finire cito velocemente Takeshi Kitano. Tutto
il suo cinema nel complesso rappresenta un’opera in continua
ascesa, non esiste un solo film di questo geniale autore che
non mi sentirei di consigliare, con una menzione particolare
per Zatoichi, in cui la sua strepitosa interpretazione,
come quella di tutti i suoi comprimari, ci regala una sinfonia
di immagini dal sapore teatrale e dalle suggestioni scenografiche
indimenticabili, si pensi solo al montaggio della scena finale,
con un balletto alternato alle immagini della vendetta del cieco
samurai, che rappresenta il punto massimo raggiungibile in fatto
di rappresentazione. Da noi è uscito quasi tutto (Sonantine,
Violent Cop, Brother, Hana-Bi, L'Estate di kikujiro, Dolls,
Tabù Gohatto), comprese le sue ultime due opere
(di prossima distribuzione): la commedia Glory to the Filmmakers!
e Takeshi's, quest'ultima -che io ho trovato
bellissima- si rivela come una sorta di 8e1/2 di colui
che è unanimemente considerato uno dei più grandi
registi viventi. Inoltre i suoi libri, pubblicati da poco anche
da noi aggiungono una conoscenza del pensiero dell'autore che
personalmente ho trovato preziosa.
Ci
sono infine una serie di film girati da registi poco conosciuti
da noi che meritano comunque una menzione, per completezza di
informazione sulla mastodontica produzione giapponese.
Oltre al già citato Shimizu Takashi,
il cui poetico Marebito rappresenta il punto più
alto e il successivo Rinne (Reincarnation)
un onesto omaggio allo Shining di Kubrick, abbiamo il più
abile dei registi nel campo dei fantasmi Hideo Nakata,
il cui Dark Water mi ha regalato l'unico soprassalto
della mia carriera di amante di film orientali di fantasmi,
autore del famosissimo Ringu/The Ring, che
tanto ha influenzato tutto il cinema horror a venire, e di Chaos,
che definirei un omaggio al thriller alla Hitchcock. Da evitare
assolutamente i due remake americani di Ring che, a
riprova del fatto che le produzioni americane trasformano non
in meglio tutto ciò che toccano, è divenuta la
parodia del film originale girato con una scandalosa quantità
di soldi, che invece di accrescere il valore dell’opera
l’hanno resa piatta e insipida come poche, togliendo tutto
il pathos e l’orrore vero presente nelle pellicole originali.
Inoltre
in fatto di fantasmi da non perdere quel gioiellino raccontato
all'incontrario che è Ju-rey di Kôji
Shiraishi, realmente inquietante nella rappresentazione
della voracità dei defunti giapponesi. Eli, Eli Lema
Sabachthani? di Aoyama Shinji è
un film dal vago presupposto fantascientifico, ben fotografato,
ma non particolarmente avvincente. Molto meglio il precedente
film di Aoyama Shinji, Embalming, serrata storia su
un imbalsamatrice che si trova nei guai dopo che la testa del
cadavere del figlio di un potente uomo d’affari a lei
affidato, viene trafugata. Another Heaven di Kawai
Shinya è un’avvincente storia su delitti
efferati senza alcun colpevole. Antenna di Kazuyoshi
Kumakiri è l’ennesima storia di fantasmi
che forse tornano, ma non è tra i migliori del genere,
anche se alcune trovate di regia la salvano dall’oblio.
Battle Royale di Fukasaku Kinji,
con uno strepitoso Kitano Takeshi, narra delle vicende
di una scolaresca entrata a far parte di un sistema di controllo
della delinquenza nel Giappone del futuro, che viene indotta
a sterminarsi in una cornice di un un’isola nella parodia
di quello che sembra proprio un reality. C’è poi
la produzione di Takashi Ishii che merita una
menzione a parte: Freeze Me è una terribile
storia di rape & revenge nello stile asiatico, quindi eccessivo
ma assai ben girato, come pure Hana to Hebi e Hana
to Hebi 2 (Flower and snake 1 e 2), belli visivamente
ma dai contenuti molto forti. Ishii, oltre ad essere un famoso
disegnatore di manga è anche l’ispiratore della
Oren Ishii di Tarantino in Kill Bill, con i suoi Blackangel
vol.1 e 2, durissima storia su una donna che decide di intraprendere
la carriera di killer, per scovare gli assassini della sua famiglia.
