Her
hair is Harlow gold,
Her lips sweet surprise
Her hands are never cold
She's got Bette Davis eyes
Poche
righe, quelle della canzone di Donna Weiss e Jackie DeShannon,
interpretata da Kim Carnes alla fine degli anni ’70, che
ben rappresentano il mito di Bette Davis, una delle attrici
più significative del panorama cinematografico mondiale,
una delle poche attrici a proporre un tipo di donna differente
da quello imposto dalla società del tempo.
Da infingarda ammaliatrice (ruolo che più di una volta
ricoprì con risultati eccezionali) a celebre e fiera
attrice di teatro offuscata da un’aspirante starlette,
da ex bambina prodigio ormai logorata dall’alcol e dalla
follia a impenitente giocatrice d’azzardo, Bette Davis
ha accompagnato il cinema americano e non solo, con una serie
di figure femminili assolutamente anticonvenzionali e piacevolmente
sgradevoli.
Donne forti che malvolentieri si piegano ai voleri della società
in cui vivono e che difficilmente si spezzano, rifiutando di
soccombere e rinunciare alla propria intelligenza ed indipendenza:
Bette Davis ha rappresentato questo ed altro ancora, aprendo
la strada a tutte le attrici che a partire dagli anni '70 iniziarono
con successo a sperimentare personaggi femminili moderni, prive
di quella femminilità patinata e imbellettata imposta
dalla Hollywood degli anni d’oro.
Ruth
Elizabeth Davis nasce a Lowell, in Massachussetts, il 5 Aprile
1908.
Il padre, di origini anglo-gallesi, abbandona la famiglia quando
la Davis ha soltanto dieci anni; la madre, sebbene in ristrettezze
economiche, riesce a mandare la figlia ai corsi di danza di
Martha Graham (figura di spicco della danza negli Stati Uniti
della prima metà del secolo scorso) ed infine alla prestigiosa
Cushing Academy, dove consegue il diploma.
Dopo il rifiuto alle selezioni per la Eva LeGallienne's Manhattan
Civic Repertory, dove la Davis viene ritenuta troppo frivola
ed ipocrita, riesce ad iscriversi alla John Murray Anderson's
Dramatic School, dove diviene in poco tempo l’allieva
più apprezzata.
La sua prima apparizione off-Broadway risale al 1923 in "The
Earth Between", mentre deve aspettare il 1929 per il debutto
ufficiale a Broadway con “Broken Dishes”, con una
successiva apparizione anche in “Solid South”.
E’ il 1930 quando riceve il suo primo ingaggio cinematografico
da parte della Universal: parte quindi per Los Angeles. La sfida
hollywoodiana è appena cominciata.
Gli inizi non sono facili, al suo arrivo nessuno la accoglie
in stazione, o meglio, l’addetto incaricato non la riconosce,
aspettandosi di trovarsi davanti la tipica star dei tempi. E’
soltanto il primo di alcuni dolorosi episodi che la Davis subisce
a causa della sua bellezza non tipicamente hollywoodiana e quindi
frequentemente snobbata dagli addetti ai lavori dell’epoca.
Un funzionario della Universal paragona il suo sex appeal a
quello di Slim Summerville, star tanto esilarante quanto poco
affascinante del cinema muto.
Anche “Bad Sister”, sua prima esperienza cinematografica
del 1931, non impressiona la critica e, successivamente a qualche
altro film poco significativo, nel 1932 parte alla volta della
Warner Bros con un contratto di sette anni ed il successo tanto
atteso ormai dietro l’angolo.
Intanto sposa Harmon Nelson e, rimasta incinta, preferisce abortire
pur di non compromettere la propria carriera. Divorzia comuqnue
di lì a poco.
“The Man who played golf” con George Arliss è
il primo film in cui i critici iniziano ad interessarsi positivamente
dell’attrice. Ormai bionda platino anni '30 (stile Jean
Harlow), interpreta altri cinque-sei film a fianco di altre
stars in ascesa, da William Powell (“Fashions of 1934”)
a James Cagney (“Jimmy the Gent”).
Ma il primo successo strepitoso arriva quando la Warner la “presta”
momentaneamente alla RKO per “Of Human Bondage”
(1934), in cui la performance della Davis nei panni di Mildred,
cameriera priva di scrupoli noncurante delle attenzioni di un
innamorato Leslie Howard, impressiona definitivamente critica
e pubblico.
