SPECIALE AMOS GITAI

In esclusiva l'intervista al regista israeliano di "Free Zone"

 

 

Il_Regista. Amos Gitai è forse il più importante regista del Medio Oriente, alfiere di un cinema d’impegno teso a raccontare gli orrori della guerra visti con gli occhi della gente comune, che paga sulla propria pelle e nella vita di tutti i giorni il prezzo alto e devastante degli scontri tra gli uomini. Il suo cinema espone fatti e concetti attinenti non tanto un conflitto bensì le condizioni di vita di un popolo all’interno di un conflitto; il suo stile, costantemente in bilico tra fiction e documentario, deriva sia dal suo lavoro di documentarista sia, direttamente, dalle esperienze di Gitai uomo: una storia personale ricca e travagliata, con un percorso umano che fa tutt’uno con quello artistico portato avanti con la forza ed il coraggio delle proprie idee.
Nato nella città di Haïfa in Israele l'11 ottobre 1950, Gitai ha militato nell’esercito, in reparti di soccorso aereo e da quell’esperienza è nato il suo impegno in campo documentaristico e cinematografico. A metà degli anni ’70 si trasferisce negli Stati Uniti dove si laurea in architettura ma, dopo un breve apprendistato, intraprende una carriera di documentarista bellico in giro per il mondo. Dal 1977 in poi realizza diversi documentari per la tv israeliana ma i suoi lavori lo metteranno al centro di numerose polemiche ed accuse da parte delle autorità. Il suo impegno si vede già con il documentario del 1980 “Bayit”, con il quale viene raccontata l'espropriazione dei palestinesi da parte degli israeliani, poi i suoi due lavori "Political Myths" e "House" furono censurati e, nel 1982, il documentario “Yoman Sadeh” provocò uno scandalo nonché un’escalation di eventi la cui gravità costrinse Gitai a fuggire dal paese insieme alla moglie ed alla figlia riparando a Parigi dove sarà accolto come rifugiato politico. Per anni ha vissuto nella capitale francese riuscendo anche a continuare il suo lavoro realizzando un’altra decina di documentari fino al 1989, anno del suo esordio come regista cinematografico scrivendo e dirigendo “Berlin-Jerusalem”, un film che ha per tema sempre la questione palestinese.
Il 1993 sarà l’anno in cui riesce a tornare in Israele in seguito agli accordi di Oslo. Nel suo paese Gitai apre una scuola di cinema continuando a lavorare come regista cinematografico e dirigendo una decina di film sulla storia israeliana, attuale e passata. La sua sensibilità ed indipendenza nel raccontare i disagi, gli scontri e le differenze di due popoli sullo sfondo della questione israeliano-palestinese gli rende il plauso della critica internazionale e la reputazione di regista d’impegno, grazie soprattutto alla trilogia composta dai film "L'inventario", "Giorno per giorno" e il bellissimo "Kippur", fino ad arrivare al successo di “Kadosh” nel 2000 ed alla consacrazione di “Terra Promessa” nel 2005.
Successivamente dirige nel 2001 “Eden” mentre nel 2002 partecipa al progetto corale “11 Settembre 2001”, scrivendo e dirigendo uno degli 11 episodi del film, poi dirige “Alila” (2003), “Terra Promessa” (2005) ed infine “Free Zone” (2006).
Nel 2002 Amos Gitai ha ricevuto il Premio Roberto Rossellini.

Il_Film. Girato in Israele e Giordania nel 2005 e distribuito nel 2006, “Free Zone” è un film che racconta una storia al femminile sullo sfondo della questione israelo-palestinese, con protagoniste tre donne di origini ed interessi differenti: a Gerusalemme, Rebecca è una giovane ebrea-americana che, dopo la separazione dal suo fidanzato, lascia l’albergo ed entra in un taxi guidato da Hanna la quale deve recarsi per affari nella Free Zone, una zona franca dove non c’è dogana né tasse né guerra. Pregandola di potersi allontanare con lei, Rebecca accompagna in viaggio Hanna, mentre ad attenderle nella zona franca c’è Leila, una donna palestinese. Il viaggio d'affari funge da espediente per raccontare tanto una storia di solidarietà quanto la realtà quotidiana di un paese dilaniato da guerra e contrasti insanabili che qui non si vedono mai direttamente; Gitai preferisce mostrarne le conseguenze sulla vita di tutti i giorni sia delle tre donne che dei vari personaggi che incontrano. Il finale è fortemente evocativo e simbolico, con Rebecca (l’America) che scappa oltrepassando il confine mentre Hanna (Israele) e Leila (Palestina) rimangono indietro, ferme in macchina a discutere animosamente senza riuscire ad arrivare ad un compromesso.
La bravissima Hana Laszlo, interprete di Hanna, è stata definita “una Anna Magnani israeliana” ed ha vinto il premio come miglior attrice alla 58° edizione del Festival del Cinema di Cannes .