Da considerare con attenzione poi, c’è un interessante
film di Sekiguchi Gen Survive Style 5 +
, con un plot pieno di stranezze dalla moglie che continua
a tornare dalla tomba, all’irresistibile ipnotizzatore
e la sua vittima l’uomo-uccello che farà cip per
tutta la durata del film a causa della morte violenta ed improvvisa
del suo ipnotizzatore. Imperdibile nella sua assoluta stupidità
The Glamorous Life of Sachiko Hanai di Meike
Mitsuru, in cui una prostituta riceve una botta in
testa da un cliente e diviene intelligente e con una smodata
passione per il dito di Bush che visualizza nelle sue fantasie
sessuali, davvero spassoso.
Per
chi invece ama le storie in costume ecco Gojoe di Sogo
Ishii, con un guerriero ritiratosi a vita meditativa
che viene richiamato per combattere quello che ha tutta l’aria
di essere un demone. Sogo Ishii è autore tra l’altro
del visionario Angel Dust, una bellissima storia su
uno psichiatra coinvolto in un’indagine di polizia a seguito
della bizzarra coincidenza secondo cui ogni lunedì pomeriggio
alle sei in punto una donna viene assassinata in metropolitana;
altro suoi lavori sono Dead End Run, film ad episodi
sull’impossibilità dell’incontro in una società
che istiga allo scontro, e Labirinth of Dreams, strana
storia di un presunto omicidio narrata con grande abilità.
Mentre gli amanti delle storie poetiche di ambientazione neogotica
troveranno irresistibile Last Quarter di Nikai
Ken, tratto da un famoso manga, in cui una giovane
tra la vita e la morte vive stranissime avventure al seguito
di un misterioso ragazzo. Da citare anche la filmografia di
Ochiai Masayuki il cui Parasite Eve,
racconta con poesia una storia romantica di ingegneria genetica
e amori perduti; poi il più misurato Hypnosis
invece ci porta in una storia di suicidi e suggestioni, che
molto deve all’uso sapiente della fotografia. Abbiamo
poi i due Shibuya Kaidan di Horie Kei
che raccontano la solita storia di fantasmi: stavolta ad essere
infestato è l’armadietto della stazione di Shibuya,
quartiere popolare di Tokyo dove la leggenda vuole sia stato
abbandonato un neonato. Versus di Kitamura
Ryuhei è una caotica storia di foreste maledette,
vendette attraverso i secoli e zombi che sparano come in Pulp
Fiction, mentre i suoi corti, assai più misurati, ci
regalano storie comunque bizzarre, ma raccontate con un pizzico
di poesia. Aragami e Azumi invece rappresentano
entrambi dei buoni esperimenti di regia di un onesto artigiano
che rende al meglio nei corti, ma preferisce le logorroiche
rappresentazioni di conflitti dal sapore troppo americano per
avere un reale carattere.
Chiuderò
questa carrellata con Suicide Club di Sono
Sion che racconta con abilità l’inquietante
storia di una catena di suicidi indotti, basata su una leggenda
metropolitana di recente avveratasi che vuole i ragazzini giapponesi
impegnati in suicidi di massa organizzati attraverso la rete,
e il suo seguito -in realtà diversissimo per plot e significati-
Noriko's dinner table, che racconta l’incredibile
storia di una ragazza che lavora per un’agenzia che noleggia
parenti per le persone che non ne hanno; infine, cito il bellissimo
e molto coinvolgente sul piano delle immagini Strange Circus
che difficilmente vedrà mai la via della distribuzione
europea a causa di un plot assai arduo da tradurre in parole
ma di sicura efficacia visiva.
Corea
La
Corea del Sud produce moltissimi film di cui solo una piccola
parte vede la luce qui da noi, quelli più famosi sono
di Kim ki-Duk che dopo l’exploit divulgativo
di Time ha acquisito una maggiore visibilità,
anche se a parer mio quest’ultimo lavoro, seppure impeccabile
stilisticamente, risulta un pò troppo freddo e modaiolo.
Personalmente ho amato le rappresentazioni poetiche di Primavera
estate autunno inverno e ancora primavera e alla
tanto celebrata poetica del dramma dell’incomunicabilità
di Ferro3 ho preferito il caotico calore di Real
Fiction.
Quello che non arriva da noi è un cinema meno patinato
sul tipo di Acacia di Park Ki-Hyung
che è un degnissimo gioiello di narrazione seppur di
genere, fatto con una fotografia bellissima e con una cattiveria
senza una sola goccia di sangue che solo in pochi apprezzeranno.
Oppure Cello di Lee Woo-cheol, raffinata
storia di possessione/ossessione ancora senza sangue. O anche
Lies di Jang Sun-Woo, poetica storia
d'amore atipica tra un uomo grande ed una giovane che gli chiede
di iniziarla al sesso per conoscerlo con amore e non con la
violenza che avevano sperimentato tutte le sue amiche.