E’ soltanto il primo di tanti ruoli difficili di donna
infida e sfuggente in cui la Davis riuscirà, durante
la sua lunga carriera, a dare il meglio di sé.
Seguono altri film apprezzati dalla critica: da giornalista
agguerrita in “Front Page Woman” a “La Foresta
Pietrificata” (1936) nuovamente con Leslie Howard ed Humphrey
Bogart, in cui la Davis dimostra di essere un’attrice
a tutto tondo capace non solo di ruoli duri ed isterici.
Passando anche per “Dangerous - Paura d’amare“
(1935) per la regia di Alfred E. Green, che le regala il suo
primo Oscar meritattisimo nel ruolo dell’’attrice
Joyce Heath. Il New York Times la definisce una delle più
interessanti attrici del grande schermo.
Ma il periodo d’oro per la Davis sta soltanto per cominciare.
Dopo una breve crisi con la Warner, che non soddisfa le sue
esigenze proponendolo copioni scadenti, abbandona momentaneamente
gli States per un ruolo in Inghilterra.
Costretta legalmente da Jack Warner a rispettare il contratto
e al pagamento di una penale rientra in breve tempo ad Hollywood.
Il consenso è però ormai unanime, la Davis è
considerata un’attrice in grado di interpretare qualsiasi
ruolo e capace di monopolizzare anche il botteghino, aspetto
non indifferente per gli Studios. Nei successivi dieci anni
interpreta, quindi, una serie di successi strepitosi che la
consegnano definitivamente alla storia del cinema.
“Kid Galahad” (1937) di Michael Curtiz con Edward
G.Robinson, “It’s Love I’m After” -dello
stesso anno- con la storica amica Olivia De Havilland e nuovamente
L. Howard sono soltato alcuni titoli, fino a “Jezebel
la figlia del vento“ del 1938, che la riscatta dalla perdita
di uno dei ruoli femminili più celebri della cinematografia
mondiale, quello di Scarlet (meglio nota in Italia come Rossella)
O’Hara in “Via col Vento”, offerto dopo innumerevoli
provini alla fascinosa quanto sconosciuta Vivien Leigh, l’ennesimo
smacco alla sua poco apprezzata bellezza.
Sfortunatamente “Jezebel” costituisce l’ultimo
Oscar che la Davis riceverà dall’Academy, nonostante
le innumerevoli nominations che seguiranno negli anni a venire
e fatta esclusione per l’Oscar alla carriera, tardivo
quasi a rimediare anni di noncuranza da parte dell’organizzazione
del prestigioso premio.
“Jezebel” con un giovanissimo Henry Fonda viene
definito dai critici come “Bette’s decisive victory”.
Seguono alcuni capolavori, indimenticabili. In "Dark Victoy–Tramonto"
(1939), accanto ad un quasi sconosciuto Ronald Reagan, interpreta
la bella Judith Traherne, destinata a morire a causa di un tumore
al cervello e di cui rappresenta eccellentemente il lento decadimento
fisico e psicologico fino alla morte. Mentre a fianco di Miriam
Hopkins e George Brent interpreta “The Old Maid–Il
Grande Amore”, in cui rinuncerà anche alla propria
figlia interpretando un personaggio che soffre silenziosamente
nascondendo il proprio dolore con un’ostentata durezza.
Dello stesso anno “Il conte di Essex”, in cui la
Davis veste i patti della regina Vergine, ruolo che tornerà
a ricoprire dopo oltre quindidici anni ne “ Il favorito
della Grande Regina”. Nella versione del ’39 lavora
con Errol Flynn e nuovamente con la De Havilland e mostra infinito
coraggio nell’accettare di lasciarsi imbruttire dal trucco
per interpretare il ruolo della regina Elisabetta.
In realtà frequenti sono gli scontri coi truccatori che
si ostinano a ritoccarle il trucco, cercando di cambiare quella
strana quanto caratteristica piega delle sue labbra, perfino
nelle scene in cui non necessario e contro i quali lei non esita
mai ad accanirsi.
Del 1940 l’indimenticabile “Ombre Malesi”
(The Letter), in cui dà il meglio di sé nel ruolo
della spregiudicata Leslie Crosbie, ed ancora “Piccole
Volpi” dell’anno dopo, in cui, capelli raccolti,
e abiti austeri interpreta Regina, una donna che per il denaro
e il potere è disposta a sacrificare anche l’affetto
della propria famiglia.
