Biografia
Bong Joon-ho nasce nel settembre 1969 e si laurea in scienze
sociali alla Yonsei University.
Nel 1995 realizza il corto in 16mm “White Man”,
premiato al Shin-young Youth Movie Festival. Lo stesso anno
completa gli studi presso la Korean Academy of Film Arts. Il
suo corto di diploma, “Incoherence”, rivela già
la sua visione nera e nel contempo umoristica della società
coreana, che si tradurrà nelle opere successive in satira
pungente del suo paese e delle sue contraddizioni.
Nel
'97 lavora come aiuto regista in “Motel Cactus”
di Park Ki-yong e nel 2000 dirige il suo primo lungometraggio,
“Barking Dogs Never Bite”. La pellicola è
una commedia nera dai risvolti inquietanti, con solo un vaghissimo
senso di speranza nel finale, che vince il premio nella categoria
giovani registi all’ Hong Kong International Film Festival
e viene invitato presso numerosi festival internazionali vincendo
il premio per il miglior montaggio allo Slamdance Festival del
2001.
Comincia ad evidenziarsi già in questo lavoro, per la
verità girato in maniera molto accurata e con una certa
originalità nella rappresentazione, la critica al malessere
della società coreana. La Corea è raccontata con
disincanto e, nel contempo, con un desiderio di affrancamento
che trapela vagamente nella conclusione, ma che non basta certo
a cancellare il senso di rassegnazione per un’impossibilità
alla realizzazione che mina il cuore, non solo delle persone
ma dell’intero paese.
Nel 2002 recita un cameo nel riuscitissimo “No Blood no
tears” di Ryoo Seung-wan.
La consacrazione come regista arriva nel 2003 con “Memories
of Murder”, un noir molto riuscito basato sulla vera storia
del primo serial killer coreano; il film ha uno straordinario
successo di pubblico e critica che gli vale, tra gli altri riconoscimenti
nazionali ed internazionali, il premio come miglior regista
dell'anno.
All'inizio del 2004 realizza due lavori in digitale partecipando
a progetti collettivi quali “Twentidentity” con
“Sink & Rise” e soprattutto “Digital Short
Films by Three Filmmakers” insieme a Sogo Ishii e Nelson
Yu Lik-wai, con il notevole “Influenza”.
Dalla metà del 2004 si impegna nella preparazione del
suo nuovo progetto, l'ambizioso e costoso “The Host”,
uscito nell'estate del 2006. Si tratta di un ottima pellicola
eco-vengeance (celebrato anche come uno dei migliori “Monster-Movie”
della storia del cinema) che mescola bene la critica sociale
con i temi ecologici. I personaggi sono ben tratteggiati e la
storia, raccontata con amore e con mano ferma e intenti chiarissimi,
risulta ben equilibrata nel bilanciare la critica alla società
e la commozione per la sorte del pianeta e delle sfortunate
creature che sono vittima prima ancora che carnefice delle sciagurate
politiche internazionali, le quali allontanano sempre di più
la possibilità di un recupero della salute del pianeta.
Al momento è al lavoro nel progetto collettivo “Tokyo”,
dirigendo il segmento “Hiroko & Akira in Tokyo”,
che apparirà insieme agli episodi “Shaking Tokyo”
di Leos Caras e “Merde” di Michel Godry; il film
dovrebbe vedere la luce nel 2008.
Barking
Dogs Never Bite
Yoon-ju è un ricercatore universitario frustrato dal
fatto di non essere ancora riuscito a farsi assegnare una cattedra.
Vive con sua moglie incinta, che al momento è anche la
sola a lavorare, cosa che crea una certa tensione nei loro rapporti.
Ad un certo punto si convince che la causa del suo malessere
è nel continuo abbaiare di un cane che abita nel suo
condominio, e per questo decide di eliminarlo. Inizia così
una una serie di spiacevoli eventi che culmineranno con la morte
di una delle condomine, padrona di un altro cane vittima di
Yoon-ju il quale, nel frattempo, scopre l’esistenza di
un mondo sotterraneo nello scantinato del suo condominio dove
un barbone e il guardiano stesso del caseggiato mangiano strane
zuppe dal contenuto imprecisato. La situazione precipiterà
quando anche sua moglie prenderà un cane, il quale sparisce
nel corso di una passeggiata...
Appare
dura la vita dei cani nei condomini di periferia della Corea
del sud, i quali soprattutto se lasciati momentaneamente incustoditi
dai loro padroni, almeno da quanto si evince in questo film
dai toni non proprio rassicuranti, non possono sperare in una
lunga vita.
