Nel
cinema moderno, quasi sempre, i grandi eventi della Storia dell’umanità
hanno funto da sfondo a storie personali, avventurose, affettive
dei singoli personaggi collocati in un determinato contesto temporale.
La differenza, tra il film storico ed il film in costume, appare
molto labile perché se il primo ha componenti storiche
ben precise con la ricostruzione di eventi davvero accaduti, il
secondo è concentrato maggiormente su fatti inventati e
narrati su uno sfondo –appunto- storico.
Su questa distinzione si basa il film di Stanley Kubrick “Barry
Lydon”, girato nel 1975 ed ennesima tappa del suo processo
di sperimentazione visiva e narrativa del regista.
Pur essendo un film storico, “Barry Lydon” contiene
una forte componente di fiction avventurosa inerente la figura
del protagonista che costituisce la parte centrale della pellicola;
Kubrick si è preoccupato soprattutto di raffigurare un
preciso periodo storico attraverso il contesto sociale che fa
da sfondo alle avventure del giovane (e poi maturo) Barry, composto
da ambienti, costumi, ritmi, convenzioni sociali in uno straordinario
piano formale e cinematografico.
Il film è infatti un’opera con una narrazione visiva
simile ad un album d’immagini (come il critico cinematografico
Morandini suggerisce), sviluppata grazie ad un’attenta analisi
da parte di Kubrick dei maggiori dipinti paesaggistici dell'XVIII
secolo che hanno determinato la scelta delle location per le riprese,
rigorosamente europee.
Kubrick compone il film tramite suggestioni pittoriche di grande
potenza visiva, inedite sperimentazioni con la luce ed il colore,
una curatissima ed ammaliante raffigurazione dei personaggi che
fanno di “Barry Lydon” un’opera complessa ed
assolutamente indimenticabile. Ma il film, al di là dello
sperimentalismo tecnico-visivo di Kubrick, non è “solo”
un semplice esercizio di stile bensì un affresco riflessivo
sulla ciclicità ripetitiva della storia umana, attraverso
una narrazione fredda e focalizzata a distanza delle vicende del
protagonista che suggeriscono allo spettatore un’amara riflessione
sui riflussi storici e sul potere.
Il film, tratto dal romanzo di William M. Thackeray “Le
Memorie di Barry Lyndon”, narra la parabola dell’ascesa
e della caduta di Barry, un avventuriero del ‘700 di origini
irlandesi la cui vita è scandita da molteplici tappe: soldato,
spia e giocatore d’azzardo, arrampicatore sociale, marito
della nobile Lady Lydon. Un personaggio sfaccettato, antieroico,
ambizioso, romantico, opportunista e bugiardo, ma a suo modo anche
nobile, riuscendo ad arrivare alla massima fortuna per poi perdere
irrimediabilmente tutto.
Le intenzioni di Kubrick erano quindi porre una riflessione sulla
storia umana attraverso un rigoroso realismo narrativo mediante
il quale dare un quadro neutro di un’epoca. Realismo fu
la parola d’ordine del regista per il film, affidandosi
ad una ricostruzione di ambienti e costumi il più fedele
possibile grazie allo studio di stampe, raffigurazioni e dipinti
del ‘700. Addirittura, le riprese vennero effettuate senza
illuminazione artificiale, ma solo con l’ausilio di luce
naturale per le riprese diurne e di candele e lampade ad olio
per quelle notturne. Una scelta non facile, con un mirabile lavoro
su luminosità e colore che costrinse il regista ed i tecnici
ad un lavoro meticoloso di pianificazione tecnica durato mesi,
con l’impiego di un’innovativa tecnologia sperimentale
della Nasa, come le rivoluzionarie lenti Zeiss (usate per le macchine
fotografiche dei satelliti) e le cineprese della Panavision con
sistemi di ripresa e pellicole foto-sensibili.
Vari critici cinematografici (tra i quali il Merenghetti, Di Giammatteo,
Farinotti) sono concordi nel dire che “Barry Lyndon”
sia una ricostruzione iconografica minuziosa, sperimentale e complessa
nei meccanismi narrativi e nella struttura visiva, fortemente
evocativa nel sapiente uso della musica, con pezzi classici rielaborati
dal compositore Leonard Rosenman. Un film freddo e crudele, solenne
e malinconico, immerso in una atmosfera che rende perfettamente
il clima del tempo, con una voce narrante suadente e beffarda,
espediente usato da Kubrick per spiegare vicende che altrimenti
sarebbero risultate incomprensibili.
Pregevole poi la descrizione, dietro il ritratto di un eroe ambiguo,
di una società violenta, classista, che nasconde profonde
miserie con la maschera dell’eleganza e del perbenismo.
Un film di eccelso splendore formale (straordinari i suoi lenti
zoom all’indietro che a partire da un particolare svelano
il panorama o la scenografia che lo circonda ) del quale però
non furono apprezzate dal grande pubblico né il realismo
formale, né la voluta lentezza narrativa né il pessimismo
desolante sulle possibilità dell’uomo di conquistare
un reale progresso, con accuse al regista di eccessiva macchinosità
nella narrazione e personaggi trascurati a favore delle immagini.
“Barry Lydon” fu infatti un fiasco ai botteghini,
che divise la critica, ma che ottenne ben 7 Nomination agli Oscar
nel 1976 (tra le quali a Kubrick per regia e sceneggiatura) vincendone
4: Oscar per "migliore scenografia", "migliori
costumi", "migliore direzione musicale", "migliore
composizione originale".
Nota:
Le copie del film, a causa della sua particolare fotografia, furono
distribuite in tutto il mondo accompagnate da un libretto di Kubrick
con le istruzioni dettagliate per la corretta proiezione.
Marco
Scaligeri
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