Scomparso
a Roma il 12 Ottobre 2006, ad 87 anni di età, Gillo Pontecorvo
appartiene indissolubilmente alla storia del cinema italiano
essendone uno dei più grandi e celebrati registi: questo
a dispetto di una filmografia composta da poche pellicole realizzate
nell’arco di 50 anni, ma tra le quali figurano capolavori
assoluti come “La Battaglia di Algeri”, “Kapò”
e “Queimada”.
E’ stato definito un grande maestro del ‘900 ed
il suo lavoro “un impegno civile sincero ed appassionato
coniugato a un’ispirazione originale”, questo grazie
ad una passione, una cura del particolare ed un talento narrativo
che rendevano ogni suo film un evento: a chi obbiettava sui
pochi film da lui realizzati nel corso degli anni, chi lo conosceva
bene (come, ad esempio, Mario Monicelli) rispondeva che “aveva
un’idea troppo alta della professionalità, quindi
non era mai sicuro che un progetto fosse valido, un copione
interessante”; Pontecorvo era estremamente perfezionista
ed autocritico, mai pienamente soddisfatto dei suoi lavori,
estremamente passionale ed attento alle sceneggiature dei film
da fare che, spesso, non realizzava a causa di dubbi e ripensamenti:
leggendari infatti sono i progetti “incompiuti”
del regista, il quale diresse la sua ultima pellicola nel 1979
accarezzando una decina di progetti mai entrati in produzione,
tra i quali, un film sulla vita di Cristo ed uno sull’arcivescovo
Romero.
La
sua vita, prima di arrivare nel mondo del cinema, è
stata ricca ed avventurosa come quelle narrate in romanzi epici
e potrebbe davvero fornire materiale narrativo per un bel film:
era nato a Pisa il 19 Novembre del 1919 da una famiglia di origine
ebraica ed arrivò al cinema relativamente tardi, dopo
anni di lavoro come giornalista, fotografo ed autore di documentari.
Il fratello maggiore, Bruno Pontecorvo, era un fisico nucleare
allievo di Enrico Fermi nel celebre Istituto di via Panisperna
il quale, per sfuggire alle leggi razziali, riparò nel
1938 a Parigi, poi in Canada ed infine in Russia diventando
uno dei più grandi ricercatori sui neutrini.
Gillo, invece, si laureò in chimica e fin da giovane,
nonostante appartenesse alla borghesia ebraica pisana, fu sempre
profondamente laico, frequentando i giovani intellettuali del
Pci. Fu un grande appassionato di cinema, ma anche di musica
(prese lezioni perfino dal maestro Schonberg) e di sport che
praticò a livello professionale nei suoi anni giovanili;
divenne infatti un campione di tennis, fuggendo nel ’38
insieme al fratello a Parigi. Nella capitale francese abbinò
alla carriera sportiva quella di playboy e di subacqueo, frequentando
al tempo stesso la scuola di Amendola e poi di Nergaville; furono
anni di formazione che forgeranno la sua educazione politica
e la sua personale visione del mondo venendo a contatto sia
con il mondo degli esuli politici italiani sia con l’ambiente
culturale francese: incontrò personalità come
Pablo Picasso, Igor Stravinskij e Jean-Paul Sartre, oltre ai
registi Yves Allegrét e Joris Ivens con i quali fece
le sue prime esperienze di collaborazione cinematografica. Fuggito
da Parigi in seguito all’arrivo dei tedeschi, riparò
a Saint Tropez dove visse di pesca subacquea e dando lezioni
di tennis. Fui coinvolto poi, grazie ai vecchi amici in esilio
del Pci con i quali era rimasto in contatto, nella lotta di
liberazione dell’Italia dall’occupazione tedesca.
Poco più che ventenne, operò come agente di collegamento
tra Francia ed Italia, ma in seguito tornò in Italia,
aderendo nel 1941 al Partito Comunista Italiano e coordinando
in Piemonte e Lombardia alcune azioni partigiane. Partecipò,
con il nome di battaglia di Barnaba, alla guerriglia della Resistenza
a Milano contro i tedeschi, diventando in seguito capo brigata
partigiano.
Dopo la fine della guerra, Pontecorvo parallelamente all’attività
politica per il Pci iniziò a lavorare anche come fotografo
e giornalista, divenendo corrispondente per l’Avas (un’agenzia
di stampa francese) e dirigendo anche il quindicinale comunista
“Pattuglia”. Come giornalista intraprese un personale
cammino di documentazione e rappresentazione della realtà
storica ed attuale che lo portò a diventare anche documentarista,
realizzando numerosi cine-documentari (tra i quali “Missione
Timiriazev”, "Pane e Zolfo" e "Cani dietro
le Sbarre"), prima di arrivare a lavorare nell’industria
del cinema. Una nota curiosa è che, prima di diventare
regista, fu anche attore recitando nel film del 1946 "Il
sole sorge ancora" di Aldo Vergaro.