L’Incontro. Abbiamo incontrato Amos Gitai nell’ambito del progetto culturale “Le Vie della Seta”, una manifestazione di incontri tra la stampa ed il pubblico italiano con autori ed artisti del Medio Oriente. Il regista israeliano ha presentato il suo film “Free Zone” nel corso di un dibattito con il pubblico, tenutosi presso il cinema “Falso Movimento” di Foggia giovedì 16 Novembre 2006.

 


Come è nata la storia e l’idea di realizzare il suo film?

I popoli sono divisi nel Medio Oriente da confini molto pericolosi perché ci sono dei campi minati, ma non sono solo campi minati fisici bensì anche mentali che dividono. Io stavo appunto cercando una piccola storia per rappresentare questi confini e l’ho trovata grazie ad una persona israeliana che mi ha fatto da autista in molti dei miei film e che, essendo disoccupata, aveva trovato lavoro come autista e venditore di macchine blindate. Mi ha portato nella sua fabbrica nel deserto a sud di Israele dove blindava carrozzeria e finestrini delle macchine. Per vedere poi se queste auto erano state blindate bene, usava provarle attraversando il confine con la Giordania. Aveva anche un collaboratore palestinese che si occupava della vendita delle macchine nella Free Zone. La loro storia ha ispirato il film.


Cos’è la “Free Zone” raccontata nel film?

La Free Zone è in pratica una zona franca, un area piuttosto larga dove si vendono e comprano le auto usate ad est della Giordania ed alcune di queste vengono vendute anche alle compagnie di assicurazione in Iraq. Il film racconta proprio la storia di una persona israeliana che ha un collega palestinese nella zona ad est della Giordania e che sembra essere una cosa molto più pazza di un film di fantascienza.
Ha chiesto a questo mio collaboratore se mi portava con lui perché mi sarebbe piaciuto fare un viaggio in una di queste macchine blindate, vedere con i miei occhi e riuscire a capire bene quello che accade nella Free Zone: vi racconto questo per farvi capire come certe volte si realizzano delle cose di fantasia partendo in realtà da una verità che, a volte, è meno plausibile di un romanzo di pura invenzione.


Come è avvenuto il viaggio?

Siamo scesi da Gerusalemme a Tel Aviv e poi abbiamo seguito la Valle del Giordano fino a giungere al fiume. Dopo aver attraversato il Giordano, siamo arrivati in una grande pianura dalla quale avevano una larga vista e potevamo vedere l’Iraq, la Siria, l’Arabia Saudita.
Poi siamo arrivati in quest’area libera chiamata appunto Free Zone che è una sorta di parcheggio enorme di circa due chilometri quadrati ed ho visto gente che veniva da tutto il Medio Oriente: iraniani, palestinesi, iracheni che stavano tutti lì ad acquistare auto usate. Sembrava che avessero dimenticato di leggere i giornali che dicevano che in quella parte del mondo c’era una guerra. Allora mi sono avvicinato al collaboratore palestinese che stava pregando perché era di stretta osservanza musulmana e, dopo avermi detto di aspettare, lo vedo prendere una valigia piuttosto pesante che conteneva soldi di diverse nazionalità pagati da vari clienti. Il socio di questa persona aveva anche un ragazzino e per fargli meglio conservare lo yogurt aveva messo dentro questa valigia uno di quei piccoli frigoriferi portatili che si usano per trasportare organi per trapianti.
Quando siamo tornati in Israele, ho incontrato i miei due collaboratori con i quali ho scritto la maggior parte dei miei film ed ho pensato di convertire tutti i personaggi maschili di questa storia in personaggi femminili. E così questo autista israeliano è diventato Hanna, interpretata da Hana Laszlo che ha poi vinto il premio come miglior attrice a Cannes l’anno scorso, mentre il collaboratore palestinese è diventato invece Leila interpretata da Hiam Abbas, a mio avviso la miglior attrice palestinese, mentre il passeggero, che ero io, è diventato qualcuno di molto più bello di me che è Natalie Portman.


