FULL METAL JACKET

Speciale Stanley Kubrick - parte 6

 

 

Nel 1987, trent’anni dopo l’amarissimo ed antimilitarista “Orizzonti di Gloria”, Stanley Kubrick completava il suo apologo contro la guerra con un film iperrealista e crudo, pregno di cinismo ed humour nero: penultimo film della sua carriera, FULL METAL JACKET può essere a pieno diritto considerato come uno dei film più riusciti sulla guerra e sul suo effetto disumanizzante nei confronti dell’uomo. Un film neorealista di denuncia e riflessione (uno dei pochi di produzione americana) contro ogni conflitto bellico ed ogni ideologia totalitaria attraverso il dolore e la paura, la ferocia, la crudeltà gratuita e la solitudine umana nella guerra.

Il film è tratto dal romanzo “Short-Timers” di Gustav Hasford (che raccontava di una pattuglia di marines bloccata da un cecchino nascosto) ma, come anche per il precedente “Shining” di Stephen King, il regista ne utilizza solo l’incipit centrale per andare in una direzione narrativa diversa, arricchendone il tessuto di ulteriori temi e riflessioni ma, cosa importante da sottolineare, rinunciando a qualsiasi retorica ideologica.
La pellicola è divisa in due parti distinte e quasi indipendenti: la prima narra l’addestramento durissimo (e spesso sadico ed umiliante per i meno bravi) delle reclute nella caserma di Parris Island nel South Carolina, durante il quale si opera la totale depersonalizzazione dell’individuo in favore di una non-logica da soldato ubbidiente pronto ad uccidere. La seconda parte vede le stesse reclute combattere in un Vietnam dove non si riesce più a fare una distinzione marcata tra “buoni” e “cattivi”, dove il conflitto è combattuto a distanza, con colpi di mortaio, raffiche di M60, imboscate, cecchini, fuoco e sangue.

Non c’è eroismo né cameratismo in questo film e la guerra è descritta nel suo aspetto intimamente più aspro e violento, cioè dal punto di vista del soldato, spogliato della sua identità e trasformato tanto in macchina assassina quanto in carne da macello. Il clima di inquietudine ed ineluttabilità che Kubrick costruisce durante l’addestramento, illustrando il processo (tema a lui caro) di alienazione/de-umanizzazione attendendo la tragedia che chiude la prima parte, cede poi il passo ad una forte tensione costituita da un clima di assedio e minaccia nel secondo tempo, dal ritmo perfettamente calibrato illustrando fasi di combattimento e riposo dei soldati, asserragliati da un clima di morte incombente ed onnipresente.

Alter ego del regista è il personaggio di Jocker (un Matthew Modine in una delle sue migliori interpretazioni), attonito spettatore e protagonista di un viaggio atroce nella violenza umana, perfettamente rappresentata: un’atmosfera angosciante di lucida alienazione e cinismo traspare in ogni scena, rivelando la totale sfiducia di Kubrick per l’animo umano e denunciando l’aberrazione di una guerra che rende tutti vittime e carnefici: significative da questo punto di vista le sequenze con l’entusiasmo febbrile del soldato che riesce ad uccidere il cecchino avversario, oppure quello che reagisce indifferente alla morte dei commilitoni (“meglio a voi che a me”) oppure, soprattutto, l’emblematica ed esaustiva scena finale dove i soldati marciano nel fumo cantando “viva Topolin”, segno di una regressione infantile che completa e chiude un percorso di degradazione dei rapporti umani.

Da un punto di vista stilistico, per testimoniare la nuda realtà di una “sporca guerra” come quella del Vietnam, Kubrick adotta uno stile narrativo per sottrazione, asciutto, freddo e diretto, con inquadrature misurate e movimenti di cinepresa rettilinei che rendono la guerra una realtà soggettiva ed astratta (non c’è un vero e proprio combattimento nel film) che lascia il passo all’attenzione per le agghiaccianti reazioni umane dei protagonisti piuttosto che per i singoli eventi bellico-storici.

FULL METAL JACKET è infatti un film di guerra atipico perché rinuncia a mostrare in primo piano la guerra e gli scontri, i quali –a differenza di altri film appartenenti alla iconografia cinematografica bellica- sono rappresentati in maniera totalmente anti-epica, illustrando piuttosto la brutalità umana e l’effetto psicotico della moltitudine sul singolo, i cui valori sono travolti e scardinati dalla logica comportamentale del gruppo, adattandosi ed uniformandosi ad essa.
Atipica ed inedita, inoltre, l’ambientazione che è diversa da qualsiasi altro film sul Vietnam: FULL METAL JACKET non è ambientato nella giungla ma in una città devastata, un Vietnam urbano e decadente che si presta a modello di riferimento per qualsiasi altro insediamento umano martoriato dalla guerra, da Sarajevo a Bagdad.

Tra le curiosità del film, FULL METAL JACKET ha avuto una realizzazione durata ben cinque anni ed avvolta nel massimo riserbo stampa. Kubrick, che fu autore anche della fotografia, girò il film negli studios inglesi di Pinewood, facendo arrivare da fuori Inghilterra ben 200 palme per creare l’ambientazione esterna vietnamita. Il micidiale sergente addestratore Hartman è interpretato da R. Lee Ermey, un vero istruttore dell’esercito nonché consulente militare del regista, che si calò talmente nella parte da essere fondamentalmente lui l’autore delle battute trivie che il suo personaggio urla.

Al momento della sua uscita, FULL METAL JACKET divise pubblico e critica venendo considerato superficialmente un altro Vietnam-movie sulla scia di film come “Platoon” e “Salvador” usciti poco tempo prima. Fu un flop ai botteghini, venendo in seguito ampliamente rivalutato. Ottenne una nomination agli Oscar del 1988 per miglior sceneggiatura non originale più una nomination ai Golden Globes e due nomination ai British Academy Awards. Il titolo del film, infine, riprende il nome dei proiettili “blindatissimi” (full Metal) 7,65 dei fucili d’assalto dei Marines.

Marco Scaligeri 2005

 

SCHEDA FILM:

Titolo originale: Full Metal Jacket
Genere: bellico/drammatico
Regia: Stanley Kubrick
Soggetto: Gustav Hasford (romanzo)
Sceneggiatura: Stanley Kubrick, Gustav Hasford, Michael Herr
Cast: Matthew Modine, Adam Baldwin, Vincent D'Onofrio, R. Lee Ermey, Arliss Howard
Colonna sonora: Vivian Kubrick
Fotografia: Stanley Kubrick
Montaggio: Martin Hunter
Scenografia: Barbara Drake
Paese di origine: Usa
Anno di uscita:1987
Durata: 116 minuti