La
sua carriera cinematografica iniziò in Francia
come assistente dei registi francesi Allegret e Ivens e poi,
tornato in Italia, come aiuto-regia di Steno e di Mario Monicelli
nel film “Le Infedeli” e “Totò e Carolina”.
Lo stesso Monicelli ricorda che avevano idee diametralmente
opposte sulla regia e furono leggendarie le loro litigate sul
set, ma i due diventarono alla fine grandissimi amici.
Importantissimo fu poi l’incontro (in un night club!!!)
tra Pontecorvo e lo scrittore Franco Solinas, con il quale avviò
una lunga e proficua amicizia e collaborazione che diede inizio
alla sua carriera di regista. Con Solinas, Pontecorvo ha sceneggiato
quasi tutti i film che ha girato a cominciare dalla sua prima
pellicola del 1956 “La Rosa dei Venti” (l’episodio
“Marcella”) realizzata congiuntamente ad Ines e
Cavacanti. Poi fu la volta de “La Grande Strada
Azzurra”, tratto da un romanzo di Solinas, di
cui il regista non fu mai pienamente soddisfatto a causa della
scelta forzata di due divi come Yves Montand e Alida Valli come
protagonisti di una storia di pescatori sardi, per la quale
voleva invece attori non professionisti del posto. Nel 1960,
dopo una lunga e tormentata stesura della sceneggiatura, realizzò
in Jugoslavia “Kapò”, uno
dei più belli ed importanti film sull’Olocausto
che scatenò feroci discussioni, polemiche ma anche emozioni
e plausi in tutto il mondo. Ma è nel 1965, dopo una lunga
e complicata lavorazione (che vide gli stessi attori finanziare
la produzione del film che si era arenata), che Gillo Pontecorvo
consegnò al mondo il suo capolavoro: il bellissimo, crudo
e geniale “La Battaglia di Algeri”,
film inerente la battaglia per la liberazione algerina dai colonizzatori
francesi che vinse un Leone d’Oro a Venezia, conquistò
due nomination all’Oscar e fu un grande esempio di cinema
morale e di coscienza. Tre anni dopo, nel 1968, il regista realizzò
“Queimada”: film contro il colonialismo
spagnolo interpretato da un magistrale Marlon Brando, fortemente
boicottato dalla Spagna e massacrato dalla distribuzione americana.
Nel 1979 fu infine la volta di “Ogro”,
l’ultimo film diretto da Pontecorvo che ricostruiva l’attentato
in Spagna in cui fu ucciso il colonnello Carrero Blanco.
Negli anni seguenti, nonostante il lavoro su numerosi progetti
cinematografici, Pontecorvo non diresse più alcun film,
lavorando ancora molto in politica e prendendo in mano la direzione
del festival del Cinema di Venezia per quattro anni, dal 1992
al 1996, che contribuì a rendere più giovane e
popolare. Per la televisione realizzò nel 1992 il documentario
Rai “Ritorno ad Algeri” più alcuni spot pubblicitari
(tra cui uno per le Ferrovie dello Stato). Nel 1986 ha indetto
insieme a Felice Laudadio il "Premio Solinas", in
memoria dell’amico e collaboratore, una prestigiosa manifestazione
per giovani autori del cinema italiano. I suoi ultimi lavori
come regista sono stati il cortometraggio "Nostalgia di
protezione", presentato alla Mostra del Cinema di Venezia
nel 1997, ed il documentario “Firenze, il nostro domani”
realizzato nel 2003.
LA
BATTAGLIA DI ALGERI
Più che un film è un documento storico che appartiene
ormai alla memoria collettiva del XX secolo, illustrando in
maniera chiara e documentaristica le fasi della famosa battaglia
di Algeri avvenuta nel 1957: battaglia che vide i soldati francesi
combattere i ribelli del Fronte di Liberazione Nazionale Algerino.
Il film è narrato da Ali La Pointe, uno dei capi della
ribellione algerina, che rievoca il passato della colonizzazione
francese con l’inizio della guerriglia, gli attentati,
gli scioperi e la repressione delle milizie francesi guidate
dal colonnello Mathieu. Un film che, con rigore giornalistico,
documenta con imparzialità e senza retorica le ragioni
e le posizioni di entrambe le parti: da un lato, i francesi,
colonizzatori in Algeria da 130 anni che tentano di reprimere
attentati sanguinosi che colpiscono sia militari che civili;
dall’altro, i ribelli algerini che vogliono l’indipendenza
del loro paese dai colonizzatori e ne combattono la presenza,
gli arresti, le torture e le ritorsioni. Il film pone domande
su entrambi i fronti: cosa è realmente giusto? E’
giusto perpetuare atti di terrorismo per liberare un paese?