Per quali motivi ha deciso di rendere le donne protagoniste del film?

Quando abbiamo cominciato a lavorare a questo film, ho trasformato i personaggi maschili in femminili perché secondo me il Medio Oriente soffre molto a causa prevalentemente degli uomini: generali, uomini di potere o con troppe medaglie, ma anche i capi dei gruppi terroristici sono tutte persone che riescono a produrre solo tanti danni e guerre a ripetizione. Io penso che se invece le donne riuscissero a salire al potere la situazione sarebbe certamente migliore. Per questo ho voluto raccontare una storia con protagoniste le donne, per poter raccontare anche le loro reazioni ed i loro punti di vista.


Dove è stato girato il film?

Ho deciso di girare il film nelle località vere dove ero stato, nella vera Free Zone, perché reputo di aver fatto un’esperienza molto interessante e volevo rappresentarla così come l’avevo vista.


Come sono avvenute le riprese?

Ho chiesto la collaborazione delle autorità giordane. Loro non avevano mai collaborato ad un progetto culturale ed anche se ci sono delle relazioni diplomatiche tra loro ed il mio popolo, si tratta sempre di relazioni molto fredde. Allora, visto che con il mio carattere mi piace fare delle cose che la maggior parte delle persone mi dicono di solito di non fare, ho scritto una lettera alla commissione generale del cinema giordano ed ho detto che mi sarebbe piaciuto girare un film in Giordania.
Per due settimane non c’è stata una risposta, poi un primo contatto e dopo un mese sono stato invitato ad incontrare la commissione giordana ad Amman. Una volta lì, il presidente della commissione mi ha detto che avevano cercato i miei film su Internet ed avevano visto che (parole loro) non erano male. Mi hanno chiesto cosa volevo fare ed io gli ho risposto dicendo che cosa piuttosto non volevo fare: non volevo filmare dei cammelli al tramonto né dune né altri luoghi turistici perché ero intenzionato a fare un film moderno, con le autostrade –a volte molto brutte-, le macchine, i parcheggi, i distributori di benzina: niente di speciale che si distaccasse dalla realtà, riprendendo elementi comuni che non saranno belli ma che in realtà accomunano ed uniscono i popoli.
E’ importante dire che la commissione era diretta da una donna e, da persona veramente intelligente, ha detto di si favorendo l’inizio della produzione. Così sono arrivato nella Free Zone con la mia troupe che era fatta di palestinesi, francesi ed israeliani mentre i giordani mi stavano aspettando al di là del confine. All’inizio tra i due gruppi c’era un pò di sospetto reciproco ma dopo mezza giornata hanno imparato a lavorare insieme e posso dire che il film, secondo me, non è soltanto quello che si vede sullo schermo ma anche quello che non si vede, che è avvenuto dietro alle cineprese: un grande progetto di lavoro che unisce gente diversa.


Pensa che il cinema possa contribuire a cambiare le cose nel mondo?

Io penso che nonostante il fatto che il cinema non possa cambiare la realtà, se noi riusciamo a dare con esso un messaggio, a gettare un piccolo ponte sul mare dell’odio, non è un male ma, anche se piccola, è solo una cosa costruttiva. Ed è bello vedere che un cinema d’impegno e di comunicazione come questo ancora può esistere e sopravvive venendo proiettato in piccoli cinema che rappresentano anche un’alternativa alle multisale dove proiettano i film con l’odore dei popcorn.


Come pensa che la questione israelo-palestinese venga vista nel mondo?

Può darsi che non sia bello da dirsi ma sembra praticamente che in questo conflitto israelo-palestinese siamo diventati una sorta di spogliarello sexy da vedere: come per i “Peep-Show”, il cui obbiettivo principale è far vedere alla gente che non riesce a fare di persona cose che altri fanno, gli altri paesi rimangono lì a guardare le nostre ferite e le nostre guerre e sono sempre molto prodighi di consigli ed opinioni senza dare un sostanziale aiuto per risolvere le cose. Però penso che il conflitto israelo-palestinese non sia molto peggiore di quello che è accaduto 70 anni fa qui nel teatro europeo, ma questa non vuol essere una giustificazione perché comunque bisogna assolutamente trovare una strada per venirne fuori.