Si prosegue con “The Man who came to Dinner” con
Ann Sheridan e “In This Our Life”, nuovamente con
la De Havilland e G. Brent.
Sempre nel 1940 sposa Artur Farnswort, che sfortunatamente muore
soltanto tre anni dopo; nel frattempo però le si attribuisconoo
diversi flirt con celebri colleghi dello spettacolo.
Del 1942 l’indimenticabile “Perdutamente Tua”
(Now Voyager), in cui la Davis da brutto anatroccolo si trasforma
in Charlotte, uno stupendo cigno, accompagnata dalle bellissime
musiche di Max Steiner.
E’ l’attrice più pagata del mondo, impegnata
anche nel sociale, che cerca di dare il proprio contributo nel
periodo della seconda Guerra Mondiale creando l’Hollywood
Canteen, ovvero trasforma un nightclub abbandonato da tempo
in un centro per i soldati in transito a Los Angeles e. per
questo, quasi quaranta anni dopo riceverà la Distinguished
Civilian Service Medal dal Ministero della Difesa.
Nel 1945 si sposa per la terza volta con William Grant Sherry
e dall’unione nasce la figlia Barbara, ma il matrimonio
dura soltanto cinque anni
Anche il successo non è destinato a perdurare.
Inizia infatti un periodo di stasi per l’attrice, alla
quale vengono riservati soltanto copioni mediocri: dal poco
credibile musical “Thank your Lucky Stars” al dramma
“Peccato–Beyond the Forest”, in cui la Davis
sfoggia un’inverosimile chioma nera.
Si salvano esclusivamente “La Signora Skeffington”
(1944), con l’ennesima nomination all’Oscar, e del
1946 “L’anima e il volto” (A Stolen Life),
al fianco di Glenn Ford, nel ruolo di due sorelle caratterialmente
differenti ma assolutamente identiche: alla tragica morte dell’una,
l’altra ne prenderà segretamente il posto per coronare
il suo sogno d’amore. Riesce magnificamente in questa
doppia interpretazione, tanto da ritentare l’esperimento
oltre vent’anni dopo nel thriller “Chi giace nella
mia bara” (1964) .
La crisi sul grande schermo è ovviamente accompagnata
dal deteriorarsi dei rapporti con la Warner, accusata di non
riservarle ruoli di una certa levatura. Passa quindi alla 20th
Century Fox.
Il grande ritorno è segnato dal ruolo di Margo Channing
in “Eva contro Eva” (All about Eve) del 1950, con
un cast d’eccezione che vede stelle del calibro di George
Sanders e Anne Baxter.
Pur non essendo il personaggio principale interpreta superbamente
la parte di un’attrice famosa, algida nella sua ostentata
superiorità recitativa, ma capace anche di grandi dolcezze,
che ingannata da un’attrice ben più giovane e agguerrita,
le cede il passo accettando il mutarsi degli eventi ed un cambiamento
di rotta nel destino di ogni attore, simile a quello da lei
stesso vissuto poco prima nella vita reale.
Un ruolo arrivatole quasi per caso in sostituzione di Claudette
Colbert, un ruolo interpretato magistralmente: nel film si ammira
infatti una Davis con tanto di fascia in testa e maschera sulla
faccia mentre ironizza con un’amica o in veste elegante
e glaciale mentre si accende con finta noncuranza una sigaretta
al gala dove la sua nemica le ha appena soffiato l’ambito
premio. Anche in questo caso l’Oscar le viene negato,
anche in questo caso i ruoli successivi non sono all’altezza
del precedente.
Nel film anche il suo quarto marito Gary Merril, col quale adotterà
due bimbi, Michael e Margot.
Anche questa unione dura a malapena cinque anni.
Dei dieci anni successivi si ricordano principalmente il già
annunciato “Il favorito della grande regina” al
fianco di Joan Collins, “The Star” in cui, ironia
della sorte, interpreta una star in declino, “Telefonata
a tre mogli”, in cui interpreta una donna paralitica,
ed ancora “Al centro dell’uragano” (Storm
Center) del 1956, in cui interpreta un’indomita bibliotecaria
che sfida i bigotti della cittadina in cui vive; infine “Pranzo
di nozze” (The Catered Affair) accanto Martin Balsam.