E’ giusto arrestare e torturare anche innocenti per combattere
il terrorismo? Il film non fornisce risposte, ma solo punti
di riflessione attraverso la sua lucida cronaca narrativo-giornalistica.
“La Battaglia di Algeri” costituisce il capolavoro
(nonché il film più famoso) della carriera di
Pontecorvo: una cruda e realistica denuncia del colonialismo
europeo nonché una presa di coscienza da parte di un
intero popolo contro i colonizzatori francesi; Ali La Pointe
fu ucciso ma tre anni dopo il popolo algerino manifestò
nelle piazze per l’indipendenza del proprio paese. Il
film risulta girato con grande maestria tecnica e narrazione
corale, ottenendo un clamore internazionale: vinse il Leone
d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia del 1966, il Nastro
d’argento nel 1967 ed ottenne due nomination agli Oscar
(di cui uno per la regia e l’altro per la sceneggiatura)
venendo distribuito in tutto il mondo. Per molti anni, però,
ne fu vietata la proiezione in Francia. Negli anni ’70
l’FBI analizzò il film e dichiarò la pellicola
pericolosa perché il movimento delle Black Phanters studiava
le tecniche di guerriglia urbana dei ribelli algerini che il
film illustrava. Il Pentagono lo ha recentemente citato di nuovo
alla vigilia dell’invasione in Iraq. La fotografia, in
un livido bianco e nero, è firmata da Marcello Gatti,
mentre la colonna sonora è stata composta da Ennio Moricone,
che si ispirò chiaramente ai ritmi musicali algerini.
Il film è ancora oggi un’opera di straordinaria
attualità, ineguagliabile per la sua struttura narrativa
lucida e drammatica, che accanto alla cronaca storica indaga
sulle motivazioni di due schieramenti opposti ed inconciliabili
trattando al tempo stesso temi importanti come la libertà
e la solidarietà parallelamente ad argomenti “forti”
come repressione e terrorismo.
KAPO’
Diretto nel 1960 ed interpretato da un cast di ottimi attori
quali Susan Strasberg, Emanuelle Riva, Didi Perego e Laurent
Terzieff, “Kapò” costituisce la seconda collaborazione
tra Pontecorvo e Solinas, i quali realizzano uno dei film più
riusciti, crudi ed amari sull’Olocausto nazista; una parabola
sulla sopravvivenza, la degradazione e la distruzione della
dignità umana nei lager nazisti. Il film, girato in Jugoslavia
ed ambientato in un campo di lavoro tedesco in Polonia, racconta
la storia di una giovane ebrea che riesce a sopravvivere facendosi
passare per una comune criminale e, diventata un kapò
(capo squadra dei prigionieri), si trasforma in un’aguzzina
del suo stesso popolo. Il film fu oggetto all’epoca di
feroci stroncature (con accuse perfino di “amoralità”)
a causa anche del finale melodrammatico che ne rovina la struttura,
ma vinse il nastro d’argento nel 1961 (all’attrice
Didi Perego), conquistò una nomination all’Oscar
per miglior film straniero e fu distribuito in tutto il mondo.
QUEIMADA
“Queimada” costituisce la seconda pellicola di Pontecorvo
attinente la politica coloniale europea, stavolta nei paesi
del Sud-America, denunciando la tecnica dei governi-fantoccio
e le pesanti forme di schiavitù coloniali nei confronti
di paesi meno sviluppati e progrediti di quelli europei.
Girato nel 1969 in Colombia, nella città di Cartagena,
il film vede un grandissimo e sfaccettato Marlon Brando (affiancato
dall’attore indigeno Evaristo Marquez e dall’italiano
Renato Salvatori) protagonista di una storia ambientata nell’800
a Queimada, un’isola delle Antille dominata da secoli
dal Portogallo. L’Inghilterra è interessata per
i propri scopi commerciali a fomentare una rivolta dell’isola
contro i portoghesi ed invia a tale scopo un suo diplomatico.
Brando interpreta l’agente britannico che aiuta il carismatico
leader locale Josè Dolores nell’abbattere il regime
di colonizzazione portoghese, per poi eliminarlo quando il rivoluzionario
vuole l’indipendenza dell’isola anche dagli inglesi.
La sceneggiatura è di Franco Solinas e Giorgio Arlorio.
