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In
un’Inghilterra appartenente ad un futuro non troppo lontano
(ed oggi abbastanza superato) assistiamo alle peripezie di Alex,
un giovane di buona famiglia amante di droghe, sesso, violenza e
musica classica il quale, a capo di una gang di teppisti chiamata
“Drughi”, si dedica di notte a massacrare gente e violentare
donne dopo essersi drogati con anfetamine. In seguito ad un’efferata
escalation a base di violenza, stupri ed omicidi Alex viene tradito
dai compagni, arrestato e sottoposto ad una “cura” sperimentale
basata sul lavaggio del cervello: il programma “Ludovico”,
consistente nella visione ininterrotta di scene brutali con un sistema
che impedisce al soggetto di chiudere gli occhi e che gli provoca
un totale rifiuto della violenza. Reso inoffensivo e dichiarato
“guarito”, torna ad essere libero ma si ritrova isolato
a confrontarsi con un mondo ancora più violento di prima,
con la sua famiglia che lo respinge ed i suoi ex-compagni che, diventati
poliziotti, si vendicano di lui alla prima occasione massacrandolo
di botte. Divenuto il simbolo della “cura” e dell’efficienza
della polizia, vittima lui stesso di violenza altrui (la vendetta
di una sua vittima), Alex sarà spinto al suicidio ma, salvato
in extremis alla fine del film, “guarisce” una seconda
volta tornando ad essere sé stesso e stavolta con la benedizione
del potere statale.
Dei
tre film fantascientifici diretti da Kubrick (“2001”
e “Il Dottor Stranamore”), “Arancia Meccanica”
è sia quello più violento che quello con maggiori
agganci con il presente. Gli elementi futuristici sono pochi, relegati
soprattutto alle scenografie, perché il film è in
sintesi una parabola fanta-sociale con al suo interno un’amara
riflessione in bilico tra il filosofico ed il grottesco sulla violenza,
l’istinto umano ed il rapporto del singolo con la società.
Tratto
dall’omonimo romanzo di Anthony Burgess (scritto nel 1962),
“Arancia Meccanica” è stato realizzato nel 1970
con un budget di due milioni di dollari e girato in formato di 35
mm; uscito nella seconda metà del 1971, ebbe una nomination
per l'Oscar al miglior film nel 1972 ed ancora oggi è una
pellicola di allarmante attualità che conquistò all’epoca
una fulminea fama di opera maledetta visto la serie di atti di violenza
emulativa che scatenò nel sottobosco giovanile. Kubrick fu
costretto in seguito a ciò (ed alla conseguente ondata di
attacchi dei mass media) a chiedere nel 1974 il ritiro del film
dall’Inghilterra. Per anni, prima di essere attentamente analizzato
e riconosciuto come cult-movie, il film ha subito le censure di
molti paesi nel mondo a causa sia dell’efferata e sgradevole
dose di violenza iperrealistica che esso contiene (seppur stemperata
da un tono grottesco) sia per le vene di nichilismo, anarchia e
pessimismo assoluto scevre da ogni ideologia rivoluzionaria di quegli
anni. Kubrick propone un discorso lucido sulla violenza, ritratta
prima come “ludica” (quello che Alex fa agli altri per
lui è una sorta di gioco) e poi inserita come elemento basilare
di un’intera comunità (e quindi necessaria), che all’epoca
spaventò non poco, ma che oggi risulta un argomento attualissimo,
presentando i germi di un genere cinematografico nuovo ed anticipando
i tempi di movimenti anarchici come il Punk o la Blank generation.
Nel
film, la follia e l’aggressività del singolo sono parallele
a quelle dell’intera società e quelle di quest’ultima
sono anche peggiori perché appartenenti ad un organo “superiore”
all’individuo che lo inglobano in essa, condizionandolo e
strumentalizzandolo. Il protagonista Alex è un personaggio
unico ed esemplare per la sua caratterizzazione ambigua e psicotica,
specchio di un disagio sociale endemico ed eroe anarchico e “negativo”,
ma a suo modo anche onesto, di un racconto senza morale e senza
redenzione che ha come oggetto, attraverso la violenza, il semplice
libero arbitrio. Lo stesso Kubrick in varie interviste ha spiegato
l’anima del personaggio con queste parole:
«L'unico
personaggio che si possa paragonare ad Alex è Riccardo III
e penso che entrambi agiscano in modo molto simile sulla nostra
immaginazione.
Entrambi portano il pubblico a dar loro confidenza, entrambi sono
completamente onesti, acuti, intelligenti e privi d'ipocrisia. La
storia ha due livelli. Ci sono le implicazioni sociologiche sul
quesito se sia più gravemente immorale togliere ad un uomo
la libertà, imprigionandolo, o il libero arbitrio, trasformandolo
in un'arancia meccanica, un robot. E il potere della storia è
nel personaggio di Alex che in qualche modo ti conquista, come Riccardo
III, a dispetto della sua malvagità, per la sua intelligenza
e acutezza e per la sua totale onestà. Rappresenta l'inconscio,
il lato selvaggio represso della nostra natura, che gode innocentemente
dei piaceri dello stupro».
Ma
“Arancia Meccanica” è un film che viene ricordato
anche dal punto di vista visivo e sonoro, con un enorme bagaglio
di invenzioni stilistiche e narrative che Kubrick inserì
in esso, a cominciare dagli originali dialoghi ricchi sia di nuovi
elementi lessicali (ad esempio il termine “Drughi”=Amici)
mutuati in parte dal romanzo di Burgess sia di contaminazioni e
citazioni letterarie e poetiche.