Poi
c'è tutta la serie ispirata agli action americani. Anche
in questo caso arriva qualcosa, ma non i film migliori a mio
avviso. Fatta salva l’intera produzione di Park
Chan-Wook, ci sono mille piccoli capolavori come
Scarlet Letter di Hyuk Byun incentrato
sul dramma di una situazione a tre risolta in maniera decisamente
fuori dal comune, R-Point di Su-chang Kong
impietosa narrazione di guerra con fantasmi, Resurrection
of Little match girl di Jang Sun-woo,
con una struttura a videogioco molto avvincente. Abbiamo ancora
No blood no tears di Ryoo Seung-wan
bellissima storia di cameratismo tra donne, anche No Mercy
for the rude di Park Cheol-hie merita
una menzione, si tratta dell’inconsueta storia di un killer,
che tra birra, coltelli e frutti di mare cerca di reperire i
soldi per un’operazione che gli consentirà di recuperare
l’uso della lingua, malformata dalla nascita. Anche in
Corea c’è il solito filone di film di fantasmi
che si propagano come un’epidemia: Phone
di Ahn Byeong-Ki che non è un clone di The
Ring ma forse deve molto a The Call. Molto meglio
Uninvited di Lee Su-yeon delicata
storia di un bambino morto ma ancora straordinariamente vitale.
Oppure Memories of Murder storia del primo killer seriale
della Corea, girato con classe e un pizzico di inquietudine.
Ultimo, ma non meno bello è The Red Shoes di
Kim Yong-gyun, versione cattiva di Scarpette
Rosse.
In
ultimo per chi volesse fare una breve panoramica sul genere
senza troppo impegno consiglierei la visione di Three e
Three extremes. Si tratta di due mega coproduzioni. Il
primo Three è composto di tre episodi: uno coreano,
l'altro di Hong Kong e il terzo tailandese. Apre Memories
di Kim Jee-woon, autore del A Bittersweet
Life di cui un pò si è parlato pure da noi,
e del Tales of two Sisters a mio avviso assai sopravvalutato.
L'episodio Memories è una delicata storia di
sensi di colpa, molto ben girata. Segue The Weel di
Nonzee Nimibutr, unico tailandese che abbia una vaga
idea del concetto di regia, a mio avviso. La storia è
un affresco del mondo dei burattini alquanto inquietante. Terzo
episodio il triste Going Home di Peter Chan,
ritornato ad Hong Kong dopo Hollywood. E' la storia di un poliziotto
che si trasferisce in un palazzo dove abita uno strano tipo
il quale accudisce la moglie catatonica la quale forse non lo
è o forse è proprio il tipo in questione ad avere
un problema.
Three extremes è una altra grossa coproduzione
composta da lavori di Miike Takashi, Fruit
Chan e Park Chan-wook. Del primo abbiamo
Box, delicatissima storia di colpe familiari, senza
sangue e molto ben fotografato, una delle sue cose più
misurate, direi. Del secondo, regista cinese di buon talento,
conosciuto per Finale in Blood e per Hollywood
Hong-Kong, abbiamo Dumplings. Girato in due versioni,
quella per Three extremes e una come lungometraggio,
narra delle cose nefande che pare siamo disposti a fare per
mantenere la giovinezza. Consigliato a chi vuole capire al meglio
le ossessioni asiatiche per il tempo che passa e la bellezza
che svanisce. Il terzo è Cut di Park
Chan-Wook, autore coreano, famoso per la trilogia della
vendetta, ovvero Sympathy for Mr. Vengeance, Old
Boy e Sympathy for lady Vengeance, dei quali basta
solo dire che sono tra i film più famosi del panorama
asiatico recente. Cut parla di un regista che rincasando
una sera si accorge che c'è un personaggio dal viso familiare
che ha legato sua moglie pianista con delle corde alla tastiera
del piano, e minaccia di tagliarle le dita una ad una se lui
non accetterà di uccidere un ragazzino inerme seduto
sul suo divano. Se poi, finito di vedere questi bellissimi ma
complessi film, vi venisse voglia di farvi quattro risate non
mancate di vedere Versus di Kitamura,
regista giapponese altrove assai misurato che rende il meglio
nei cortometraggi usciti in dvd in Francia e che consiglio ad
occhi chiusi, ma che in questo logorroico Versus racconta
una storia grottesca di zombie col dopppiopetto e la pistola
che si inseguono attraverso il tempo....una sorta di Izo
(capolavoro di Miike che narra il permanere del male attraverso
il tempo) per neofiti del genere.
Anna
Maria Pelella 2008