Il film è ricchissimo di elementi ideologici e politici
marxisti inerenti i rapporti di classe e lo sfruttamento sociale,
con una descrizione critica di origini e dinamiche inerenti
il colonialismo ed ampi rimandi alla rivoluzione cubana ed alla
guerra del Vietnam. Fotografia e musiche sono sempre firmate
dai grandi Marcello Gatti ed Ennio Moricone, collaboratori preferiti
di Pontecorvo. Il film, che scatenò le ire delle autorità
spagnole con minaccia di boicottaggio, fu prodotto da Aurelio
Grimaldi e distribuito dalla Warner Bros la quale ne stravolse
il montaggio originale e lo distribuì male (con il titolo
apocrifo di “Burn”), con scarso sostegno pubblicitario
e conseguente flop ai botteghini americani. Secondo le cronache
di quegli anni Brando, entusiasta sia del film che della sua
stessa interpretazione (la descrisse più volte come una
delle migliori della sua carriera), rimase molto deluso e seccato
sia dello scarso interesse del pubblico americano per “Queimada”
sia del comportamento della Warner, per la quale non volle più
lavorare.
OGRO
Ultimo film diretto da Pontecorvo, realizzato nel 1979 (dieci
anni dopo “Queimada”), la cui resa finale non soddisfò
mai fino in fondo il regista. La pellicola, co-produzione franco-italo-spagnola
sceneggiata da Pontecorvo insieme ai registi Arlorio e Pirro,
ricostruisce l’attentato in Spagna del 1973 dove fu ucciso
l’ammiraglio Luis Carrero Blanco, capo del governo e probabile
successore del dittatore Francisco Franco. “Ogro”
è interpretato da un misurato Gian Maria Volontè
nel ruolo di uno dei terroristi baschi che compongono il gruppo
dell’ETA che uccise Blanco. Il film ha una connotazione
fortemente politica (che all’epoca della sua uscita non
convinse pienamente critica e pubblico), con la pianificazione
dell’attentato mediante scene d’azione e lunghi
dialoghi ben fotografati da Marcello Gatti.
LA LUNGA STRADA AZZURRA
Film del 1957, coproduzione italo-jogoslavia tratta dal racconto
di Franco Solinas “Squarcio”, con il quale Pontecorvo
inizia la sua lunga collaborazione con lo scrittore che cura
insieme a lui la sceneggiatura. Nel film Yves Montand è
un pescatore di frodo che, grazie alla pesca con le bombe, vive
agiatamente riuscendo a comprare una barca sotto sequestro,
inimicandosi però progressivamente i suoi compaesani.
Nel cast c’è anche una star italiana come Alida
Valli ed un giovanissimo Terence Hill. Il film non è
riuscito completamente, a detta dello stesso regista, ma è
comunque un’opera di grande onestà morale ed impegno
sociale, con alcune sequenze molto suggestive ed una narrazione
robusta che fu premiata con un riconoscimento al festival di
Karlovy Vary.
LA ROSA DEI VENTI (Episodio MARCELLA)
“Marcella” è la prima regia firmata da Pontecorvo,
episodio del film “La Rosa dei Venti” del 1956,
che narra la storia di un’operaia che vorrebbe continuare
a lavorare nonostante la fabbrica sia stata occupata e questo
la porta a scontrarsi con gli altri operai ed anche con il suo
stesso marito, metalmeccanico comunista. L’episodio (di
gran lunga il migliore del film) coniuga efficacemente una storia
d’amore con tematiche politiche e sociali inerenti le
lotte di classe operaie.
Paolo Pugliese
2006
FILMOGRAFIA
I Miracoli non si Ripetono (assistente alla
regia di Yves Allégret - 1951)
Le infedeli (assistente alla regia di Mario
Monicelli e Steno - 1953)
Storia di Caterina - episodio de “L'amore
in città” (assistente alla regia di Francesco Maselli
- 1953)
Totò e Carolina (assistente alla regia
di Mario Monicelli - 1955)
Missione Timiriazev (documentario - 1953)
Porta Portese (documentario - 1954)
Festa a Castelluccio (documentario - 1954)
Giovanna (episodio de “La Rosa dei Venti”
- 1955)
Cani dietro le sbarre (documentario - 1955)
La Grande Strada Azzurra (film - 1957)
Pane e zolfo (documentario - 1959)
Kapò (film - 1959)
Paras (documentario - 1963)
La Battaglia di Algeri (1966)
Queimada (film - 1969)
Ogro (film - 1979)
L'addio a Enrico Berlinguer (documentario -
1984)
Udine - episodio di 12 registi per 12 città
(documentario - 1989)
Danza della Fata Confetto (cortometraggio -
1996)
Nostalgia di Protezione (episodio de “I
corti italiani” - 1997)
Un altro mondo è possibile (documentario
- 2001)
Firenze, il nostro domani (documentario - 2003)