Geniale poi l’uso della colonna sonora composta da brani sintetizzati
di musica classica, che accompagnano la narrazione fungendo da contrappunto
ironico/grottesco di alcune scene, divenute memorabili ed indimenticabili:
è il caso –ad esempio- del brano “Guglielmo Tell”
velocizzato ed in linea con le immagini accelerate dell’orgia
in stanza di Alex, con lui e due donne, in cui il contenuto erotico
cede il posto al comico. Oppure, il dissacrante uso di una canzone
famosa ed amata come “Singin' in the rain” che Alex
canticchia mentre esegue lo stupro su una donna e che contribuisce
a rendere la visione della scena esasperata e disturbante, divenuta
poi una delle sequenze più agghiaccianti della storia del
cinema. O, ancora, un brano di Rossini funge da accompagnamento/ispirazione
catartica per la vendetta di Alex sui compagni, nella scena in cui
ristabilisce la propria supremazia come capo banda.
Di grande impatto visivo sono anche i costumi vittoriani e pop dei
personaggi, gli interni art-decò d’avanguardia inglese,
l’utilizzo di Kubrick dei quadri della moglie Christiane,
per non parlare degli arredamenti inusuali e concettuali curati
da Russell Hagg e Peter Sheilds come, ad esempio, lo scioccante
Korova Milk Bar con tavoli antropomorfi.
Lo spettatore è immerso in uno scenario futurista ma drammaticamente
attuale, con un’atmosfera allucinata ed apocalittica, colorata,
violenta e con sequenze scioccanti e provocatorie che colpiscono
il pubblico con la violenza di un pugno nello stomaco, evidenziate
dalla fotografia del tecnico John Alcott -già collaboratore
di Kubrick per “2001”- in totale sintonia con il regista
per creare l’atmosfera ambigua e non rassicurante del film.
Inoltre, Kubrick costringe il pubblico anche a venire a patti con
la propria coscienza, visto che la narrazione è soggettiva
ed è filtrata dal punto di vista personale dello stesso Alex
il quale illustra passaggi, pensieri e riflessioni in prima persona,
con voce fuori campo. Il pubblico quindi partecipa costantemente
all’esperienza di Alex, perché il personaggio si rivolge
più volte ad esso sciorinando i propri pensieri e quindi
scatta quasi un processo di “avvicinamento” tra lui
e lo spettatore, nonostante il disturbo che i suoi atti provocano.
Una parte del merito del film va, in questo senso, anche all’attore
Malcom McDowell che all’epoca era praticamente uno sconosciuto
ma dotato di un volto inquietante che colpì molto Kubrick.
Mc Dowell ha interpretato il personaggio fulcro della sua carriera,
seguendo le direttive del regista ed adattandosi a tutte le sue
richieste con un impegno fisico e psicologico durissimo. Ad esempio,
l’attore aveva il disgusto per i rettili e fu costretto a
maneggiare un serpente che il protagonista teneva come animale domestico,
oppure rischiò l’annegamento nella scena in cui gli
ex-compagni immergono la faccia di Alex nell’acqua putrida;
ma le scene più difficili riguardarono quelle del programma
“Ludovico”, nel girare le quali, si ferì alla
cornea con il celebre “Fissapalpebre” chirurgico e Kubrick
continuò malgrado tutto le riprese.
“Arancia Meccanica” è in sintesi uno dei film
più sperimentali e raffinati di Kubrick, praticamente perfetto
per quanto riguarda sceneggiatura e messa in atto dal punto di vista
tecnico, quest’ultima portata avanti dal regista con numerosi
artifici narrativi basati sull’uso dello zoom, dei grandangoli,
di soggettive, di accelerazioni e rallentamenti delle riprese, di
inquadrature studiatissime...
Un film innovativo e scioccante, definito “sublime”
per l’impostazione complessa e modernissima, difficile da
rivedere ma impossibile da dimenticare.
Infine, arriviamo alla spiegazione del titolo: perché “Arancia
Meccanica”?
E’ lo stesso scrittore Anthony Burgess che, in un’intervista,
spiega la genesi del nome:
“Nel
1945, al ritorno dal fronte, in un pub di Londra ho sentito un cockney
(espressione usata dagli inglesi per distinguere un londinese,ndr)
ottantenne dire di qualcuno che era sballato come un'arancia meccanica.
L'espressione m'incuriosì per la stravagante mescolanza di
linguaggio popolare e surreale. Per quasi vent'anni avrei voluto
utilizzarla come titolo per qualche mia opera: ne ho avuto poi l'occasione
quando ho concepito il progetto di scrivere un romanzo sul lavaggio
del cervello.
Quindi Arancia meccanica è inteso come qualcosa di puramente
naturale (arancia) al quale vengono imposte regole statiche, come
se essa fosse, appunto, meccanica.
Questo è contro natura. Più di ogni altra cosa, nella
mia storia, volevo dire che Dio ha dato all'uomo la libertà
di scegliere fra bene e male, e che si tratta di un dono meraviglioso”.
Curiosità:
Kubrick mette in bella mostra la colonna sonora di “2001”
nel negozio di dischi dove si rifornisce Alex. “Arancia Meccanica”
ottenne alla sua uscita la classificazione “R” da film
porno ed il regista fu costretto a tagliare diverse scene. Il film,
da sempre vietato ai minori di 18 anni, è stato trasmesso
per la prima volta alla televisione inglese soltanto nel 2002, in
seconda serata. Nella versione italiana Malcolm McDowell è
stato doppiato da Adalberto Maria Merli.
Marco
Scaligeri
2006
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