Quali sono state le difficoltà, sia come uomo che come regista, nel girare una storia attinente una questione difficile come una guerra che divide in due l’opinione pubblica mondiale?

Quando ero giovane non ero regista ed avevo altri progetti piuttosto che pensare al cinema. Volevo fare l’architetto. Nel 1973, quando studiavo architettura all’università, iniziava la guerra nel Medio Oriente ed io venni arruolato nell’esercito, lavorando in una squadra di elicotteri di soccorso che aveva il compito di recuperare persone ferite ed ustionate nei carri armati. Ad appena 23 anni vidi il prezzo di una guerra durata 5 giorni. Durante una missione di soccorso, l’elicottero della Croce Rossa su cui volavamo fu colpito da un missile lanciato dai siriani, precipitammo a terra e rimasi vivo per miracolo mentre il pilota accanto a me fu decapitato. Fu così che, in ospedale, pensai di raccontare il mondo davanti ai miei occhi e decisi di lasciare architettura e fare cinema perché studiare quella disciplina era per me diventato solo un esercizio formale in quella situazione ed io volevo toccare un nervo scoperto del mio paese: ho filmato la guerra con la mia Super 8 e nel fare questo ho parlato di cose che la gente non voleva ascoltare, ma era importante dirle. Sono state queste cose che mi hanno dato l’energia di raccontarle sul grande schermo.


Come nasce la sua fiducia nelle donne? E perché c’è molta retorica su questo argomento ma così poca vera attenzione?

Per l’uomo, il concepire un rapporto o una relazione con una donna è basato principalmente su quello con la propria madre.
La mia, scomparsa due anni fa, era una persona moderna, conscia del suo ruolo ed avevamo un bel dialogo. I miei genitori [un architetto della Bauhaus ed una studiosa di eologia] arrivarono in Palestina agli inizi del XX secolo ed in qualche modo mia madre è stata una testimone della creazione dello Stato di Israele.
Lei usava dire che le società dove le donne non sono rispettate sono condannate. Ho fatto molti film con attrici famose analizzando sempre le differenti condizioni delle donne e penso di continuare questo percorso. Perché, soprattutto in questa parte del mondo dove non è avvenuto il riconoscimento dei diritti delle donne, sono loro stesse a rappresentare il motore del cambiamento, la spinta verso un futuro migliore.


Paolo Pugliese


Filmografia:

• News from Home / News from House (2006)
• Free Zone (2005)
• Bem-Vindo a São Paulo – episodio (2004)
• Terra promessa (2004)
• Alila (2003)
• 11 settembre 2001 – episodio "Israele" (2002)
• Verso oriente (2002)
• Eden (2001)
• Kippur (2000)
• Kadosh (1999)
• Giorno per giorno (1998)
• A House in Jerusalem (1998)
• Tapuz (1998)
• Zion, Auto-Emancipation (1998)
• War and Peace in Vesoul (1997)
• Zirat Ha'Rezach (1996)
• Milim (1996)
• Zihron Devarim (1995)
• The neo-fascist trilogy: III. Queen Mary (1994)
• The neo-fascist trilogy: II. In the name of the Duce (1994)
• The neo-fascist trilogy: I. In the valley of the wupper (1994)
• Te'atron Hahaim (1994)
• Golem, le jardin pétrifié (1993)
• Golem, l'esprit de l'exil (1992)
• Gibellina, Metamorphosis of a Melody (1992)
• Naissance d'un Golem (1991)
• Wadi 1981-1991 (1991)
• Berlin-Yerushalaim (1989)
• Brand New Day (1987)
• Esther (1986)
• Ananas (1984)
• Bankok Bahrain (1984)
• Regan: Image for Sale (1984)
• Yoman Sadeh (1982)
• American Mythologies (1981)
• Wadi (1981)
• Bayit (1980)
• In Search of Identity (1980)
• Bikur Carter B'Israel (1979)
• Cultural Celebrities (1979)
• M'Ora'ot Wadi Salib (1979)
• Architectura (1978)
• Wadi Rushima (1978)
• Political Myths (1977)
• Shikun (1977)
• Charisma (1976)
• Ahare (1974)