All’inizio degli anni Sessanta le opportunità di
lavoro scarseggiano, l’attrice reagisce con una provocatoria
inserzione su una rivista cinematografica: “Madre di tre
bambini di 10, 11 e 15 anni, divorziata, americana, trent'anni
di esperienza come attrice cinematografica, versatile e più
affabile di quanto si dica, cerca impiego stabile a Hollywood.
Bette Davis, c/o Martin Baum, Gac. Referenze a richiesta”.
Inizia
per l’attrice una rinascita artistica, con una serie inedita
di ruoli che, se da un lato le garantiscono la presenza sul
grande schermo per un lungo ed inaspettato periodo di tempo,
da un altro relegano la sua versatilità interpretativa
costringendola a ruoli più o meno similari, fatta eccezione
per pochissimi casi.
Successivamente ad “Angeli con la pistola” al fianco
di Glenn Ford e Peter Falk, in cui interpreta una barbona portata
alla ribalta da un gangster che le permette di riunirsi alla
figlia da anni lontana da casa, sempre nel 1961 Bette Davis
dà vita ad uno dei personaggi più inquietanti
della sua carriera.
Al fianco dell’unica attrice con cui non avrebbe mai immaginato
di lavorare a causa di storici dissapori, Joan Crawford, interpreta
il cult "Che fine ha fatto Baby Jane?", dalle ambientazioni
cupe e angosciose, che riporta alla ribalta entrambe le protagoniste
reduci da un periodo di crisi.
Il duetto Davis-Crawford, reso celebre anche dai continui litigi
sul set tra le due attrici, è indimenticabile sotto la
guida di Robert Aldrich.
La Davis interpreta magistralmente il personaggio di Jane Hudson
e lo caratterizza, oltre che con trucco eccessivo ed un look
indimenticabile, con una carica emotiva notevole, realizzando
un’altra donna di grandi eccessi, capace di canticchiare
motivetti da bimbetta innocente e di trasformarsi in una donna
violenta e spietata con reconditi e folli piani omicidi .
Memorabile la scena in cui, totalmente ubriaca, con tanto di
cerone e rossetto, lunghi boccoli biondi e fiocco nero in testa,
rifà lo spettacolo di quando era una bimba prodigio,
totalmente immersa nei ricordi del passato, all’improvviso
specchiandosi si vede realmente per la donna che è ed
urla piangendo disperatamente per la propria condizione.
Anche in questo caso la Davis sfiora l’Oscar, ma ovviamente
non lo vince.
Del filone thriller seguono due-tre film interessanti e di successo,
su tutti “Piano, Piano dolce Carlotta” (Hush, hush
sweet Charlotte), che segnò il ritorno anche di un’altra
attrice e amica, la De Havilland. Al film parteciparono anche
Joseph Cotten ed Agnes Morehead (protagonista successivamente
di "Vita da Strega" nei panni della madre di Samantha).
Si tratta di un film a tinte oscure, con buone ambientazioni
sottolineate da una colonna sonora pungente ed un motivetto
da clavicembalo che accompagna tutto il film.
Il già citato “ Chi giace nella mia bara”
ripropone un doppio ruolo, nuovamente ben interpretato dalla
Davis, grazie anche ad ottimi effetti cinematografici nel rappresentare
le due gemelle contemporaneamente presenti in scena, soprattutto
per le possibilità dell’epoca.
Seguirono “Nanny la Governante”, altro film in cui
la Davis interpreta il ruolo ambiguo di una tata assassina,
e “The Anniversary”, con il personaggio di una madre
terribile e diabolica in un film il cui solo pregio è
la presenza dell’attrice.
Negli anni Settanta Bette Davis si dedica con vigore al piccolo
schermo, collezionando anche diverse soddisfazioni, fatta eccezione
per qualche ruolo in film ispirati ai romanzi di Agata Christie,
tra tutti “Assassinio sul Nilo” in cui interpreta
una dama cleptomane dalla lingua tagliente; riceve ben tre nominations
agli Emmy Awards rispettivamente per “Strangers”
(1979), per il quale vince il premio, “White Mama”(1980)
ed infine “Little Gloria…happy at last”. Nel
1982 prende parte anche alla serie TV “Hotel”, trasmessa
anche in Italia, al fianco di Connie Sellecca e James Brolin
Non manca qualche presenza anche nei film di genere horror come
“Ballata Macabra” (Burnt Offerings) del 1976, accanto
a Oliver Reed e Karen Black, ma non sono sicuramente film significativi
nella carriera dell’attrice.