La metafora è evidente, se il cane che abbaia non morde,
come vuole il vecchio detto, è certo che l’umano
che non fa rumore farà assai più danno, specie
a chi non si può difendere. L’apparenza mite del
protagonista e la sua latente frustrazione scoperchiano un vaso
di Pandora colmo fino all’orlo se non proprio di follia,
almeno di pesante sociopatia. Il condominio è solo il
contenitore di una situazione sociale assai carica e del tutto
fuori controllo, cui non sfugge neanche il custode, che dovrebbe
sorvegliare ma che invece soffre dello stesso male di cui è
afflitto l’intero caseggiato, l’incredibile egoismo
e l’immotivata animosità nei confronti dei più
deboli. La sola a sfuggire al destino comune di freddezza e
apatia è la giovane Hyeon-nam che perde addirittura il
posto per attaccare in giro manifesti di cani scomparsi e per
inseguire il loro assassino.
Opera
di esordio del regista, “Barking Dogs Never Bite”
contiene già in nuce le qualita che verranno evidenziate
meglio nei suoi lavori successivi, il bellissimo noir “Memories
of Murder” e l’originale eco-vengeance movie “The
Host”.
La regia misurata ed originale, che diverrà più
personale nelle opere successive, qua rende al meglio il clima
di commedia non del tutto spensierata, ma che risulta assai
più pesante a causa dell’incredibile realismo dei
personaggi e delle loro banalissime vicissitudini. L’intreccio
di storie e la conseguente mescolanza di situazioni interdipendenti,
creano una miscellanea di sensazioni contrastanti nello spettatore
che quasi mai potrà identificarsi coi protagonisti, resi
credibili dalla miseria emotiva e dalla superficialità
con la quale vivono le loro poche occasioni di riscatto.
Ed è solo nell’incontro con l’unica anima
altruista dell’intero condominio che assisteremo all’incredibile
cambiamento del protagonista, in un capovolgimento mai nemmeno
supposto all’inizio del viaggio. Yoon-ju è un insensibile
frustrato le cui potenzialità sono inespresse e da tempo
nascoste sotto un mare di rancore, rinnovato dal rapporto scompensato
con sua moglie, la cui umanità viene insospettatamente
fuori solo dopo la sparizione del suo cane.
Tutti
i passaggi di trama sono sottolineati dalla presenza di un cane,
che vittima sacrificale in quanto impossibilitato a difendersi,
rappresenta la rassegnazione di una fascia sociale la quale
aspira al miglioramento, ma la cui volontà di rivalsa
finisce per tradursi in sopraffazione dei più deboli.
Il senso del tutto diviene così il superamento del dualismo
che oppone l’altruismo e la possibilità di un futuro
alla staticità ridotta ad immobilismo dalla rassegnazione
e dall’astio. Quindi sarà con inaspettato piacere
che nell’odore di speranza che permea il finale, vedremo
l’ombra del possibile cambiamento. Ed è con questa
nota possibilista che si chiude la storia raccontata con passione
e senza troppe illusioni, delle infinite derive sociali possibili
in un mondo assai lontano dalle patinature hollywoodiane.
Memories
of Murder
Corea del Sud, Provincia di Gyunggi. Una giovane donna viene
rinvenuta stuprata e uccisa. Successivamente vengono ritrovati
altri due cadaveri di donne e salta all’occhio della polizia
il fatto che tutte le vittime erano molto belle, vestivano un
abito rosso e sono state uccise in un giorno di pioggia. E'
il 1986 e questa è la vera storia del primo serial killer
della storia coreana. Un detective locale, Park Doo-man, viene
coadiuvato da Seo Tae-yoon, detective giunto appositamente da
Seoul. I due hanno modi di procedere diversi e quando la tensione
aumenterà lo scontro sarà inevitabile.
Seconda
opera di Bong Joon-ho, questo noir di ambientazione rurale basato
su un fatto vero di cronaca, si lascia guardare con interesse.
Il divario tra i due poliziotti è raccontato con abilità
e la trama, seppur semplice nella sua linearità, si arricchisce
di riferimenti culturali sulla Corea degli anni ‘80. Intervistato
circa l’effetto divertente di alcune scene sulle procedure
di polizia, Bong asserisce che le parti trovate divertenti dal
pubblico del 21esimo Torino Film Festival, non erano state pensate
per strappare il sorriso o per far risaltare il divario culturale
tra i poliziotti di provincia e il detective cittadino, ma sono
semplicemente il frutto degli studi che egli stesso ha compiuto
per realizzare il film e, quindi, derivanti dalla realtà
dei fatti accaduti all'epoca.
Certo
è che la regia non ci risparmia né il lato brutto
della storia, con i cadaveri in bella mostra, né quello
seppur involontariamente divertente come la scena in cui i poliziotti
vanno ad una festa e nella stessa inquadratura vediamo, in primo
piano, il detective di Seul e Park che discutono del caso arrivando
alla rissa, in secondo il capo della polizia che vomita in una
terrina e sullo sfondo, dietro un divano, un agente che assale
una spogliarellista. Questa brevissima scena racconta sui metodi
e la moralità dei poliziotti dell'epoca più di
quella in cui, per incastrare un sospetto, Park fabbrica dal
nulla delle prove. Il racconto dell’indagine si dipana
con lentezza e la frustrazione dei poliziotti diviene un elemento
predominante nei loro scambi verbali, il finale ci lascia con
una sensazione di amarezza, anche se risulta decisamente eccessiva
la deriva emotiva del poliziotto di Seul alla fine dei fatti.
