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Nel
1968 le platee di tutto il mondo rimasero profondamente colpite
da quello che è stato definito il capolavoro di Stanley Kubrick,
2001: Odissea nello Spazio. Un film che ha funto da spartiacque
tra la fantascienza cinematografica classica e quella moderna facendole
compiere un enorme salto di qualità e venendo poi riconosciuto
come caposaldo di un genere.
Molti
appassionati sono concordi nel dire tanto che 2001: Odissea nello
Spazio sia la pellicola di Science Fiction più complessa,
adulta, inquietante ed enigmatica mai realizzata fino ad oggi quanto
che sia anche il film più famoso della filmografia di Stanley
Kubrick, secondo capitolo di una trilogia di fantascienza crudele,
letteraria ed antimilitarista che il regista diresse in mezzo ai
due film Il Dottor Stranamore (1963) ed Arancia Meccanica (1971).
Certamente, 2001 è il film di SF più rappresentativo
non solo per la sua complessità ma anche perché, ad
una prima sommaria analisi, contiene tutti gli elementi caratteristici
di un film di fantascienza: c’è il futuro, c’è
l’evoluzione umana, la tecnologia prossima ventura, la lotta
tra uomo e macchina; ci sono poi lo spazio profondo, l’ignoto,
l’avventura dell’uomo oltre le stelle ed anche intelligenze
e fenomeni extraterrestri lontani dalla comprensione umana. Un ampio
affresco fantascientifico arricchito da riflessioni filosofiche
che ha incantato almeno tre generazioni di spettatori proponendo
un’ampia panoramica della storia dell’uomo –dall’età
della pietra ai viaggi interstellari- che si presta anche a metafora
del suo destino di conoscenza, evoluzione e addirittura rinascita.
Tratto
dal romanzo The Sentinel di Arthur C. Clake, che firmò la
sceneggiatura insieme a Kubrick ed in seguito scrisse l’omonimo
romanzo, 2001 propone un lungo viaggio scandito in tre tappe: l’alba
dell’uomo, in cui proto-uomini scimmieschi compiono una tappa
importante per la loro evoluzione silenziosamente visitati da una
forma di vita aliena nella forma di un monolito nero, ovvero un
levigatissimo parallelepipedo scuro; la seconda tappa è quando,
milioni di anni dopo, viene trovato vicino ad una colonia terrestre
sulla luna lo stesso monolito che, a contatto con gli esseri umani,
lancia un potente segnale ultrasonico in direzione di Marte; l’ultimo
atto, infine, racconta la missione di un’astronave terrestre
alla volta di Marte il cui sofisticatissimo computer di bordo Hal
9000 impazzisce ed uccide metodicamente tutti i membri dell’equipaggio
ad eccezione di Bowman, il capitano della missione. Sarà
lui, una volta disinserito Hal, a compiere il viaggio più
estremo della storia dell’uomo, venendo proiettato da un altro,
gigantesco, monolito in orbita intorno a Giove in spazi siderali
lontanissimi ed inesplorati dove affronterà una nuova rinascita.
Tutti
gli archetipi del cinema di fantascienza sono attentamente studiati
e raccontati in 2001 con un’ottica totalmente inesplorata
fino ad allora: iperrealismo, filosofia ed approccio documentaristico
ed asettico da parte di Kubrick, ai quali si accompagna un’eccezionale
rappresentazione, curata fin nei minimi particolari, della tecnologia
del futuro che, a distanza di quasi quarant’anni dalla sua
uscita nei cinema, propone un look ancora coerente ed in linea con
il nostro attuale progresso tecnologico. Merito di ciò l’attenzione
quasi maniacale per ogni singolo dettaglio da parte del regista
che lavorò a lungo durante i quattro anni di produzione del
film con ingegneri elettronici ed aereospaziali, designer futuristici
e persino con la Nasa che mise a disposizione alcuni progetti di
prototipi spaziali. Ed in questo senso 2001 segna anche il trionfo
dell’uso dei modellini nel cinema, innovativi nel look e filmati
con nuove tecniche di ripresa, aggiudicandosi alla fine l’Oscar
per gli effetti speciali andato al grande Douglas Trumbull.
A rendere poi ancor più visionario il film, c’è
il sapiente uso sia degli effetti sonori (il silenzio agghiacciante
nello spazio, ad esempio, evidenziato dal respiro claustrofobico
dell’uomo all’interno della tuta spaziale) sia della
colonna sonora, composta da brani di musica classica che contribuiscono
a rendere 2001 un’esperienza sensoriale unica ed intensa,
di grande impatto emotivo. Le immagini, infatti, accompagnate da
silenzio e musica sovrastano le parole rendendole quasi superflue
(sono infatti appena 45 i minuti di dialoghi su 140 minuti di durata
del film) e sono costruite metodicamente da Kubrick con un rigore
formale tipico del suo stile che raggiunge il suo zenit con sequenze
di grande forza evocativa le quali, rivisitando il mito del viaggio
verso l’ignoto di Ulisse, ci accompagnano in un cammino che
parte dagli albori dell’umanità, prosegue con il futuro
tecnologico di conquista dello spazio e si conclude paradossalmente
-chiudendo un cerchio concettuale- in un’ inquietante stanza
arredata in stile settecentesco, ultima fermata di un viaggio ai
confini dell’universo.
Tante sono le sequenze di questo film entrate di diritto nella storia
del cinema: dalla bellissima danza di astronavi e stazioni spaziali
in orbita sulle note del “Danubio Blu” di Strauss al
salto di milioni di anni di evoluzione scandito dal lancio in aria
di un osso usato come arma da una scimmia dal quale, per effetto
di una dissolvenza, si arriva ad un satellite artificiale umano;
dal glaciale occhio rosso delle telecamere del computer Hal (metafora
postuma e forse non prevista della nostra privacy violata dalla
tecnologia) all’inquietante monolito nero, l’archetipo
più sconvolgente e riuscito di intelligenza aliena: così
inspiegabile da essere totalmente estraneo e quindi “alieno”
all’uomo. Ed ancora, l’incredibile viaggio spazio-temporale
dell’astronauta Bowman scandito da effetti fotografici velocissimi
ancora oggi stupefacenti (e resta ancora un mistero come Kubrick
sia riuscito ad realizzarli) e la scena conclusiva ed ambigua con
Bowman rinato sotto forma di un feto astrale.
Degna
di nota, infine, la presenza e la caratterizzazione del computer
Hal 9000 che, da mero strumento tecnologico, si eleva come uno dei
protagonisti del film: un’intelligenza artificiale di profondo
spessore umano e glaciale raziocinio, resa ancor più inquietante
dall’adattamento italiano la cui voce, dai toni neutri e distaccati
in originale, diviene estremamente sinistra grazie all’ottima
interpretazione vocale del grande doppiatore Gianfranco Bellini.
Enigmatico, colossale, sperimentale e psichedelico, 2001 ha modificato
radicalmente l’immaginario fantascientifico del cinema, proponendo
un’odissea interplanetaria che, al tempo stesso, è
una stupefacente sinfonia visiva ed una profonda meditazione filosofica
sui concetti dello spazio/tempo e, quindi, sull’essenza stessa
del cinema.
Marco
Scaligeri
2005
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