Interessante invece l’esperimento italiano con Comencini,
al fianco di Joseph Cotten e dei nostrani Alberto Sordi e Silvana
Mangano: il risultato non è eccelso e la Davis esce dall’esperienza
amareggiata anche a causa dei continui scontri con Sordi, dal
quale si sente derisa continuamente in una lingua, l’italiano
o meglio il romanesco, che lei comunque non conosce.
Gli anni Ottanta sono segnati da una serie di avvenimenti particolarmente
difficili per l’attrice.
Nel 1985 la figlia naturale, Barbara Davis Hyman pubblica My
Mother’s keeper, un’impietosa biografia della madre,
da cui l’attrice risulta una madre egoista e alcolizzata.
Rimasta sola con la devota accompagnatrice Kathryn Sermak, pubblica
con la collaborazione di Michael Herskowitz, "This’n
That", in cui cerca di rimediare alla cattiva pubblicità
della figlia.
Seguono anche gravi problemi di salute, diversi ictus ed una
pesante mastectomia che la debilitano fortemente senza riuscire
però mai ad abbatterla.
La Davis pagherà caro infatti l’abuso di fumo di
tutta una vita. D’altro canto non abbandonerà mai
la tanto amata sigaretta onnipresente perfino nelle caricature
che la rappresentavano, sempre con quei due enormi occhi enormi,
quasi basedowiani ed il piglio aggressivo che la caratterizzava.
E’ comunque molto cambiata, magrissima e stanca dei continui
andirivieni dagli ospedali.
Non smette comunque di viaggiare: va a Washington, dove nel
1987 riceve un premio alla carriera, a Campione d’Italia
accanto l’amico Raf Vallone ed infine al festival di San
Sebastiano in Spagna, dove riceve il suo ultimo premio.
A causa di un malore, infatti, il 6 ottobre 1989 viene ricoverata
d’urgenza all’ospedale Americano di Parigi e lì
si spegne all’età di 81 anni, distrutta da un male
incurabile.
La carriera della Davis si chiude con due film: iniziando dal
secondo, “Wicked Stepmother”, un horror-comedy anonimo
(che cito soltanto perché tecnicamente rappresenta l’ultimo
film dell’attrice), preferisco ricordarla però
per il primo dei due, “The Whales of August”.
Quasi sconosciuto al grande pubblico, uscito in Italia in un
periodo in cui gli Italiani malvolentieri frequentano le sale
cinematografiche, l’estate, il film si rivela invece una
vera e propria chicca, un saggio di recitazione di tre mostri
sacri, che proprio attraverso questo film consegnano il loro
addio al mondo del cinema: oltre Bette Davis infatti, nel film
spiccano Vincent Price, indimenticabile attore che in “Le
Balene d’Agosto” abbandona il ruolo di re dell’horror,
mostrando una sensibilità interpretativa d’eccezione,
e Lilian Gish, storica attrice del cinema muto. Il
film si basa essenzialmente sui piccoli gesti e sulle struggenti
conversazioni degli anziani personaggi, stanchi ma ancora pieni
di desideri e speranze nonostante l’età avanzata.
La
Davis in quest’ultima interpretazione mostra tutti gli
aspetti e le contraddizioni che la caratterizzarono sia sul
grande schermo che nella vita privata: è dura, fiera,
arrabbiata e combattiva -come in tanti film ci è apparsa-,
ma contemporaneamente mostra la proprie debolezze e l’insicurezza
per un futuro incerto, come incerta fu la sua carriera in alcuni
momenti della sua vita, pur riuscendo sempre a creare personaggi
unici ed indimenticabili.
"Le Balene d’agosto" si chiude proprio sullo
scambio di battute tra le due protagoniste. La Gish dice: “Le
Balene non verranno più da noi”, simbolo che la
speranza sta svanendo, ma la Davis risponde “Non si può
mai dire….non si può mai dire”. Ancora una
volta una frase di coraggio per una donna che divenne un'attrice
fondamentale nella storia del cinema, capace di cambiare in
alcuni casi le regole del tempo e di imporre uno stile recitativo
innovativo e sempre apprezzato, di grande ispirazione per tutte
le attrici moderne.
Giulia
Di Natale
2009