La regia è misurata, l’ambientazione accurata e
gli attori risultano tutti ampiamente nella parte. Consigliato
a chi ama le storie di poliziotti scevre dagli eccessi hollywoodiani.
The
Host
In “The Host” (L’Ospite), Bong Joon-hoo polverizza
fin dal principio tutti i topoi del genere eco-vengeance, dando
vita, come ha giustamente notato il giornale Le Monde, ad un
film “mutante come la sua creatura”.
La storia inizia con i rifiuti tossici scaricati nel fiume Han
da una base militare americana che provocano la nascita di una
creatura anfibia, la quale si ricava una tana nei condotti delle
fognature e, per sopravvivere, si nutre di esseri umani. Quando
rapisce Hyun-seo, la figlia di Gang-du, che gestisce una bancarella
di generi alimentari sulle rive del fiume, tutti i membri della
famiglia cercheranno di salvarla, impegnandosi in una frenetica
corsa contro il tempo, inseguiti dalle autorità che hanno
chiuso la zona del fiume con un cordone di sicurezza.
Fin
qui la storia sembrerebbe rientrare nei canoni della categoria,
se non fosse che sotto le mentite spoglie del film di genere
si cela un corrosivo pamphlet contro il neocolonialismo made
in USA, nonché una riflessione sul grottesco asservimento
della politica sud-coreana agli interessi americani. Bong Joon-hoo,
pur omaggiando gli archetipi del genere per vie trasversali,
se ne frega altamente dei manuali di sceneggiatura e delle convenzioni
sulla costruzione della suspense, mostrandoci la creatura dopo
i primi cinque minuti in tutto il suo inquietante splendore
by Weta Digital, famoso laboratorio di effetti speciali digitali
creato da Peter Jackson, il regista della trilogia de “Il
Signore degli Anelli”.
I
cambi di registro narrativo sono vorticosi eppure coerenti,
ed il tono è ora satirico (l’incompetenza delle
autorità e la stupidità dei militari, l’uso
dell’Agent Yellow contro le armi batteriologiche), ora
buffonesco (la fuga della famigliola dall’ospedale), ironico
(i manifestanti no-global che indossano t-shirt con il faccione
di Gang-du, la psicosi da epidemia) ma anche drammatico (Hyun-seo
con il bambino, la caccia al mostro), in una girandola governata
con mano sapiente ed indiscutibile abilità registica.
Conseguentemente con gli assunti di partenza, a salvare Seoul
non saranno né la polizia né i militari e neanche
gli scienziati che postulano l’esistenza di un virus che
non c’è, ma la famiglia di Gang-du, un gruppetto
di perdenti all’ennesima potenza che il regista ritrae
con affetto e comprensione umanissimi: Gang-du è una
persona semplice, con un quoziente d’intelligenza non
proprio elevato, mentre il fratello è un laureato disoccupato
e la sorella una perenne abbonata alle medaglie di bronzo nelle
competizioni di tiro con l’arco. Con l’aiuto del
padre ed il fondamentale contributo di un barbone reclutato
per caso, il gruppo riuscirà ad avere ragione della creatura,
ma non a salvare la piccola Hyun-seo, considerato che, dopotutto,
siamo in Corea e non a Hollywood.
Inquietudini
ecologiste e satira politica non appesantiscono mai il film,
dove tutto si amalgama perfettamente (effetti in CGI compresi)
e che appare sempre fluido ed inattaccabile. A questo si aggiungano
dialoghi azzeccatissimi e grande attenzione alle psicologie,
il supporto di un ottimo cast di interpreti, su cui svetta il
magnifico Song Kang-Ho (già in “Memories of Murder”),
l’inaspettata e luminosa fotografia di Kim Hyung-ku, la
notevolissima colonna sonora di Lee Byung-woo…
Insomma, che altro serve perché i distributori italiani
si accorgano di questo film, che tra l’altro in Corea
è stato un blockbuster ed è uscito quasi dappertutto?
Ma forse, davvero, siamo soltanto la periferia dell’impero
e ci toccano in sorte solo i suoi sottoprodotti predigeriti.
Anna
Maria Pelella
Filmografia:
1993
- White Man
1994 - Frame in My Memory
1995 - Incoherence
2000 - Barking Dogs Never Bite (Flandersui gae)
2003 - Memories of Murder (Sarin-ui chu-eok)
2003 - Twentidentity (episodio - Sink & Rise)
2004 - Digital Short Films by Three Filmmakers (episodio –
Influenza)
2006 - The Host (Gwoemul)
2008 - Tokyo (episodio - Shaking Tokyo)